Articoli

il pianista e la paura del pubblico_nicolò de maria
Come prepararsi alla performance e prevenire i vuoti di memoria

Il pianista e la paura del pubblico

Il libro “Il pianista e la paura del pubblico” è una raccolta e un approfondimento degli articoli più letti dagli utenti. Se vuoi approfondire questo articolo e gli argomenti principali di questo sito, quali l’ansia da palcoscenico, la paura di suonare in pubblico, le tecniche di memorizzazione musicale, la sicurezza in se stessi e la solidità tecnica clicca sul bottone qui sotto.


Articoli correlati

Ansia pre-esame? La memoria ti spaventa? Cosa fare prima di suonare in pubblico, 7 Pratici consigli per affrontare la memoria musicale e l’ansia di suonare in pubblico, Ansia da vuoto di memoria? 5 consigli pratici su come affrontarla, IL PIANISTA E LA PAURA DEL PUBBLICO, Talento o ostinazione. Come raggiungere i propri obiettivi?, Come studiare di più al pianoforte, Come rimanere concentrati?, Come essere felici (per musicisti e non), Come superare i propri limiti (per musicisti e non), Cambiare pensieri negativi in positivi, Paura del giudizio degli altri?.


Come rimanere concentrati sul palco o ad un esame? Come evitare distrazioni o pensieri fuorvianti legati alla paura di commettere un errore?

Quante volte ci siamo sentiti dire prima di un’esecuzione: “Stai attento, non distrarti, concentrati!”? Moltissime volte.

Eppure, è mai servito a qualcosa?

Durante le esecuzioni live, l’interprete può diventare improvvisamente preda di un flusso inarrestabile di pensieri negativi che alimentano insicurezza e paura:

Cosa penserà il pubblico? Il programma è noioso?”
“Ecco, adesso, iniziano tutti a tossire”
“Mi sudano e mi tremano le mani! Come al solito, sapevo che sarebbe successo anche questa volta!”

Questi dialoghi interiori, chi più chi meno, tutti li hanno subiti.

Inducono l’interprete a perdere il controllo senza che nemmeno se ne renda conto. In sostanza, non è più concentrato e diventa subito vulnerabile ad imminenti vuoti di memoria o sbavature tecniche.

È fondamentale comprendere che non basta imporsi di rimanere concentrati per riuscirci, in quanto tale pensiero è di per sé controproducente.

Infatti, se mentre sto eseguendo un brano penso che devo rimanere concentrato, in realtà sto pensando a qualcosa di astratto ed estraneo e non al brano in sé.

La capacità di rimanere concentrati, infatti, è legata alla forza di volontà dell’interprete di rimanere focalizzato su ciò che sta facendo in quel momento esatto.

Non ha alcun senso e nessuna utilità dirsi “Devo rimanere concentrato sul brano” perché è un concetto troppo ampio ed astratto.

Ha molto più senso dirsi: “Posso suonare più dolcemente” oppure “In questo punto eseguirò uno sforzato veramente sorprendente”.

Notate l’enorme differenza tra i due pensieri?

La concentrazione non contempla il fatto che si pensi ad essa, vuole che l’interprete se ne dimentichi e si focalizzi sugli aspetti reali dell’esecuzione. 

Ad esempio, sono molto diffuse due cause di distrazione:

– mentre suoni commenti un errore e continui a pensare all’errore commesso (“Perché ho sbagliato! Caspita, lo sapevo! Che figuraccia!”);

– mentre suoni ti avvicini ad un passaggio tecnicamente virtuosistico che ti preoccupa. Non fai altro che pensare a quel passaggio (“No, no.. sta arrivando. Ho già dolore al braccio e non ho più forze. Non riuscirò ad eseguirlo correttamente”).

In entrambi i casi, l’interprete non è concentrato sull’esecuzione, lascia che le dita vadano da sole e senza controllo. Si butta ad occhi chiusi e prega che tutto fili liscio.

La mente è distratta dalle autocritiche sul passato e dalle preoccupazioni sul futuro. Non è mai nel presente.

Esercitare la concertazione

La concentrazione non si può improvvisare in concerto. Anch’essa richiede studio.

ATTENZIONE!!! Coloro i quali durante lo studio a casa lasciano correre i loro pensieri fantasticando su questioni non riguardanti il repertorio, si stanno abituando a suonare pensando ad altro.

Se durante lo studio pensi a cosa farai dopo aver concluso lo studio, sul palco penserai a cosa ti diranno gli altri dopo il concerto.

Se durante lo studio pensi al successo che riceverai, sul palco sarai terrorizzato dall’idea di commettere un solo errore.

Se durante lo studio pensi ad altre questioni, ad altri pezzi, rispondi ai messaggi su whatsapp e ti distrai per qualunque motivo, sul palco ti tremeranno le mani.

Se durante lo studio penserai a fare musica, sul palco penserai a fare musica.

Noi siamo le nostre abitudini.

Siamo ciò che siamo abituati a fare tutti i giorni.

Pensieri proficui durante le esecuzioni

Dunque, su cosa bisogna rimanere concentrati durante un’esecuzione? Sulla musica: sul suono, sul timbro, sul fraseggio, sull’agogica, sul ritmo.

Queste cose non richiedono pensieri elaborati, perché sarà la musica stessa che li indurrà e li asseconderà in modo naturale ed istintivo.

Questi aspetti musicali l’interprete li sente, li vive.

Se l’interprete focalizza l’attenzione sulla musica, i dettagli musicali si fanno subito evidenti e risaltano all’orecchio dell’ascoltatore.

Essere concentrati non vuol dire controllare ogni dettaglio, ogni nota come fa il millepiedi. Vuol dire calarsi nella musica e assecondare la forma, la struttura, i punti culminanti.

L’attenzione è un flusso continuo che segue il discorso musicale. Non ci si può distaccare nemmeno per un istante.

Non dare ascolto alla tue autocritiche

A tal proposito vorrei aggiungere che parte della nostra concentrazione sovente viene assorbita dalle nostre stesse autocritiche, spesso molto severe e restrittive.

Sul palco crediamo che non stiamo dando il massimo, che stiamo suonando male, che l’esecuzione sia noiosa e poco musicale. Spesso riascoltandoci a mente fredda e cuore calmo riconosciamo che la nostra percezione era stata fin troppo negativa o rigorosa. Buona parte di piccoli errori, sbavature, note false o vuoti di memoria che credevamo aver commesso sono scomparsi.

La nostra autocritica, a volte, è talmente severa che a fine concerto non ci sentiamo meritevoli di ricevere l’applauso, poi riascoltando le registrazioni notiamo che in verità così male non era. Alcuni errori, addirittura sembrano scomparsi.

Nicolò De Maria


Articoli correlati

Ansia pre-esame? La memoria ti spaventa? Cosa fare prima di suonare in pubblico, 7 Pratici consigli per affrontare la memoria musicale e l’ansia di suonare in pubblico, Ansia da vuoto di memoria? 5 consigli pratici su come affrontarla, IL PIANISTA E LA PAURA DEL PUBBLICO, Talento o ostinazione. Come raggiungere i propri obiettivi?, Come studiare di più al pianoforte, Come rimanere concentrati?, Come essere felici (per musicisti e non), Come superare i propri limiti (per musicisti e non), Cambiare pensieri negativi in positivi, Paura del giudizio degli altri?.

il pianista e la paura del pubblico_nicolò de maria
Come prepararsi alla performance e prevenire i vuoti di memoria

Il pianista e la paura del pubblico

Il libro “Il pianista e la paura del pubblico” è una raccolta e un approfondimento degli articoli più letti dagli utenti. Se vuoi approfondire questo articolo e gli argomenti principali di questo sito, quali l’ansia da palcoscenico, la paura di suonare in pubblico, le tecniche di memorizzazione musicale, la sicurezza in se stessi e la solidità tecnica clicca sul bottone qui sotto.


Articoli correlati

Ansia pre-esame? La memoria ti spaventa? Cosa fare prima di suonare in pubblico, 7 Pratici consigli per affrontare la memoria musicale e l’ansia di suonare in pubblico, Ansia da vuoto di memoria? 5 consigli pratici su come affrontarla, IL PIANISTA E LA PAURA DEL PUBBLICO, Come studiare di più al pianoforte, Come rimanere concentrati?, Come essere felici (per musicisti e non), Come superare i propri limiti (per musicisti e non), Cambiare pensieri negativi in positivi, Paura del giudizio degli altri?, Rimanere concentrati sul palco o ad un esame.


Come raggiungere i propri obiettivi? Talento o ostinazione? Cosa serve di più?

In queste poche righe rifletteremo insieme su cosa sia indispensabile possedere per raggiungere i risultati desiderati.

La realizzazione personale di un musicista

La realizzazione personale dipende fortemente dall’analisi e dalla comprensione di tre aspetti: il cosa vogliamo raggiungere, il perché lo vogliamo raggiungere, e il come possiamo raggiungerlo.

Queste sono le domande alle quali sanno dare una chiara risposta le persone di successo. Hanno bene chiaro in mente cosa vogliono, perché come raggiungerlo.

Dunque si mettono al lavoro lungo un cammino ben definito.

Al contrario, le persone insicure tendono a riportare alla memoria esperienze negative che hanno il potere di creare convinzioni (o mappe distorte della realtà) che congestionano totalmente la loro creatività e la libertà, alimentando sentimenti di scoraggiamento e frustrazione.

Vi è spesso la paura che certi errori possano ripetersi nel futuro e che un determinato obiettivo, tanto desiderato, diventi pura utopia.

Ci si convince di intravedere orizzonti troppo lontani lontani tanto da abbandonarli, quando invece il nostro compito dovrebbe essere quello di occuparci di ciò che abbiamo a portata di mano, oggi.

Vivi l’oggi

Ci voltiamo indietro e vediamo i fallimenti del passato, guardiamo avanti e temiamo le preoccupazioni e gli insuccessi del futuro.

Qual è il mio consiglio? Vivere l’oggi.

Cosa vuol dire vivere l’oggi? Concentrati non su ciò che avresti dovuto fare ieri, né su ciò che dovrai fare domani.

Concentrati su ciò che devi fare oggi e fallo bene.

Il peso del fardello del domani aggiunto a quello del passato, ha il potere di fare vacillare anche chi cammina nel presente.

“A ciascun giorno basta la sua pena” dice Gesù nel Vangelo. E ancora, “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Non dice: “Dacci il pane di domani, di dopodomani…”.

Non c’è dubbio sul fatto che sia necessario pensare al futuro, fare dei progetti e tenersi pronti. Ma senza stare nell’ansia logorante che tutto possa andare ancora una volta storto.

Il miglior modo per prepararsi al futuro è concentrarsi con tutte le proprie forze, tutta la mente, tutto l’entusiasmo e tutta la propria intelligenza, sul lavoro odierno.

Dal punto di vista musicale non bisogna pensare né ai fallimenti passati, né alla paura delle successive performance.

Ciò vuol dire: non pensare! Studia, oggi! Adesso!

In altri articoli abbiamo parlato di come studiare, come montare un repertorio dalla sua lettura al perfezionamento e di come prepararsi concretamente alla performance.

Adesso, per un istante, prepariamoci psicologicamente a liberare la nostra mente da tutti i fardelli mentali che appesantiscono e rallentano il nostro lavoro quotidiano.

Lo stress, nella maggior parte dei casi, è dovuto a un sovraccarico di pensieri e preoccupazioni che non possiamo controllare e che non dipendono dalle nostre azioni, ma dal corso della vita.

Dobbiamo a tutti i costi approcciarci allo studio scevri da pregiudizi, focalizzando la nostra concentrazione sul lavoro quotidiano.

Come farò? Ci arriverò? Non ho abbastanza tempo!”, “Non sono in grado, non me ne è mai andata bene una!”, “Ricordo quell’ultima volta che… è stato un incubo: se si dovesse ripetere lascio perdere per sempre!”, “Tu cosa ne pensi? Andrà bene?”.

Questi sono i pensieri tipici di chi ha tempo per fermarsi… e pensare: se fosse concentrato sul proprio obiettivo e impegnato sul suo lavoro non gli rimarrebbe tempo utile a elaborare pensieri negativi.

“Il segreto per essere infelici sta nell’avere il tempo sufficiente per domandarsi se si è felici o no.”

George Bernard

L’autostima e talento

L’autostima e la fiducia in sé stessi sono qualità che molti credono di avere per carattere o per natura. 

Invece, in realtà, sono direttamente proporzionali alla disponibilità del soggetto a considerarsi dotato di determinate competenze e qualità atte ad affrontare le sfide della vita.

Cosa vuol dire ciò?

Per essere dotati di determinate competenze è necessario studiare.

Le competenze si acquisiscono con l’esercizio e la disciplina costanti, le quali a loro volta conducono sovente al successo per il semplice motivo che si è dedicato molto tempo per raggiungere un obiettivo. 

Dobbiamo essere noi a decidere di raggiungere una buona valutazione di noi stessi, in base al fatto di essere disposti ad applicarci in qualcosa di motivante o di dare priorità alle responsabilità assunte, scartando dalla nostra quotidianità interferenze e distrazioni.

L’autostima cresce grazie all’impegno costante e alla disciplina.

“Io penso che, in effetti, ognuno ha il talento che decide di avere” 

Aldo Ciccolini
(tratto dal libro “Maestro di te stesso” di Righini-ZAdra)

Aldo Ciccolini si riferisce all’efficacia dell’ostinazione nello studio e all’impegno costante.

Non crede nel talento. Talento = impegno” dice.

Non esistono scorciatoie per raggiungere il successo, esiste solo una lunga strada da percorrere.

Si può decidere di intraprenderla oppure no, di dirigersi dritti alla meta oppure fare delle soste e ritardare il raggiungimento dell’obiettivo, si può decidere di prendere delle deviazioni o addirittura cambiare meta.

Nicolò De Maria

Bibliografia:
F. Righini, R. Zadra, Maestro di te stesso, Milano, Curci, 2010


Articoli correlati

Ansia pre-esame? La memoria ti spaventa? Cosa fare prima di suonare in pubblico, 7 Pratici consigli per affrontare la memoria musicale e l’ansia di suonare in pubblico, Ansia da vuoto di memoria? 5 consigli pratici su come affrontarla, IL PIANISTA E LA PAURA DEL PUBBLICO, Come studiare di più al pianoforte, Come rimanere concentrati?, Come essere felici (per musicisti e non), Come superare i propri limiti (per musicisti e non), Cambiare pensieri negativi in positivi, Paura del giudizio degli altri?, Rimanere concentrati sul palco o ad un esame.

il pianista e la paura del pubblico_nicolò de maria
Come prepararsi alla performance e prevenire i vuoti di memoria

Il pianista e la paura del pubblico

Il libro “Il pianista e la paura del pubblico” è una raccolta e un approfondimento degli articoli più letti dagli utenti. Se vuoi approfondire questo articolo e gli argomenti principali di questo sito, quali l’ansia da palcoscenico, la paura di suonare in pubblico, le tecniche di memorizzazione musicale, la sicurezza in se stessi e la solidità tecnica clicca sul bottone qui sotto.


Articoli correlati

Ansia pre-esame? La memoria ti spaventa? Cosa fare prima di suonare in pubblico, 7 Pratici consigli per affrontare la memoria musicale e l’ansia di suonare in pubblico, Ansia da vuoto di memoria? 5 consigli pratici su come affrontarla, IL PIANISTA E LA PAURA DEL PUBBLICO, Talento o ostinazione. Come raggiungere i propri obiettivi?, Come studiare di più al pianoforte, Come rimanere concentrati?, Come essere felici (per musicisti e non), Come superare i propri limiti (per musicisti e non), Cambiare pensieri negativi in positivi, Rimanere concentrati sul palco o ad un esame.


Paura del giudizio degli altri? Sapete qual è la causa reale? Perché tanto si temono le critiche altrui? La risposta sta nel sapere con esattezza quali sono i propri obiettivi.

Mi spiego meglio.. leggete questo articolo e tutto vi apparirà più chiaro.

Vi assicuro che dopo la lettura di queste righe penserete alla paura del giudizio degli altri con un occhio diverso e più maturo.

“Se non sei tu a scegliere i tuoi obiettivi, gli altri o le circostanze della vita lo fanno per te e ti ritrovi a perseguire scopi che non sono i tuoi”

Righini e Zadra
(dal libro “Maestro di te stesso”)

E’ incredibile quanto il pensiero dei docenti di pianoforte Federica Righini e Riccardo Zadra, a mio parere, rispecchi la realtà delle cose.

Cercate di calarvi in un contesto comune ai musicisti come, ad esempio, un’esibizione dal vivo.

Quanti musicisti tremano all’idea di non aver suonato nel migliore dei modi, di non aver trasmesso nulla al pubblico.. di deluderlo.

In sostanza, l’esecutore mentre si esibisce pensa anche a ciò che il pubblico pensa.. fortunatamente non tutti i musicisti sono vittime di questi pensieri, ma molti purtroppo lo sono.

Il motivo, come sapete, è la paura del giudizio degli altri.

Cosa penseranno di me? Mi staranno giudicando in modo negativo o positivo?

Conclusasi la performance, il musicista in genere riceve nolente o dolente dei feedback, più o meno veritieri e da spettatori più o meno competenti.

Feedback diversi l’uno dall’altro, frutto di impressioni e valutazioni soggettive.

Se l’esecutore dovesse curarsi di ogni singolo commento ricevuto tornerebbe a casa certamente frustrato. Si sentirebbe nelle condizione di non poter accontentare ognuno di loro.

Tra le tante “congratulazioni” da post-concerto alcuni lasceranno vagamente trapelare che, ad esempio, avrebbe potuto curare più l’intonazione, che sarebbe potuto essere più espressivo, che avrebbe potuto eseguire più bis, che tutto sommato il concerto non era stato male, eccetera.

Quello appena ipotizzato non è certamente un quadretto entusiasmante per un solista che già, di per sé timido e insicuro, è alla ricerca di conferme esterne provenienti dal pubblico.

Sarebbe stato meglio per lui fuggire da ogni tipo di critica o commento, tappandosi le orecchie.

Definirsi degli obiettivi chiari

Ciò che alimenta la paura del giudizio degli altri è la mancanza di obiettivi chiari e ben definiti, concreti e ben raggiungibili.

“Cosa penseranno di me?”, “Se sbaglio anche questa volta perderò la faccia davanti a tutti”, “Proprio lui/lei doveva essere presente a questo evento?”

Quando ci si esibisce con l’intenzione di accontentare tutti e di non ricevere critiche negative, il livello della performance si abbassa.

Penserai più alla volontà degli altri che a condurre con attenzione l’esibizione musicale.

Ma quindi come fare?

Datti degli obiettivi precisi, degli obiettivi musicali chiari.

Ad esempio, “Stasera desidero essere musicale in quel punto… desidero trasmettere gioia in quell’altro punto… voglio fare di tutto affinché quel passaggio venga pulito, mi concentrerò il più possibile…”

Inizia con pochi punti. Saranno i tuoi primi piccoli obiettivi.

Non metterti davanti sin da subito la pretesa di un’intera esecuzione impeccabile. Procedi per gradi.

A fine concerto saprai solo tu quanti risultati avrai portato a casa e non baderai alle critiche altrui.

Avrai un tuo progetto di miglioramento, avrai trovato un cammino che, gradualmente, passo dopo passo, ti condurrà ad una maggiore sicurezza di te stesso.

Solo tu potrai dare una votazione alla tua esecuzione.

E se fallirai? Non esistono fallimenti per chi è determinato a migliorare. Ogni feedback, anche se negativo, è uno stimolo a correggersi e a fare di meglio.

Bisogna essere molto vigilanti e attenti a tutto ciò che avviene durante l’esecuzione, perché quando tornerai a casa e non ti sentirai soddisfatto, dovrai essere in grado di rispondere alle domande:

“Dove ho sbagliato?”, “Che tipo di errore ho commesso?”, “In quale punto preciso ho avuto quel vuoto di memoria?”, “Forse mi sono distratto, oppure devo studiarlo meglio?”.

Certamente non è facile, anzi, è proprio un’arte da imparare, e ci vuole una vita intera.

Intanto, nel dubbio, mettetevi al lavoro.

Nicolò De Maria

Bibliografia:

F. Righini, R. Zadra, Maestro di te stesso, Milano, Curci, 2010


Articoli correlati

Ansia pre-esame? La memoria ti spaventa? Cosa fare prima di suonare in pubblico, 7 Pratici consigli per affrontare la memoria musicale e l’ansia di suonare in pubblico, Ansia da vuoto di memoria? 5 consigli pratici su come affrontarla, IL PIANISTA E LA PAURA DEL PUBBLICO, Talento o ostinazione. Come raggiungere i propri obiettivi?, Come studiare di più al pianoforte, Come rimanere concentrati?, Come essere felici (per musicisti e non), Come superare i propri limiti (per musicisti e non), Cambiare pensieri negativi in positivi, Rimanere concentrati sul palco o ad un esame.

il pianista e la paura del pubblico_nicolò de maria
Come prepararsi alla performance e prevenire i vuoti di memoria

Il pianista e la paura del pubblico

Il libro “Il pianista e la paura del pubblico” è una raccolta e un approfondimento degli articoli più letti dagli utenti. Se vuoi approfondire questo articolo e gli argomenti principali di questo sito, quali l’ansia da palcoscenico, la paura di suonare in pubblico, le tecniche di memorizzazione musicale, la sicurezza in se stessi e la solidità tecnica clicca sul bottone qui sotto.


Articoli correlati

Ansia pre-esame? La memoria ti spaventa? Cosa fare prima di suonare in pubblico, 7 Pratici consigli per affrontare la memoria musicale e l’ansia di suonare in pubblico, Ansia da vuoto di memoria? 5 consigli pratici su come affrontarla, IL PIANISTA E LA PAURA DEL PUBBLICO, Talento o ostinazione. Come raggiungere i propri obiettivi?, Come studiare di più al pianoforte, Come rimanere concentrati?, Come superare i propri limiti (per musicisti e non), Cambiare pensieri negativi in positivi, Paura del giudizio degli altri?, Rimanere concentrati sul palco o ad un esame.


Come essere felici? La soddisfazione o l’insoddisfazione per ciò che la vita ci impone o ci regala da cosa dipende? Dipende dai soldi che abbiamo nel conto in banca, o forse dalla posizione sociale che ricopriamo? Cos’è che secondo te potrebbe veramente darti la felicità?

Riflettiamoci insieme in questo articolo.

Molto spesso la nostra soddisfazione o insoddisfazione rispetto ad un evento non dipende da un giudizio oggettivo, ma da una nostra pretesa.

Forse la domanda “come essere felici?” andrebbe riformulata? Ad esempio così: “Cosa ritengo sia indispensabile raggiungere o avere per essere felici?”

Cari lettori, dobbiamo fare luce su un concetto che per noi musicisti è molto caldo. Vale per chiunque, non necessariamente un musicista.

Siamo noi che ci imponiamo un determinato obiettivo, spesso molto ambito e difficile da raggiungere, e se non lo otteniamo ci sentiamo insoddisfatti con noi stessi, ritenendoci dei falliti, degli sfigati agli occhi degli altri.

Spesso ci diamo delle regole da rispettare. Sono per lo più regole che ci imponiamo inconsapevolmente, senza farci caso, su cosa deve accadere o meno nella nostra vita, per aggiudicarci il premio della meritata felicità. 

Ogni persona ha le sue regole, si crea il suo regolamento personale per potersi sentire autorizzato a spuntare di volta in volta le caselle della personale check-list, e tutto ciò è influenzato dal contesto culturale, professionale e familiare.

Se non si raggiungono determinati obiettivi imposti dalla Società Mondiale “Obiettivi S.p.A.” non si può e non si DEVE essere felici.

Quanto è falso tutto questo.. eppure ci ricadiamo tutte le volte senza nemmeno accorgercene.

Questo accade molto spesso tra i musicisti, i quali vivono in ambienti dove la competizione è altissima e tutto ciò deturpa la bellezza autentica del fare musica.

Sin da piccoli, gli studenti di uno strumento musicale percepiscono la pressione della competizione, del dover essere migliori degli altri, perdendo di vista il vero obiettivo: fare musica e divertirsi.

Ognuno di noi si dà delle regole che spesso sono fatte di obiettivi: “Se riesco a…. allora….”, “Se raggiungo quel… finalmente sarò felice”.

C’è molta gente insoddisfatta per non avere raggiunto un determinato posto di lavoro o stato sociale.

Costoro potranno essere felici solo in due modi: o raggiungono il loro obiettivo o cambiano le personali regole di vita. Non avranno altre vie d’uscita, al di fuori della rassegnazione.

Ma adesso vi dico una cosa alla quale forse non avete mai fatto caso.

Se le regole che ci imponiamo sono troppo rigide, ci stiamo condannando ad una vita di fallimenti.

Con questo non intendo dire che non bisogna perseguire i propri sogni, intendo dire che è necessario fare un’attenta analisi degli obiettivi che ci imponiamo.

Conosco moltissimi musicisti, di tutte le età, insoddisfatti perché desidererebbero fare più concerti, desidererebbero avere più spettatori ai loro concerti, desidererebbero essere pagati di più, desidererebbero vincere determinati concorsi internazionali, desidererebbero non sbagliare nemmeno una nota ai concerti ed essere impeccabili come per un’incisione. 

Desidererebbero, desidererebbero, desidererebbero…

È certo che obiettivi di questo tipo conducono ad una vita di stress e frustrazioni se non vengono raggiunti.

È importante comprendere cosa ha valore per noi, cosa ha VERAMENTE valore.

Non credo abbiano successo solo i solisti che si esibiscono in teatri rinomati.

Ritengo invece che anche un bravo docente, capace di stimolare la motivazione e la passione della musica nei suoi allievi, abbia molto successo e possa meritare la coppa della soddisfazione personale e della felicità.

Solo un datore di lavoro affermato o un imprenditore che possiede un’auto molto costosa può essere felice?

E un padre di famiglia che va a lavorare con passione non può essere felice? Pur non avendo un grosso reddito.

I concetti di felicità e di soddisfazione che ognuno di noi si crea nella propria mente influenzano radicalmente la nostra vita e quasi del tutto le nostre scelte professionali.

Spesso, però, ci si impone di raggiungere un determinato status sociale perché condizionati dalla società in cui viviamo, senza pensare che in un ipotetico altro contesto, in un altro posto del mondo, in una differente società i modelli di felicità sono diametralmente opposti.

La Parabola del pescatore

Vorrei proporvi la lettura di quella che è ormai conosciuta come la Parabola del pescatore.

Un uomo d’affari statunitense, su ordine del medico, si concesse una vacanza in un piccolo villaggio costiero messicano.

Incapace di prendere sonno dopo avere ricevuto una telefonata urgente dall’ufficio, si avviò verso il molo per schiarirsi le idee.

Lì era attraccata una minuscola imbarcazione con un solo pescatore, carica di tonni pinna gialla. L’americano si complimentò con il messicano per la pesca.

«Quanto ci ha messo a pescarli?» domandò l’americano. «Pochissimo tempo» rispose il messicano in un inglese sorprendentemente buono.

«Perché non sta fuori di più e prende più pesce?» domandò allora l’americano.

«È sufficiente per sostenere la mia famiglia e regalarne un po’ agli amici» disse il messicano mentre li scaricava in una cesta.

«Ma… Che cosa fa il resto del tempo?»

Il messicano alzò lo sguardo e sorrise.

«Dormo fino a tardi, pesco un po’, gioco con i miei figli, faccio una siesta insieme a mia moglie Julia, e giro per il villaggio ogni sera, dove bevo vino e suono la chitarra con i miei amigos.

Ho una vita piena e impegnata, señor.»

L’americano rise e si allungò in tutta la sua statura.

«Signore, mi sono laureato a Harvard con un Master in Business Administration e posso darle una mano.

Dovrebbe dedicare più tempo alla pesca e in questo modo potrebbe acquistare una barca più grande.

In un attimo, con l’aumento dei profitti, potrebbe comperare numerose barche. Alla fine avrebbe una flotta di pescherecci.».

Proseguì. «Invece di vendere quello che pesca a un intermediario, potrebbe vendere direttamente ai clienti, e alla fine potrebbe aprire un conservificio.

Controllerebbe il prodotto, la lavorazione e la distribuzione.

Naturalmente dovrebbe lasciare questo piccolo villaggio costiero di pescatori e trasferirsi a Città del Messico, poi a Los Angeles e infine a New York, dove potrebbe gestire la sua impresa in espansione con un management appropriato.»

Il pescatore messicano domandò: «Ma, señor, quanto ci vorrà per tutto questo?».

Al che l’americano rispose: «Quindici, vent’anni. Massimo venticinque».
«E poi, señor?»
L’americano rise e disse: «Questa è la parte migliore.

Al momento giusto, lancerebbe una IPO e venderebbe le azioni della sua società al pubblico diventando veramente ricco.

Farebbe i milioni».

«Milioni, señor? E poi?»
«A quel punto potrebbe ritirarsi e trasferirsi in un piccolo villaggio costiero di pescatori, dove potrebbe dormire fino a tardi, pescare un po’, giocare con i suoi figli, fare una siesta insieme a sua moglie e girare per il villaggio la sera, per bere vino e suonare la chitarra insieme ai suoi amigos…»

Gli obiettivi che ci poniamo sono relativi e dipendono dai nostri desideri, che sono soggettivi.

La mente umana molto è programmata per non accontentarsi mai.

Insegue una ricchezza che non sarà mai sufficiente.

Quando hai zero ti sembra fantastica la prospettiva di avere 100, quando finalmente hai 100 pensi che non sarebbe male avere 1.000, quando hai 1.000 credi che te la potresti spassare se avessi 100.000 e così via all’infinito senza via d’uscita, senza nemmeno accorgertene.

Per gli artisti è la stessa cosa: quando suoni a un saggetto di classe pensi già al concerto di fine anno del conservatorio, quando suoni nell’auditorium della tua città pensi già al teatro provinciale, quando suoni in un teatro di calibro regionale pensi già a quelli nazionali e internazionali.

E così via all’infinito senza mai accontentarsi.

Con questo non voglio scoraggiare voi lettori a perseguire una meritata ricchezza economica, una splendida carriera, un livello artistico sempre più elevato; desidero bensì farvi riflettere sullo stato psicologico ed emotivo che questa ascesa e questo percorso vi comportano.

Qual è il prezzo da pagare? Rincorrere tanta ricchezza ti porta a vivere in un continuo stato di stress, ansia, frenesia, iperattività e non ti fa godere della ricompensa stessa? Sarai troppo impegnato a rincorrere obiettivi sempre più in alto.

Nel frattempo, il tempo passa. Inesorabile.

Allora, come essere felici?

Quali sono i vostri obiettivi da raggiungere?

In che modo puntate ad un risultato da raggiungere, a breve o lungo termine?

La domanda giusta è: cos’è che vi spinge a compiere ogni azione? Cosa vi motiva a perseguire un determinato sogno piuttosto che un altro?

La motivazione: cuore pulsante di ogni azione

Il motore pulsante che spinge ogni uomo a compiere qualsiasi tipo di azione è la motivazione.

In inglese in verbo “to be motivated” ha il significato di “to be moved”, ovvero essere portato o sentirsi emotivamente indotto a compiere un’azione.

Una persona che non sente dentro di sé l’impeto, lo stimolo, l’ispirazione del fare è immotivata.

Da questo punto di vista, non esistono persone pigre.

Esistono semplicemente persone che non hanno motivi sufficientemente validi da spingerli all’azione.

Ecco che sapere perché vuoi ottenere qualcosa è molto più importante di sapere cosa vuoi ottenere.

La motivazione reale ed autentica punta sui desideri profondi del soggetto, non legati a far felice qualcun altro o a riceve un premio materiale.

I desideri profondi entusiasmano e stimolano il soggetto.

Il percorso stesso, atto al raggiungimento dell’obiettivo, è di per se appagante.

I limiti possono spostarsi quando hai davanti a te qualcosa di talmente bello ed entusiasmante da farti dimenticare le difficoltà e gli ostacoli che dovrai affrontare.

Si possono compiere follie pur di raggiungere uno scopo, se è veramente motivato.

Nella scelta dei nostri obiettivi, di un risultato, di un’idea da realizzare dobbiamo sempre fermarci a riflettere sul perché.

Se l’idea di ottenere un risultato ti entusiasma, ti appaga, aumenta la tua autostima, libera la tua creatività, ti mette serenità, concilia la tua crescita personale e ti rende felice, allora… AVANTI TUTTA!

Se, invece, l’obiettivo che ti sei prefissato in realtà è l’obiettivo di qualcun altro oppure la ricompensa nella tua mente è solo la stima degli altri… lascia perdere!

Tutto ciò è il primo passo per avvicinarti alla felicità, la tua felicità. Non quella di qualcun altro per te.

Nicolò De Maria

Bibliografia:
T. Ferris, 4 Ore alla settimana, Cairo Editore, Milano 2017


Articoli correlati

Ansia pre-esame? La memoria ti spaventa? Cosa fare prima di suonare in pubblico, 7 Pratici consigli per affrontare la memoria musicale e l’ansia di suonare in pubblico, Ansia da vuoto di memoria? 5 consigli pratici su come affrontarla, IL PIANISTA E LA PAURA DEL PUBBLICO, Talento o ostinazione. Come raggiungere i propri obiettivi?, Come studiare di più al pianoforte, Come rimanere concentrati?, Come superare i propri limiti (per musicisti e non), Cambiare pensieri negativi in positivi, Paura del giudizio degli altri?, Rimanere concentrati sul palco o ad un esame.

il pianista e la paura del pubblico_nicolò de maria
Come prepararsi alla performance e prevenire i vuoti di memoria

Il pianista e la paura del pubblico

Il libro “Il pianista e la paura del pubblico” è una raccolta e un approfondimento degli articoli più letti dagli utenti. Se vuoi approfondire questo articolo e gli argomenti principali di questo sito, quali l’ansia da palcoscenico, la paura di suonare in pubblico, le tecniche di memorizzazione musicale, la sicurezza in se stessi e la solidità tecnica clicca sul bottone qui sotto.


Articoli correlati

Ansia pre-esame? La memoria ti spaventa? Cosa fare prima di suonare in pubblico, 7 Pratici consigli per affrontare la memoria musicale e l’ansia di suonare in pubblico, Ansia da vuoto di memoria? 5 consigli pratici su come affrontarla, IL PIANISTA E LA PAURA DEL PUBBLICO, Talento o ostinazione. Come raggiungere i propri obiettivi?, Come studiare di più al pianoforte, Come rimanere concentrati?, Come essere felici (per musicisti e non), Come superare i propri limiti (per musicisti e non), Paura del giudizio degli altri?, Rimanere concentrati sul palco o ad un esame.


Come cambiare pensieri negativi in positivi? Come trasformare una convinzione negativa in una positiva? Le convinzioni negative sono quelle che ti fanno vedere il mondo con gli occhiali della malizia, della timidezza, della paure delle critiche.

In ambito musicale, ma ciò ha valore in tutti gli ambiti lavorativi, i risultati delle performance o delle azioni di un soggetto sono fortemente influenzate dalla struttura di pensieri che lo stesso porta con se.

Le convinzioni mentali, come detto nell’articolo Come superare i propri limiti che ti invito a leggere, sono il frutto di mappe mentali che raramente costituiscono una ricostruzione fedele della realtà e che tendono a farci credere che tutto ciò che ci circonda sia un pericolo, una minaccia, qualcosa di arduo da affrontare con sicurezza in se stessi, autostima e disinvoltura.

Vi starete chiedendo “Ma allora come si sconfiggono queste convinzioni?”.

Lo scrittore e umorista statunitense Mark Twain Diceva:

“Quando ti trovi d’accordo con la maggioranza, è il momento di fermarti a riflettere.”

Prova a fare un lista di una decina di cose di cui sei assolutamente convinto e chiediti se ciò che credi sia corretto. In questo modo, potrai comprendere pian piano quali sono le convinzioni e i pensieri che non sono reali e che quindi ti restituiscono un mappa distorta della realtà. 

Sono quelle convinzioni che ti fanno vedere il mondo con gli occhiali della malizia, della timidezza, della paura delle critiche altrui…

Questi pensieri negativi non ti supportano, non ti stimolano e non ti rendono libero di essere te stesso, creativo ed entusiasta della vita.

E’ necessario fuggire questi pensieri, lasciarseli scivolare di dosso..

Ricorda, la vita è già abbastanza difficile per essere vissuta con alle spalle il peso di una struttura di cattive convinzioni.

Cari lettori e musicisti, mi rivolgo principalmente a voi anche se queste riflessioni valgono per chiunque, vi invito a focalizzare l’attenzione sui vostri processi mentali prima di approcciarvi a qualunque compito impegnativo o ad una performance.

Consapevolizzare i nostri pensieri, farne una radiografia per quanto possibile o un’analisi è indispensabile quanto il duro lavoro quotidiano che ci porta a raggiungere un risultato.

Riflettere su ciò che ci provoca ansia, timidezza e disagio è importante almeno tanto quanto lo è lo studio sul nostro strumento.

Spesso i musicisti tendono a fissare tutta la loro concentrazione prettamente sull’esecuzione strumentale senza ricordarsi che la centrale di comando è la nostra mente, che è preferibile mantenere nel più alto stato di benessere.

Dunque, prima di salire sul palco, prima di iniziare un discorso in pubblico, prima di dover affrontare un compito per il quale avete investito molte risorse ed energie, abituatevi a filtrare i pensieri negativi e a sostituirli con altri positivi.

Ad esempio, un soggetto con bassa autostima tende a prevedere tutto in modo pessimistico e non pensa che, invece, una determinata esperienza possa andare a buon fine.

Quando si innesca il pilota automatico, i cattivi pensieri possono essere svariati:

Sono un fallito, è sotto gli occhi di tutti!”, “Sono sicuro che anche questa volta tremerò come una foglia e perderò aderenza sulla tastiera”, “Non potrò mai passare questa audizione, quel giurato ce l’ha con me!”, “Sono sicuro che mi andrà male, magari potessi essere solido come..”..

Personalmente, partirei dal presupposto che non tutto deve andare sempre alla perfezione secondo i nostri canoni e che un margine di errore potrà sempre esserci. 

Quindi anche se qualcosa non dovesse andare secondo i nostri piani non sarà la fine del mondo!

Consiglio di fare uno sforzo mentale e di provare a contrastare questi pensieri con i seguenti:

“Anche se qualche esibizione non è stata impeccabile, stavolta cercherò di fare del mio meglio”, “Non è detto che anche questa volta tremerò, cercherò di concentrarmi sulla musica ed essere espressivo”, “Quest’audizione è molto importante, sono felice di essere qui. Se suono bene la giuria mi darà una buona valutazione. Nel peggiore dei casi riproverò l’anno prossimo!”, “Stavolta ho studiato molto e con metodo, andrà bene!”

Queste sono alcune delle sostituzioni mentali che vi consiglio di abituarvi a maturare.

Nicolò De Maria


Articoli correlati

Ansia pre-esame? La memoria ti spaventa? Cosa fare prima di suonare in pubblico, 7 Pratici consigli per affrontare la memoria musicale e l’ansia di suonare in pubblico, Ansia da vuoto di memoria? 5 consigli pratici su come affrontarla, IL PIANISTA E LA PAURA DEL PUBBLICO, Talento o ostinazione. Come raggiungere i propri obiettivi?, Come studiare di più al pianoforte, Come rimanere concentrati?, Come essere felici (per musicisti e non), Come superare i propri limiti (per musicisti e non), Paura del giudizio degli altri?, Rimanere concentrati sul palco o ad un esame.

il pianista e la paura del pubblico_nicolò de maria
Come prepararsi alla performance e prevenire i vuoti di memoria

Il pianista e la paura del pubblico

Il libro “Il pianista e la paura del pubblico” è una raccolta e un approfondimento degli articoli più letti dagli utenti. Se vuoi approfondire questo articolo e gli argomenti principali di questo sito, quali l’ansia da palcoscenico, la paura di suonare in pubblico, le tecniche di memorizzazione musicale, la sicurezza in se stessi e la solidità tecnica clicca sul bottone qui sotto.


Articoli correlati

Ansia pre-esame? La memoria ti spaventa? Cosa fare prima di suonare in pubblico, 7 Pratici consigli per affrontare la memoria musicale e l’ansia di suonare in pubblico, Ansia da vuoto di memoria? 5 consigli pratici su come affrontarla, IL PIANISTA E LA PAURA DEL PUBBLICO, Talento o ostinazione. Come raggiungere i propri obiettivi?, Come studiare di più al pianoforte, Come rimanere concentrati?, Come essere felici (per musicisti e non), Cambiare pensieri negativi in positivi, Paura del giudizio degli altri?, Rimanere concentrati sul palco o ad un esame.


Come superare i propri limiti? La nostra mente ha il potere di dirci cosa possiamo fare e cosa non saremo mai in grado di fare. E lo fa sulla base di convinzioni, la maggior parte delle quali non sono reali.

Noi siamo ciò che vogliamo! Il limite, reale o immaginario che sia, si sposterà di conseguenza.

Mi rivolgo sia a musicisti in cerca di una maggiore sicurezza sul palcoscenico sia a chiunque senta il desiderio di esprimersi davanti ad un pubblico senza tremare, con disinvoltura e massima sicurezza in se stessi.

Il nostro interlocutore può essere una platea colma di spettatori oppure un gruppo ristretto di colleghi di lavoro riuniti in un meeting aziendale o, ancora, un datore di lavoro, un direttore, una persona che semplicemente ha il potere di metterci in soggezione.

Se senti di dover lavorare sulla tua libertà di esprimerti in queste occasioni, leggi questo articolo fino in fondo.

Il potere delle nostre convinzioni mentali

“La mia teoria è spassarmela un mondo e non lasciare che qualsiasi cosa mi impedisca di fare ciò che voglio”  (Michel Petrucciani)

Dal 2003 non subisce una sola sconfitta. Ha raggiunto il record di 470 vittorie consecutive. È numero uno del ranking mondiale con alle spalle otto medaglie alle Paraolimpiadi, di cui sette d’oro.

Esther Vergeer,
ex tennista olandese,
disabile in carrozzina.

Scala le montagne a mani nude e senza corde. Va fortissimo: in tre ore raggiunge risultati che i compagni raggiungerebbero solo in due giorni.

Alex Honnold,
arrampicatore e alpinista statunitense.

Sin da piccola aveva una tremenda paura di volare, ma non si è arresa. Ha preso il brevetto per pilotare velivoli leggeri.

Jessica Cox,
prima pilota sportiva
senza braccia.

È sordo dalla nascita e può captare qualche frequenza solo grazie ad un impianto cocleare. Ha lottato tutta la vita per perseguire la sua passione e fare musica.

Davide Santacolomba, mio amico e collega,
pianista siciliano dalla grande espressività ed emotività
che tiene regolarmente concerti.

E’ la nostra mente che ha il potere di dirci cosa possiamo fare e cosa invece ci sarà sempre impossibile realizzare. E lo fa sulla base di convinzioni, la maggior parte delle quali non sono reali o sono frutto di immaginazione o di paure che si basano su esperienze negative.

Come dice Marco Montemagno, è come se esistesse nel mondo una fantomatica società di nome “Limiti S.p.A” che decide i limiti degli umani.

Come hanno fatto quei signori ad oltrepassare quei limiti? Voglio dire, quanta motivazione serve per decidere un giorno di cambiare la propria vita in modo così radicale partendo realmente svantaggiati?

Sono dei supereroi? Come hanno fatto anche solo a pensare a imprese così incredibili?

La riposta è: hanno oltrepassato i loro schemi mentali, non hanno dato ascolto ai loro dialoghi interiori che gli dicevano che sarebbe stato impossibile raggiungere un determinato obiettivo.

Noi siamo ciò che vogliamo. Il limite si sposterà di conseguenza.

Se pensiamo al nostro passato, quante volte ci è capito di sorprenderci positivamente di noi stessi? Quante volte ci siamo detti: “Caspita, alla fine dei conti non è andata poi così male! Me la sono cavata!”

Io sono certo che ognuno di noi ha almeno una decina di ricordi positivi, durante i quali ha dimostrato a se stesso di valere di più di quello che credeva.

Le limitazioni che ci imponiamo sono un prodotto della mente, un prodotto che però all’origine non esisteva. Lo creiamo noi, a misura su noi stessi. Non è la realtà.

Gli “eroi” di cui vi ho parlato all’inizio dell’articolo e che non si sono fatti imprigionare dai loro “limiti” fisici ne sono l’esempio vivente.

Le convinzioni che abbiamo sulla vita, sulla nostra storia, su ciò che ci succede, sulle persone intorno a noi e, soprattutto, su ciò che riteniamo di poter o non poter fare influenzano totalmente la nostra esistenza.

A causa delle nostre convinzioni compiamo tutti i giorni scelte radicali, alcune delle quali cambieranno il corso della nostra carriera e della nostra vita per sempre. 

Tutto ciò avviene esclusivamente sulla base di quella che è la nostra soggettiva e personale mappa mentale.

Cos’è la mappa mentale? È il modo in cui ognuno di noi codifica l’esperienza intorno a sé, sulla base di come quest’ultima viene vissuta.

Creiamo una sintesi personale di ciò che i nostri sensi captano e di ciò che sperimentiamo quotidianamente. Ma non solo, ne associamo un’analisi, un giudizio e creiamo così un nostro schema mentale.

Ad esempio, nel caso dei musicisti (ma l’esempio calzerebbe anche nel caso si trattasse di un intervento ad un conferenza aziendale), più persone vanno ad ascoltare lo stesso concerto. Uscite dalla sala, iniziano tra loro a commentarlo, ma ognuna di loro ha captato peculiarità differenti associando allo spettacolo un’analisi personale.

Alcuni commenteranno la performance in modo positivo focalizzandosi su elementi che l’esecutore ha saputo curare maggiormente, altri si focalizzeranno su elementi relativamente più deboli che quindi indurranno commenti negativi.

La visione dello stesso identico evento può variare in modo molto soggettivo. Tuttavia il modo in cui noi analizziamo una determinata esperienza cambierà radicalmente le nostre scelte future, i nostri atteggiamenti e, in ambito musicale, il nostro modo di studiare e approcciarci alle esecuzioni.

Le tue convinzioni ti daranno sempre ragione

Le convinzioni, reali o distorte che siano, hanno il potere di farci credere che abbiamo sempre ragione. Sia che tu creda di farcela a oltrepassare un limite, sia che tu creda di non farcela, avrai sempre ragione.

Il punto è: ce la farai se credi realmente di farcela!

Ad esempio, sei convinto che per diventare un bravo musicista avresti dovuto iniziare a suonare quando avevi cinque anni. Ormai è troppo tardi per te, perciò sarai di sicuro un fallito. Sei convinto di questo e nessuno potrà farti cambiare idea! Niente di più errato e controproducente.

Le nostre convinzioni mentali, in parte o del tutto, possono essere reali ma non è sempre detto che lo siano. In alcuni casi queste possono supportarci e spronarci a fare qualcosa di buono, in altri purtroppo tendono a limitare la nostra creatività e la possibilità di godersi appieno la vita.

Quando pensiamo di essere incapaci a fare qualcosa è molto probabile che non investiamo nessuna energia nemmeno per fare un tentativo, a causa della paura di fallire. Oppure, se dovessimo decidere di fare uno sforzo, al primo ostacolo, ci ricordiamo delle nostre debolezze e ci ripetiamo: “Ecco, lo sapevo! Che stupido che sono stato anche solo a tentare!”.

Se siamo mentalmente programmati in modo tale da credere che durante una determinata esecuzione live avremo un vuoto di memoria, poiché in altre occasioni passate è accaduto, sprecheremo più energie a pensare alla nostra paura che alla musica. L’eco di questo approccio si manifesta per mezzo di un ulteriore fallimento.

Se siamo mentalmente programmati in modo tale da credere che durante uno speech pubblico perderemo il filo del discorso, ci faremo distrarre dai commenti che trapelano dal pubblico e non sapremo più riprendere il discorso, poiché in altre occasioni è accaduto e, anche in questo caso, sprecheremo più energie a pensare alla nostra paura che al discorso in sé.

Purtroppo esistono casi molto gravi nei quali sono proprio le persone di riferimento, quelle più importanti (un genitore, un maestro, un educatore, un datore di lavoro) ad inculcare nei più deboli sentimenti di insicurezza e di bassa autostima.

Se vi sentite ripetere: “Non vali nulla! Suonerai sempre male! Non avrai mai una tecnica abbastanza solida! Non sei musicale!” oppure “Non sei abbastanza sicuro di stesso! Quando ti deciderai a darti una svegliata!?”

Beh.. allora il mio consiglio è mandateli a c****e, cambiate maestro, voltate pagina.

Avete bisogno di persone diverse, che credono in voi e che vi supportino e vi stimolino a fare meglio senza denigrarvi.

Altrimenti, a meno che tu non abbia una sicurezza e un’autostima di ferro, crederai sempre di non valere una pezza. Questo influenzerà radicalmente la tua crescita umana e musicale.

È ancora più grave, se al di fuori della sfera musicale, nella vita quotidiana, sono genitori o familiari a ricordare a un bambino o ad un adolescente che è un incapace.

Dire a un figlio “Sei un incapace, sei un fallito, non farai mai nulla di buono” lo condannerà per sempre a lottare contro questa etichetta, perché qualunque sforzo faccia crederà di essere solo un fallito.

Al contrario, dirgli invece “Coraggio, crediamo in te!”, “Hai sempre suonato bene, hai sempre fatto del tuo meglio!”, “Vedrai che andrà bene anche questa volta e, se anche qualcosa dovesse andare storto, sarà un’occasione per migliorarti ancora di più!” rinforzerà la sua autostima e la sua sicurezza.

Nicolò De Maria


Articoli correlati

Ansia pre-esame? La memoria ti spaventa? Cosa fare prima di suonare in pubblico, 7 Pratici consigli per affrontare la memoria musicale e l’ansia di suonare in pubblico, Ansia da vuoto di memoria? 5 consigli pratici su come affrontarla, IL PIANISTA E LA PAURA DEL PUBBLICO, Talento o ostinazione. Come raggiungere i propri obiettivi?, Come studiare di più al pianoforte, Come rimanere concentrati?, Come essere felici (per musicisti e non), Cambiare pensieri negativi in positivi, Paura del giudizio degli altri?, Rimanere concentrati sul palco o ad un esame.

In questo articolo vorrei affrontare per grandi linee uno dei metodi didattici pianistici (illustrato con molta chiarezza dalla Dott. Chiara Macrì nel suo libro “La nascita della moderna didattica pianistica”) che per primi hanno affrontato il problema della “non-sufficienza” della tecnica di solo dito sulla tastiera.

Il contesto storico-musicale

Già dalla seconda metà del XVIII secolo si svilupparono nuove tipologie di ascoltatore e nacquero nuovi strumenti. Il pubblico si fece più esigente, sia da un punto di vista musicale ed espressivo, sia da un punto di vista tecnico e del mero virtuosismo; inoltre, i pianoforte presentati allora da Erald e Steinweg richiesero presto un peso ed una forza sulla tastiera decisamente maggiori.

 

In tanti si interrogarono sulle tecniche da utilizzare per far scaturire da questi nuovi strumenti le massime sonorità. Di certo, quest’ultimo divenne uno degli argomenti più discussi tra pianisti e didatti.

Il famoso guidamani  di Kalkbrenner o il Dactyliondi Henri Herz furono alcuni degli strumenti figli di quest’epoca, causa per cui anche Schumann dovette stroncare la sua carriera da concertista.

Erano strumenti che tenevano a riposo l’arto superiore e facevano in modo di sforzare e sviluppare esclusivamente i muscoli delle dite, con indicibili ed evidenti rischi: furono numerosissimi i danni irrimediabili e gli incidenti subiti dai pianisti nella seconda metà del XIX secolo.

Ludwig Deppe, pianista e direttore d’orchestra tedesco

Ludwig Deppe, noto pianista e didatta del pianoforte tedesco, affrontò il problema sopracitato descrivendo un nuovo metodo pratico nell’articolo “Armleiden der Klavierspieler” (“dolori nelle braccia dei pianisti”). Il “metodo”, dopo la morte del maestro avvenuta nel 1890, è stato tramandato e approfondito dai suoi allievi: Amy Fay, Tony Bandmann, Elizabeth Caland, Hermann Klose e altri.

Il “metodo pianistico” di Ludwig Deppe

In generale, il suono non doveva essere prodotto dal movimento isolato del dito, bensì da tutti i muscoli dell’arto superiore.

Infatti, il dito, soprattutto sui nuovi pianoforte dell’epoca (e anche su quelli attuali), sarebbe sottoposto ad uno sforzo eccessivo che, come visto in precedente, porterebbe a immediati danni irreparabili alla mano.

Secondo Deppe l’azione dell’attacco del tasto andava effettuata con la partecipazione di tutti i muscoli del braccio.  

Uno dei principi basilari del maestro tedesco era la “libera caduta” che, come scrive Elizabeth Caland, non andava intesa come “una caduta per forza di gravità” sulla tastiera, bensì come “caduta libera controllata”.

Sembrerebbe contradditorio, tuttavia Deppe voleva intendere un movimento del braccio totalmente libero, senza costrizioni: rilassato!

Quindi erano richiesto movimenti rotondi e naturali, armoniosi e rilassati, morbidi e flessibili.

Puoi approfondire questo argomento leggendo gli articoli Rilassamento muscolare? Tre consigli pratici del didatta russo NeuhausGyorgy Sandor. 8 Sintetiche istruzioni per la caduta libera al pianoforteLa caduta libera al pianoforte. Serve? Non serve? Se si, a cosa?.

Lo studio mentale

Un altro aspetto fondamentale di Ludwig Deppe era l’attiva partecipazione del dito. Cioè il dito doveva essere vivo e reattivo, consapevole: controllato dalla volontà.

Deppe rimarcava la necessità di preparare mentalmente qualsiasi suono stesse per essere suonato ed evitava ogni movimento puramente meccanico senza la partecipazione della mente.

Allenamento dell’orecchio e bellezza del suono

Elizabeth Caland riporta quanto la didattica di Ludwig Deppe ponesse l’attenzione sull’aspetto musicale e sulla bellezza del suono.

Era di primaria importanza che gli allievi sviluppassero il desiderio di ricercare nella mente il bel suono e che l’ascolto procedesse di pari passo con la tecnica. Il motto di Deppe era: “se sembra bello, allora è davvero giusto”.

In generale, per il maestro tedesco i progressi pianistici dipendevano dalle conoscenze, dal vigore mentale e dal tenere insieme l’aspetto musicale e quello tecnico.

 

Nicolò De Maria

Bibliografia:

Macrì, C. (2016). La nascita della moderna didattica pianistica. Torino: Giancarlo Zedde.

Deppe, L. (1885). Armleiden der Klavierspielers. Der Klavierlehrer

Caland, E. (1919). Armbewegungen beim kunstlerischen Klavierspiel. Magdeburg: Heinrichshofen’s Verlag.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

Il celebre pianista e didatta ungherese Gyorgy Sandor ha dedicato, nel suo libro “Come si suona il pianoforte”, un intero capitolo alla caduta libera al pianoforte, passando in rassegna i principali aspetti che la compongono: dalla forza di gravità (vista come l’energia primaria che consente al pianista di compiere il gesto in questione) al sistema muscolare, dalla tecnica del peso alle diverse fasi di caduta, impatto e sollevamento; sono citati anche diversi esempi di immediata applicazione pratica.

Vi consiglio di darne una lettura la quale senza dubbio potrà suscitarvi riflessioni utili alla formazione vostra pianistica.

Istruzioni per la caduta libera al pianoforte

Gyorgy Sandor, a conclusione del suo capitolo sulla caduta al pianoforte, riassume i principali aspetti ai quali l’esecutore dovrebbe fare attenzione per raggiungere il massimo risultato.

Ho già parlato lungamente della caduta al pianoforte quindi, nel caso in cui voleste approfondire l’argomento, potete leggere i seguenti articoli: La caduta libera al pianoforte. Serve? Non serve? Se si, a cosa?Come studiare al pianoforte i passaggi difficili con le cadute.

Entriamo nel cuore di questo articolo riportando le istruzioni lasciateci in eredità da Sandor:

  1. La spalla non deve partecipare attivamente alla caduta libera. Essa non deve compiere alcun movimento: deve limitarsi a sostenere e poi abbandonare il braccio”

Questo è uno concetti basilari della caduta libera: il rilassamento. La caduta per essere “libera”, deve essere effettuata senza alcun intervento dei muscoli.

 

Per molti può sembrare scontato, ma vi assicuro che non lo è.

I muscoli del braccio servono esclusivamente a sollevare la mano fino all’altezza necessaria, il resto sarà delegato alla forza di gravità (parleremo poi delle dita e della preparazione della mano nella fase dell’impatto).

2. “Non sedete né troppo vicino né troppo lontano dal pianoforte; la posizione corretta è quella che permette la caduta dell’ultima falange delle dita lungo una linea perfettamente verticale, con le dita leggermente arcuate”.

3. “La testa e il corpo non prendono parte attiva al movimento; durante la fase di caduta libera essi rimangono immobili”.

4. “Non fate scivolare le dita sui tasti dopo l’impatto, e meno che mai durante l’impatto. Durante la prima fase, le dita debbono essere sollevate in linea verticale con un movimento coordinato della mano, dell’avambraccio e del braccio”.

5. “Non deve esercitarsi nessuna pressione sui tasti dopo l’istante dell’impatto né durante la fase in cui il braccio solleva nuovamente avambraccio, mano e dita dalla tastiera. Il tasto va semplicemente tenuto “schiacciato” con una minima quantità di peso fino al momento del distacco”.

Abbiamo detto che la caduta deve avvenire con il massimo rilassamento. Tuttavia, giustamente ci si chiederebbe “Se cadessimo realmente senza alcun intervento muscolare, come potremmo evitare che la mano cada casualmente e come un peso morto sui tasti?”. In effetti, la caduta deve essere “libera”, cioè completamente rilassata; ma la mano “pronta, preparata” per non farsi schiacciare dalla caduta stessa.

 

La mano, infatti, si prepara all’impatto e, presto in fase di sollevamento, si posiziona come se stesse già suonando le note che seguono.

Quindi la mano è rilassata, ma non del tutto. La mano asseconda il gesto. E’ fondamentale non fraintendere questo aspetto.

Nella fase dell’impatto, come potete immaginare, la mano e le dita dovranno sostenere il peso del braccio in caduta imprimendo una forza opposta non indifferente. E ciò provoca una tensione. Tale tensione necessita di essere sciolta subito dopo l’impatto.

Quindi riassumendo: la caduta avviene quasi del tutto in modo rilassato, eccetto per il momento dell’impatto. Subito dopo, durante la fase di sollevamento, dita, mano e braccio vanno sciolti e “ripreparati” alla posizione successiva, pronti per un’altra caduta libera.

6. “Le articolazioni delle dita e del polso debbono essere elastiche: mai rigide né troppo sciolte”

Infatti l’impatto risulterebbe secco e violento se le articolazioni fossero rigide e, al contrario, non avverrebbe nessun impatto se le articolazioni fossero troppo sciolte.

Trovare quindi la tensione minima necessaria.

7. “E’ molto importante non interferire con la velocità prodotta dalla forza di gravità, né aumentandola né diminuendola”.

8. “Al fine di produrre sonorità elevate “tutto ciò che dobbiamo fare è alzare il braccio nella giusta posizione – e lasciarlo andare!”

Sandor scrive proprio così, semplificando sorprendentemente il gesto della caduta nelle dinamiche forti.

Quindi l’obiettivo è raggiungere il massimo risultato con il minimo sforzo guardandosi dall’usare troppa forza in considerazione dei limiti di elasticità dello strumento.

Molti grandi virtuosi del pianoforte (Hofmann, Godowski, Friedman, Schnabel, Bartòk, per esempio) pur essendo piccoli di statura erano capaci di produrre tutte le sonorità che desideravano con uno sforzo non eccessivo, per mezzo della caduta.

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Sandor, G. (1984). Come si suona il pianoforte. Milano: Rizzoli Editore.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

il pianista e la paura del pubblico_nicolò de maria

Il pianista e la paura del pubblico

Come prepararsi alla performance e prevenire i vuoti di memoria

Il libro Il pianista e la paura del pubblicoè una raccolta e un approfondimento degli articoli più letti dagli utenti. Se vuoi approfondire questo articolo e gli argomenti principali di questo sito, quali l’ansia da palcoscenico, la paura di suonare in pubblico, le tecniche di memorizzazione musicale, la sicurezza in se stessi e la solidità tecnica clicca qui sotto.

ARTICOLI CORRELATI

Suonare a memoria. Tipi di memoria musicale e tecniche di memorizzazione, Ansia pre-esame? La memoria ti spaventa? Cosa fare prima di suonare in pubblicoAnsia da vuoto di memoria? 5 consigli pratici su come affrontarlaIL PIANISTA E LA PAURA DEL PUBBLICOTalento o ostinazione. Come raggiungere i propri obiettivi?Come studiare di più al pianoforteCome rimanere concentrati?Come essere felici (per musicisti e non)Come superare i propri limiti (per musicisti e non)Cambiare pensieri negativi in positiviPaura del giudizio degli altri?Rimanere concentrati sul palco o ad un esame.

Indice di navigazione

In questo articolo cercherò di rispondere ad una domanda che in molti mi hanno posto: come sconfiggere l’ansia di suonare in pubblico? come affrontare serenamente un’esecuzione pubblica suonando a memoria?

Cercherò in queste righe di condividere con voi alcuni consigli concreti, i quali una volta applicati porteranno certamente ad un miglioramento delle condizioni psicologiche con le quali ci approcciamo al palcoscenico.

Sono moltissimi i musicisti che lottano contro l’ansia di suonare in pubblico.

E’ sorprendente riconoscere quanti musicisti e, nello specifico, pianisti combattono contro l’ansia di suonare in pubblico e di incappare in un vuoto di memoria. E’ un timore con cui tutti siamo chiamati a convivere.

In effetti, spesso crediamo che siamo gli unici a temere il pubblico. Non è affatto così, anzi! E’ del tutto normale. A tutti i livelli, sono moltissimi i pianisti che soffrono la pressione dell’esecuzione pubblica, dai piccoli saggi di classe ai concerti nelle grandi sale.

Ho avuto modo di trovarmi vicino a pianisti di altissimo calibro che tremavano prima di salire su palchi di teatri anche da 1000 spettatori. Alcuni di loro avrebbero anche voluto rinunciare ad esibirsi se avessero potuto.

Allora come controllare l’ansia da palcoscenico?

Dobbiamo giocare di anticipo. Prepararci al momento dell’esibizione!

Per mezzo di questo guida farò in modo che il momento dell’esecuzione live non diventi un incubo. Ci prepareremo affinchè il controllo e la resistenza acquisite durante la fase di studio abbiano il sopravvento sul timore di incappare in un errore inaspettato.
Abbiamo detto che sono moltissimi i musicisti che temono una performance pubblica, tuttavia, cos’è che fa la differenza tra un pianista solido ed uno che trema sul palco? Cos’è che fa la differenza tra un musicista che non sbaglia nemmeno una nota ed uno che invece non è capace di controllare il rilassamento del corpo e la tendenza a correre?

A mio avviso e sulla base della mia esperienza, ciò che conta di più non è eliminare l’ansia, ma è imparare a conviverci controllandola.

Non si tratta di psicologia: ne ho sentito parlare mille volte. Sono tanti i maestri, amici o colleghi che cercheranno di tranquillizzarvi dicendovi: “ma stai tranquillo!”, “cosa vuoi che succeda?”, “studia di più!”,  “chi se ne frega del pubblico”, “stai calmo, andrà bene” o chissà cos’altro.

Io ritengo che la soluzione a questo disagio non sia eliminarlo, ma controllarlo e gestirlo.

E’ molto importante mparare a conviverci e prepararsi a ciò in anticipo.

Per fare ciò è necessario avere una sicurezza e una padronanza del repertorio superiori alla paura di sbagliare. Più siamo sensibili emotivamente e più dobbiamo mirare ad essere preparati al 150%.

Ciò non vuol dire semplicemente studiare di più, ho visto colleghi studiare giornate intere senza nemmeno pranzare a causa di un esame di conservatorio. Questo non è detto che porti i frutti desiderati.

E’ necessario studiare la performance!

Vi sembra di aver scoperto l’acqua calda? Assolutamente no! Sono pochissimi coloro che studiano la performance.

La maggior parte degli studenti di conservatorio si preparano meticolosamente sui dettagli del repertorio (ad esempio sforzati, accenti, minuzie dinamiche, diversità di tocco, eccetera) quando poi in pubblico  -a causa dell’ansia- vengono tralasciati aspetti più strutturali come l’esattezza ritmica, il solfeggio e le note! E’ un vero peccato!

Questo avviene poiché non ci si prepara all’esecuzione, non si studia la performance!

Vi consiglio di leggere un approfondimento a questo argomento leggendo l’articolo “Ansia da Palcoscenico? La sicurezza come base della libertà

Come studiare la performance al fine di acquisire un controllo ed una sicurezza superiori all’ansia di suonare in pubblico?

Ecco alcuni consigli pratici che spero saranno di immediata applicazione:

  1. La lettura di un nuovo brano

La lettura di un nuovo brano è una delle fasi più importanti ai fini del raggiungimento di un alto livello di controllo. Spesso si pensa che ci si debba preoccupare della memoria musicale e della sicurezza sul palcoscenico quando il brano è già pronto o quando si avvicinano gli appuntamenti artistici.

Tutt’altro! Una buona lettura permette che non vengano a crearsi difetti e imprecisioni che rischiamo di portarci dietro durante tutto il periodo di studio.

Gli errori di lettura -e non parlo solo di note, bensì di dettagli fraseologici e musicali- sono, inoltre, difficilissimi da correggere una volta assimilati.

 

Soprattutto quando abbiamo a disposizione poco tempo per montare un nuovo repertorio, la lettura deve avvenire con la massima attenzione.

Se abbiamo poco tempo, l’unica chance è affrontare con la massima calma la lettura del nuovo brano. La fretta ci fa perdere tempo! 

Per iniziare, richiamerei l’attenzione sulla diteggiatura, dettaglio che a volte viene snobbato o addirittura improvvisato. Niente di più rischioso, provare per credere!

La diteggiatura, come sapete, necessita di essere valutata, provata, riprovata, vagliata e scritta sulla parte.

La diteggiatura necessità di essere scritta! Sempre e nella sua interezza! Anche quando i passaggi sono molto semplici.

Ho avuto l’occasione di avere tra le mani per pochi minuti uno dei volumi degli studi di Chopin appartenuti a Michelangeli. Rimasi sorprendentemente meravigliato quando notai che su ogni nota era scritto il relativo dito. Intendo proprio su tutte le note, anche sui bassi. Erano segnati, ad esempio, tutti i 1° e 5° dito degli arpeggi del primo studio op. 10! Incredibile!

Quanto più, allora, a noi comuni mortali gioverebbe una diteggiatura scritta nella sua interezza? Moltissimo! Quindi che la lettura avvenga lentamente.

Più lentamente avviene e più risparmiate tempo, poichè avrete l’occasione di focalizzare la vostra attenzione su moltissimi dettagli, assimilandoli sin dall’inizio e senza doverci tornare in seguito.

È utilissimo, a mio parere, sin da subito, essere molto severi con se stessi ed essere il più chiari e precisi possibile. È sufficiente tentare di non tralasciare nulla cercando in tutti i modi di eseguire la nuova sezione musicale rispettando rigorosamente la diteggiatura scritta e alla massima perfezione tecnica, ritmica, fraseologica e musicale, anche se ad un tempo lentissimo.

Se si riesce ad ottenere questo, si è già a buon punto, poichè (semplificando e per alcuni aspetti – non fraintendetemi) basterà accelerare gradualmente.

Non giustificatevi se sbagliate note! Anzi, correggetele subito e fate in modo di non compiere lo stesso errore in avanti.

Quando studiate nel salotto di casa vostra suonate come se foste su un palco col pubblico presente, caricandovi ogni giorno di un pizzico di stress che percepirete quando vi esibirete realmente.

Cullarsi non serve, è utile solamente a perdere tempo. Provate ad essere severi con voi stessi e attenti sin da subito e sarete a metà del lavoro in pochissimo tempo.

  1. Sentirsi comodi anche nei passaggi tecnici difficili

 Uno dei principali fattori che causano l’ansia da palcoscenico e la paura di suonare in pubblico riguarda i passaggi tecnici difficili.

Infatti, come ben potete immaginare, quando dobbiamo eseguire un repertorio relativamente semplice (ad esempio accompagnare un cantante, o suonare a quattro mani, oppure suonare tempi di sonata lenti) il nostro stress è decisamente ridotto rispetto a quando ci troviamo di fronte ad un repertorio tecnico di ardua esecuzione.

Ciò vuol dire che focalizzare il nostro studio sui punti più complessi potrebbe aiutarci a ridurre la nostra insicurezza.

 

Il nostro studio, per questo motivo, non deve essere misurato sulla base delle “ore giornaliere”. Non serve studiare molte ore se non si ha un obiettivo preciso, se non ci si prefissa di voler correggere uno o più difetti specifici.

A questo proposito vi consiglio di leggere l’articolo “Tre ore di studio al giorno sono sufficienti? L’opinione di Chopin, Liszt, Hummel e Neuhaus“.

Dobbiamo sentirci soddisfatti quando ci siamo prefissati un obiettivo e lo abbiamo concretamente raggiunto. Avevamo un difetto e lo abbiamo corretto. Sporcavamo spesso un passaggio e abbiamo trovato il modo di eseguirlo pulito dieci volte su dieci.

Trovare i punti di ardua esecuzione non è semplice. Spesso crediamo che un’intera sezione sia “difficile”, quando in realtà ciò che risulta scomodo alla nostra mano sono solo poche note.

Ho fatto alcuni esempio su questo argomento nell’articolo “Come studiare al pianoforte i passaggi difficili? Casella, Chang, Gardi”.

I didatti sopra citati convengono nel ritenere che in un intero passaggio complicato, le note complesse da eseguire sono poche, a volte solo due o tre.

Bastano poche note a rendere difficile un’intera frase.

Ma allora perché non focalizzare tutta la nostra attenzione su quelle note specifiche?

Perché non trovare il modo o la diteggiatura ideale per rendere comoda l’esecuzione di quelle note?

Questa deve essere la strada! Osservate molto lentamente cosa obbliga la vostra mano a posizioni scomode e cercate di studiare il passaggio nel modo che vi sembra più congeniale.

Poi ripetete, ripetete e ripetete per renderlo naturale e legatelo al contesto reinserendolo alla frase di appartenenza.

E’ spiegato tutto nel dettaglio all’interno dell’articolo sopra citato.

Un altro metodo per studiare i passaggi difficili è la “caduta”

Cos’è la caduta? Forse alcuni di voi ne hanno sentito parlare, altri no!

Per “caduta” si intende lasciare liberamente cadere il nostro braccio sulla tastiera esclusivamente per mezzo della forza di gravità.

Suonare molto lentamente le note che costituiscono un passaggio difficile per mezzo della “caduta” permette al pianista di rilassare l’intero braccio e rinforzare le dita su quello specifico passaggio, studiandolo così in tempi molto ridotti.

La libera caduta esige che il nostro braccio sia del tutto rilassato e per questo motivo un tale esercizio acquisisce un’importanza fondamentale.

Le cadute possono avvenire con tutto il braccio, con l’avambraccio o con la sola mano sfruttando rispettivamente le articolazioni della spalla, del gomito e del polso.

Ma di questo parlo in modo più approfondito nell’articolo “Come studiare i passaggi difficili con le cadute?”.

Il peso della leva utilizzata (braccio, avambraccio o mano), cadendo, viene liberamente scaricato sul dito che è a sua volta obbligato a resistere imprimendo una forza di verso contrario al fine di non lasciarsi schiacciare. Ulteriore vantaggio della tecnica appena citata riguarda i muscoli delle singole dita, costretti a svilupparsi ed essere sempre più forti.

La “caduta”, quindi, ha una doppia funzione la quale conferisce ottimi risultati in breve tempo: rinforzare le dita e rilassare i muscoli del braccio, dell’avambraccio e della mano.

  1. Rimanere sempre rilassati

Un’altra causa dell’ansia da palcoscenico e della paura di esibirsi in pubblico è l’irrigidimento muscolare.

Sicuramente vi sarà capitato di sentirvi dire dal vostro maestro: “Sei rigido! Rilassa i muscoli! Abbassa le spalle!”

Ogni volta che ci troviamo davanti ad un compito che noi percepiamo essere oltre le nostre capacità, percepiamo un disagio che somatizziamo all’istante irrigidendo i nostri muscoli.

Niente di più fatale durante un’esecuzione dal vivo.

Infatti, sollevando le nostre spalle non permetteremo al braccio di essere rilassato; allorchè anche l’avambraccio sarà teso; allo stesso modo i tendini della mano e della dita che passano attraverso il polso saranno schiacciati e tesi con il finale risultato della totale perdita dell’agilità delle dita.

Chiedo venia per aver presentato uno scenario così brutale. Purtroppo è ciò che avviene! L’ho sperimentato sulla mia pelle.

Quando si è rigidi si è concretamente impossibilitati ad eseguire passaggi tecnici di agilità. Ci si può salvare se si esegue un tempo adagio o andante, ma non un vivace o un passaggio virtuosistico.

Le soluzioni a questo problema sono molte. Ho approfondito questo argomento nell’articolo “Rilassamento muscolare? Tre consigli pratici del didatta russo Neuhaus”.

Il rilassamento si acquisisce per mezzo di diverse tecniche.

Innanzitutto il pianista deve ricercare continuamente il rilassamento muscolare, cioè deve tenere a mente che è un aspetto importante tanto quanto la correzione ritmica o la pulizia del suono. Come si fa attenzione ad eseguire il repertorio nella maniera più magistrale possibile, allo stesso modo bisognerebbe fare attenzione al rilassamento del nostro corpo.

Il rilassamento è una sensazione fisica che si ottiene e si percepisce negli anni; più la si cerca e più la si percepisce. E’ una sensazione piacevole che conferisce comodità all’esecuzione e quiete alla mente.

Posso accennare ad una tecnica di rilassamento che si rifà al movimento delle braccia sulla base del fraseggio richiesto dal brano.

 

Gli arti superiori (a volte tutto il corpo) dovrebbero muoversi a ritmo, assecondare il fraseggio, danzare con la musica. E’ un concetto molto complesso da illustrare in poche righe: ne ho parlato più approfonditamente nell’articolo sul rilassamento muscolare citato di sopra.

La “caduta” è anche un metodo utile al rilassamento poichè costringe il braccio a cadere liberamente, esclusivamente per mezzo della forza di gravità. Non si possono effettuare le cadute essendo rigidi!

Come accennato poco fa, ci irrigidiamo quando siamo consapevoli che un compito è superiore alle nostre capacità. Ciò vuol dire che, ahimè, non siamo ancora del tutto pronti, che il repertorio non è abbastanza maturo e che, forse, dobbiamo ancora studiare alcuni passaggi tecnici che ci risultano scomodi, causando un principio di irrigidimento muscolare.

  1. La memorizzazione di un brano

Come sapete la memorizzazione di un brano è una fase che spaventa tutti i musicisti, non per il processo in sé bensì per il timore che quest’ultima venga meno durante un’esecuzione dal vivo.

Tutto ciò è normale! Ho visto coi miei occhi grandi musicisti essere vittime di vuoti di memoria pochi minuti prima di un concerto ed essere costretti a riprendere la parte e ripassare alcune note. Vi è mai capitato? A me si! In poche circostanze mi è successo di non ricordare esattamente tutte le note delle prime righe di un brano. Credo sia l’ansia di incappare in un vuoto di memoria a causare quest’insicurezza.

Cerchiamo allora di capire e valutare in che modo possiamo ridurre al minimo questa spiacevole sensazione preparandoci al 150%.

Vediamo come.

Esporrò prima le tecniche di memorizzazione più comuni ed esposte largamente nei trattati pianistici e, di seguito, ulteriori metodi che si rivelano tuttora utili nella mie esecuzioni pubbliche.

  • Memoria uditiva

La memoria uditiva permette al musicista di immaginare le note prima di suonarle.

Permette all’artista di pensare le melodie nella mente, di ascoltarle dentro di sé ancor prima che queste vengano eseguite.

La memoria uditiva è quella che rende possibile a qualunque non-musicista di canticchiare un motivetto già sentito in passato o la melodia di un brano passato in radio.

E’ basata sulla capacità di ascoltare ed è sviluppata soprattutto da chi possiede una grande sensibilità alla musica ed è stato abituato sin da piccolo a cercare la volontà del compositore.

Non sono pochi i casi di musicisti con buone doti improvvisative capaci, senza troppi sforzi e in poco tempo, di eseguire un brano melodico e poco virtuosistico grazie ed esclusivamente alla memoria uditiva.

 Attenzione: se adoperata da sola può tradire!

  • Memoria visiva

Per mezzo della memoria visiva possiamo richiamare alla mente la pagina scritta dello spartito, così come altri aspetti dell’esecuzione.

La memoria visiva effettua migliaia di fotografie della partitura le quali ci permettono di ricordare la distribuzione e la posizione dei pentagrammi, delle note, e dei nostri appunti sul rigo musicale.

Infatti quando studiamo un nuovo brano, in realtà non facciamo altro che memorizzare le note che compongono un passaggio. Come potete immaginare, non avremmo il tempo di leggere tutte le note durante un’esecuzione; ci limitiamo a dare una rapida “sbirciata” alla parte e ne seguiamo l’andamento senza essere costretti a focalizzare la nostra attenzione su tutti gli elementi della notazione musicale.

Grazie alla memoria visiva il musicista segue l’andamento del brano tralasciando tutto ciò che ha già memorizzato e soffermandosi sugli elementi di maggiore importanza o su quelli che ancora non ricorda.

Ecco perché, dopo alcune settimane di studio dello stesso brano, appuntiamo nuovi promemoria sulla parte con un colore rosso o blu che risalti rispetto al resto.

La memoria visiva, infine, ci suggerisce attimo dopo attimo la posizione esatta della nostra mani sulla tastiera.

Attenzione: è rischioso adoperare la memoria visiva da sola; consiglio vivamente che venga supportata dalle altre tipologia di memorizzazione.

  • Memoria cinestetica

La memoria cinestetica (o digitale) ci permette di suonare in modo automatico i passaggi complessi.

Essa si basa sulla ripetizione degli stessi movimenti: abbiamo imparato a scendere le scale poiché lo abbiamo fatto migliaia di volte quando eravamo piccolini, abbiamo imparato ad andare in bicicletta provando e riprovando finchè il nostro corpo non ha memorizzato la successione esatta dei movimenti.

Una volta trovato il movimento della mano corretto, la ripetizione garantisce che il gesto appena citato diventi automatico senza ulteriori sforzi.

I muscoli hanno memorizzato per noi il movimento corretto, hanno memorizzato il gesto esatto che permettono al pianista di eseguire un passaggio tecnico correttamente.

Come dicevo pocanzi, la memoria cinestetica si basa sulla ripetizione e quindi richiede molto studio nel modo corretto.

Attenzione: se ripetiamo diverse volte un passaggio nel modo scorretto perfezioneremo l’errore.

Senza la memoria cinestetica, ogni giorno non potremmo ricordare come si esegue un brano e, paradossalmente, in mancanza di essa non potremmo fare progressi tecnici nello studio del nostro strumento.

Questa è spesso la memoria più usata dai musicisti in modo inconsapevole. Più si studia e si prova un brano e più essa si sviluppa.

  • Memoria analitica

E’ quella che Matthay, Gieseking e Leimer chiamano memoria intelligente. La memoria analitica si fonda sulla profonda conoscenza della partitura e della struttura musicale in ogni suo dettaglio.

In molti considerano la memoria uditiva, visiva e digitale come secondarie rispetto alla memoria analitica.

Attraverso l’applicazione di conoscenze teoriche di livello avanzato i musicisti possono risalire alle tecniche compositive del brano, alle successioni armoniche che lo compongono e al senso dei dettagli fraseologici e musicali.

Tutto ciò conferisce allo studente una conoscenza approfondita del repertorio che in molti casi si traduce in un vero e proprio processo di memorizzazione logico e stabile.

Attenzione: la memoria analitica non basta da sola, bensì si aggiunge a tutte le altre tipologie di memorizzazione esposte in questo paragrafo.

Per saperne di più sulle principali tecniche di memorizzazione leggete l’articolo “Tipi di memoria musicale e tecniche di memorizzazione”.

  • Memorizzare compitando

“[…] L’alternativa allo studio preventivo a memoria, e molto, moltissimo più praticata, è l’esecuzione che definirei “compitata“, lentissima e nota per nota“

Ecco come Rattalino definisce la memorizzazione ”compitando”. Si tratta di suonare il brano da capo a fondo molto lentamente, curando tutti i dettagli e senza farsi scappare nemmeno un errore.

Questa tecnica dovrebbe avvenire per mezzo dell’azione delle sole dita, quindi rilassando il più possibile il braccio e la mano. Prendete i suoni con l’ultima parte delle dita, con i polpastrelli e portate fino in fondo tutti i tasti.

Tutto ciò vi regalerà una piacevole sensazione di sicurezza e massimo controllo.

Osservate le vostre dita e “ascoltate” i tasti sotto di esse.

Per esecuzione “compitata” si intende, quindi, esecuzione lentissima, sillabata nota per nota, declamando ogni suono e assicurandosi di possedere il massimo controllo del brano.

Consiglio vivamente di provare diverse volte questa modalità di esecuzione pochi giorni prima di un’esecuzione e, come riscaldamento, prima di esibirvi.

Per saperne di più sulla memorizzazione “compitata” leggete l’articolo “Sapevi che puoi memorizzare compitando? La memoria in musica“.

  • Memorizza dei check-point

Un altro esercizio mnemonico è quello di stabilire e memorizzare dei check-point all’interno del pezzo.

Tutti siamo in grado di iniziare l’esecuzione di un brano dal suo inizio, da una nuova sezione, da un secondo tema. Ma quanti di noi riescono a riprendere un’esecuzione da un qualsiasi punto del brano?

Sarebbe molto utile essere in grado di riprendere il brano ogni due o quattro battute stabilendo dei “check-point”: qualunque cosa succeda sappiamo di poter riprendere da uno di questi punti prefissati.

Infatti, spesso nei momenti di vuoto totale sul palco (spero non vi capiti mai, ma può succedere), potrebbe non esserci il tempo di risalire allo studio d’analisi effettuato al fine di memorizzare il pezzo, e quindi riprendere l’esecuzione. Tutto si compie in millesimi di secondi!

Un consiglio è quello di avere dei check-point all’interno del brano, punti dai quali potete sempre riprendere a suonare. Più check-point fissate, più sono vicini tra loro, e più è probabile che il pubblico non si accorga del vuoto di memoria.

Troverete alcuni approfondimenti sulle tecniche di memorizzazione suddette e su altre ancora nell’articolo “Ansia da vuoto di memoria? 5 Consigli pratici su come affrontarla“.

  1. La ripetizione

In questo paragrafo vi parlerò di una tecnica di cui usufruiscono già molti musicisti, in maniera più o meno consapevole.

Come dicevo all’inizio di questo articolo una delle cause principali dell’ansia da palcoscenico e del timore di suonare in pubblico consiste nel fatto che spesso viene tralasciato lo studio della performance.

In altre parole, si investe il 99% del tempo nella lettura, nel montaggio e nel perfezionamento del repertorio e il restante 1% alla performance. Non fraintendetemi! Intendo dire che spesso si studia il brano nel dettaglio per ore e, se alla fine di una seduta di studio restano ancora tempo ed energie in corpo, si lavora la performance.

Peccato che, se l’esecuzione non è stata preparata e studiata in anticipo, a causa del timore di sbagliare, durante una pubblica esibizione, possono venir meno molti dettagli musicali per i quali si era investita la maggior parte del nostro studio.

 

Allora cosa fare?

Studiare la performance vuol dire testare, simulare l’esibizione in pubblico.

In molti organizzano simulazioni d’esame o di concerto prima di un appuntamento artistico, tuttavia questi potrebbero non bastare poiché rimarrebbero dei casi unici ed isolati.

Mi è stato insegnato che le simulazioni hanno senso se ne effettuiamo in gran numero.

Se il repertorio è stato studiato a fondo e l’esecuzione pubblica si sta avvicinando, potrebbe essere conveniente riadattare leggermente il metodo di studio focalizzando maggiormente l’attenzione sulla nostra performance, risultato finale dei nostri studi.

Possiamo aver studiato un brano per mesi, ma se non ci curiamo di come quest’ultimo verrà eseguito potrebbe succedere che l’ansia e il timore di sbagliare ci rubino l’occasione di dare il meglio di noi stessi!

Sarebbe un peccato!

Prima di un concerto, allora, eseguite il vostro repertorio decine di volte!

Lo dico seriamente! Rimasi attonito quando mi venne insegnato questo. Se dobbiamo eseguire un brano di breve durata, potremmo simulare la performance anche 40/50 volte al giorno. Se dobbiamo invece preparare un recital di un’ora, allora possiamo accontentarci di suonarlo da capo a fondo senza interruzione tre o quattro volte.

Nel tempo rimasto risolveremo i difetti riscontrati. Infine, potremo serenamente andare a dormire e, una volta risvegliati, riprendere le esecuzioni!

In pratica più esecuzioni effettuiamo e più ci sentiremo sicuri di fronte al pubblico.

Allora, a partire dai 15/20 giorni circa prima di un concerto, provate ad effettuare 10-20-30 (dipende dalla durata) esecuzioni del repertorio al giorno.

Ma perchè ripetere? Che senso ha tutto questo? Non ha senso ripetere inconsapevolmente come macchine!

Invece, mi è stato insegnato il contrario e ne ho sperimentato l’efficacia sulla mia pelle.

Io, personalmente, vi parlo di questo perché sono sempre stato fortemente soggetto all’ansia di suonare in pubblico. Ero capace di distruggere il lavoro effettuato per mesi a causa della paura di commettere qualche errore pubblicamente.

Su di me (che ero un caso irrecuperabile) ha funzionato ed ha avuto sin da subito risultati incredibili e inaspettati! Grazie a questa tecnica, sono riuscito a suonare anche davanti a mille spettatori e mantenere il controllo di ogni nota. Incredibile per il sottoscritto!

L’ansia non andrà via! Vi accompagnerà sempre. In alcuni, suonando spesso in pubblico, pian piano si  affievolirà,  ma sarà ugualmente presente.

Quindi ciò che farà la differenza, sarà la capacità di sovrastarla per mezzo di una sicurezza e solidità maggiori.

Le ripetizioni sviluppano moltissimo la memoria cinestetica, quella digitale, meccanica.

Infatti, riflettete un attimo! In caso di panico davanti al pubblico, cos’è che ci abbandona per primo? La mente!

E se noi basiamo tutti i nostri studi mnemonici e tecnici sull’analisi del brano e sulla ricerca del suono perfetto come potremmo proseguire?

Dovremo attendere di riottenere lucidità mentale, analizzare la circostanza e riprendere a suonare. Risultato? Saranno trascorsi già troppi secondi e il pubblico se ne sarà già accorto con conseguente frustrazione del pianista.

Al contrario, ripetendo e sviluppando ai massimi livelli la memoria cinestetica (ovviamente questa tecnica non vale da sola, ma si aggiunge alle altre) le nostre dita andranno avanti da sole anche in caso di panico.

La memoria muscolare sarà la nostra salvezza. Sarà come scendere le scale mentre pensi al pranzo del giorno dopo: i muscoli delle gambe sanno come tendersi e distendersi automaticamente anche se stai pensando ad altro, perchè hanno effettuato quel movimento migliaia di volte. Magari potessimo eseguire il nostro repertorio migliaia di volte!

Attenzione però! Tutto ciò non deve avvenire inconsapevolmente con la testa altrove. La mente è sempre la centrale di comando di tutto, non possiamo delegare il nostro successo ai muscoli.

Quindi rimanete sempre concentrati ad ogni esecuzione che effettuate nella vostra stanzetta o aula di conservatorio come se foste davanti al pubblico, come se quell’esibizione fosse l’unica vostra chance.

La prima esecuzione deve essere perfetta! La seconda meglio della prima, la terza meglio della seconda, e così via! L’ultima dovrebbe essere la migliore di tutte.

Non delegate tutto alla ripetizione, ma eseguite sempre con la massima concentrazione e musicalità cercando di migliorare i difetti dell’esecuzione precedente.

Non fermatevi mai! Non fatevi distrarre, spegnete il telefono. Chiudetevi a chiave dentro alla vostra aula.

Tra un’esecuzione e la successiva, appuntate su un foglio i punti nei quali avete commesso un errore. Poi riprendete subito l’esecuzione successiva. Alla fine avrete davanti agli occhi i passaggi che meritano di essere ancora studiati, i punti in cui la memoria vi inganna più frequentemente.

Non credete che se sarete stanchissimi non ha più senso continuare ad eseguire, poiché le condizioni in cui ci si trova quando ci si esibisce in pubblico non sono mai ottimali. Anzi, spesso si è viaggiato per molte ore, non ci si è potuti riscaldare o si è già stanchi dalla giornata trascorsa.

Consiglio di eseguire il repertorio sempre un pelino più lento, in modo da controllare che tutto sia corretto. Ogni due/tre esecuzioni soffermatevi sui passaggi che regolarmente risultano sporchi. Poi riprendete.

Potete chiedere ai vostri colleghi, amici o familiari di ascoltarvi.

Se volete approfondire questo argomento leggete l’articolo La ripetizione è madre dello studio! Vero o falso? L’opinione di Neuhaus”.

  1. Ascoltate il vostro corpo quando eseguite

Non dimenticatevi di ascoltare il vostro corpo quando eseguite. Mi riferisco principalmente ai muscoli.

Come detto prima l’irrigidimento muscolare è il primo nemico del musicista. Se irrigidiamo, ad esempio, le spalle, anche le braccia, le mani e le dita risulteranno essere rigidi con una conseguente perdita dell’agilità.

 

In genere ci si irrigidisce in prossimità dei passaggi più difficili. Allora, durante le esecuzioni ascoltate i vostri muscoli. Chiedetevi sempre dove tendono ad irrigidirsi e trovate dei punti dove rilassare braccio e polso.

Può risultare molto utile rilassare il braccio subito prima dei passaggi difficili, durante e dopo. Insomma siate rilassati, altrimenti è difficile arrivare fino in fondo. E’ necessario ricordarsi costantemente di questo aspetto. Non è secondario, anzi, ha il potere di compromettere l’intera esibizione.

Come in una maratona, non si può dare il 100% sin dalle prime battute. Risparmiate le vostre energie, mantenetevi sempre calmi e un po’ al di sotto del massimo. Respirate e pensate un tempo più lento.

  1. Durante la performance siate artisti

Durante l’esibizione non pensate ad altro che all’esecuzione stessa. Non fatevi distrarre da nulla, principalmente dalla paura di sbagliare. Non rilassatevi troppo, mantenendo sempre un pò di tensione anche dove vi sentite più sicuri.

Se pensate di sbagliare sbaglierete.

Avete studiato, avete fatto il vostro dovere.

Adesso è il momento di fare musica e di godere di ogni suono, meravigliandovi come un neonato di fronte a un campanellino. Lo dico seriamente e senza vergogna, lasciatevi sorprendere, ascoltatevi come se fosse la prima volta che ascoltate il brano che state eseguendo.

Pensate solo alla musica e trasmettete al pubblico il 100% di ciò che vi emoziona dentro di voi.

Parlo più approfonditamente di questo nell’articolo “Come emozionare il pubblico quando suoni?“; leggetelo se vi va!

Parlate con chi vi sta ascoltando. Dialogate con loro e donatevi totalmente affinchè non si annoino e non si pentano di essere venuti ad ascoltarvi.

L’obiettivo dell’artista, dopo tutto, non è (come in questi tempi si insegna nei conservatori) suonare tutto giusto senza sbagliare o senza avere nemmeno un millesimale vuoto di memoria, bensì quello di commuovere il pubblico e farlo uscire dalla sala concerti diverso da come ci è entrato.

Raccontate voi stessi: siate tristi se suonate un brano triste, siate gioiosi se suonate un brano vivace, siate regali se suonate un brano maestoso, siate innamorati se suonate un brano romantico.

Nicolò De Maria

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

ARTICOLI CORRELATI

Suonare a memoria. Tipi di memoria musicale e tecniche di memorizzazione, Ansia pre-esame? La memoria ti spaventa? Cosa fare prima di suonare in pubblicoAnsia da vuoto di memoria? 5 consigli pratici su come affrontarlaIL PIANISTA E LA PAURA DEL PUBBLICOTalento o ostinazione. Come raggiungere i propri obiettivi?Come studiare di più al pianoforteCome rimanere concentrati?Come essere felici (per musicisti e non)Come superare i propri limiti (per musicisti e non)Cambiare pensieri negativi in positiviPaura del giudizio degli altri?Rimanere concentrati sul palco o ad un esame.

Nell’articolo E se sbaglio nota? Cosa percepisce il pubblico? si è parlato di ciò che l’orecchio di un ascoltatore in sala riesce a percepire.

Si è detto che non serve preoccuparsi eccessivamente di una nota falsa o di una sporcatura inserite in un passaggio tecnico eseguito velocemente poichè, per alcune ragioni fisiologiche dell’orecchio umano, gli ascoltatori non le percepirebbero.

Vorrei brevemente approfondire questo aspetto e dire per quali ragioni chi ci ascolta dalla sala non percepisce le note sbagliate se suonate molto velocemente.

C’è una buona notizia?

Se prendiamo in considerazione una scala molto veloce (principalmente nelle scale si raggiungono velocità elevate) ci troveremo a dover affrontare lo studio del passaggio del pollice il quale, mentre fino ad una certa velocità non è poi quello spauracchio che si vocifera, ad un tempo molto elevato diventa un vero e proprio ostacolo.

Cosa fare allora? Se ci pensiamo, il passaggio del pollice non presente reali difficoltà a velocità medie,  e quando comincia a presentarne… diventa in realtà superfluo! 

Alcuni pianisti, sono in grado di eseguire dei passaggi velocissimi mantenendo un passaggio del pollice pulitissimo e senza alcuna irregolarità ritmica, molti altri invece devono ricorrere a stratagemmi con diteggiature poco accademiche.

Cosa succede oltre la velocità di circa 152 al quarto?

Si prenda bene in considerazione che all’incirca dalla velocità di 152 al quarto, con quartine di sedicesimi, e di circa a 100 al quarto con sestine, anche in un’esecuzione senza l’uso del pedale di risonanza, l’ascoltatore non percepirà nessun “vuoto” se invece del passaggio del pollice il pianista effettuerà lo spostamento di posizione con un rapido movimento dell’avambraccio che porterà il pollice direttamente sul tasto voluto. 

Una diteggiatura di Liszt, nella Rapsodia Spagnola, ci spiega benissimo come si può omettere il passaggio del pollice:

In merito alle indicazioni metronomiche di 100 e 152 al quarto citate di sopra, sono stati effettuati degli esperimenti empirici sul tempo minimo di eccitazione del nervo acustico che hanno dimostrato che l’orecchio umano non riesce a percepire e decifrare un suono se inserito in una serie di suoni al di sotto di un decimo di secondo l’uno.

Alla velocità di circa seicento suoni al minuto l’ascoltatore non è in grado di sentire “vuoti” tra un suono e l’altro, così come lo spettatore vede un movimento continuo quando i fotogramma della pellicola cinematografica scorrono ad un frequenza di diciotto immagini al secondo.

Ciò vale sia per le scale che per gli arpeggi o per altri tipi di passaggi tecnici.

Attenzione!

Tutto questo non vuol dire che dobbiamo smettere di ricercare la precisione! E’ dal giudizio del pubblico che dobbiamo pian piano distaccarci.

Il nostro modello è la partitura, il nostro capo è il compositore. E’ ciò che è scritto che dobbiamo venerare e rispettare. Per quanto riguarda il pubblico: dobbiamo commuoverlo e trasmettergli i nostri sentimenti. Il resto conta poco.

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Rattalino, P. (2007). Manuale tecnico del pianista concertista. Varese: Zecchini Editore.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

Cosa fare e cosa non fare sul palco? O meglio, come comportarsi in pubblico dal momento in cui tutti gli spettatori avranno gli occhi fissati sul solista da quando esce a quando rientra nelle quinte.

Forse molti non si curano del linguaggio del proprio corpo sul palcoscenico; tuttavia, così come comunichiamo attraverso il fraseggio, l’agogica e il tocco (studiati meticolosamente e dettagliatamente) comunichiamo altrettanto attraverso i nostri gesti.

Gli ascoltatori in platea reagiscono ad ogni nostro minimo movimento e lo traducono in un’informazione.

Allora come comportarsi in pubblico nel migliore dei modi?

A volte, può essere necessario dar l’impressione di essere sicuri di noi stessi e della nostra preparazione.

Piero Rattalino nel suo “Manuale tecnico del pianista concertista”  ci parla del linguaggio del corpo del pianista sul palcoscenico e ci insegna che l’interprete deve andare alla ricerca di un personaggio da rappresentare; la presenza stessa dell’interprete deve essere rappresentativa di “qualcosa”.

Alcuni nascono con la capacità di sapersi porre davanti al pubblico, altri invece devono lavorare sulla propria presenza scenica.

In ogni caso, bisogna fare attenzione a come atteggiamo il capo, le braccia, il busto e come entriamo in scena.

Di norma, dalla quinta al pianoforte, si percorrono circa sei metri (dipende dai palchi ovviamente): si possono percorrere correndo, lentamente, trascinandosi, a testa alta, dondolandosi, guardando in basso, sorridendo e in altri cento modi diversi.

Una cosa è certa: cioè che ognuno degli atteggiamenti sopra citati trasmettono al pubblico un messaggio diverso.

Meritano quindi cinque minuti di riflessione.

Trovo interessare citare il M° Rattalino in merito al messaggio che può arrivare al pubblico esclusivamente attraverso il nostro corpo:

“L’atteggiamento che si assume entrando in scena comprende una ricca casistica e viene immediatamente decifrato e interpretato dal pubblico: interpretato come <<io suono per te>> (detto a duemila spettatori, ciascuno dei quali – era il segreto di Artur Rubistein – ci credeva), <<io suono per ciascuno di voi>>, <<io spero di conquistarmi la vostra benevolenza>>, <<io non vedo l’ora di suonare>>, <<giacchè siete qui mi presto a compiacervi>>, <<io preferirei tanto essere da un’altra parte>>, <<io mi accorgo che quasi quasi mi fate schifo>> (Pogorelich prima maniera, che entrava come se andasse al supplizio, che non si alzava per ricevere gli applausi e che, anzi, girava la faccia verso il muro…, e che trionfava lo stesso).”

Vediamo allora 5 cose da fare e/o non fare in pubblico

1.

Il primo “numero” di uno spettacolo è l’entrata in scena e il secondo è l’inchino.

Si consiglia di trasmettere due messaggi al pubblico entrando in scena: il rispetto per gli ascoltatori e la sicurezza in se stessi.

Bisogna stare molto attenti, soprattutto all’inizio di uno spettacolo: mai perdere punti all’inizio del gioco facendoci scorgere nervosi o impauriti.

Un’entrata naturale e sicura di sè è ciò che il pubblico si aspetta di vedere. Anche se tremate, sforzatevi di accennare a un modesto sorriso..

2.

Tanti forse dimenticano questo particolare.

Una volta entrati, si eviti di dar le spalle al pubblico mostrandogli il posteriore.

Una volta appoggiata la mano sinistra allo spigolo del pianoforte, fate un passo indietro e sedetevi sullo sgabello, senza dare le spalle al pubblico.

3.

Evitare a tutti i costi di aggiustare l’altezza dello sgabello, operazione che deve essere assolutamente compiuta prima di entrare in scena: il ritocco trasmette immediatamente un’impressione di insicurezza.

4.

Se volete apparire sicuri di voi è vivamente sconsigliato di asciugare o stropicciare le mani, strofinarle sui pantaloni, mettere le dita sulla tastiera e tirarle subito indietro, posarle ancora sui tasti e ritirarle indietro.

Tutto ciò trasmette al pubblico una sensazione di grande timore.

Ricordiamo che ogni singolo gesto, anche se piccolo, compiuto dal momento in cui usciamo dalle quinte, viene captato e decodificato dal pubblico.

5.

Infine, l’inchino che si fa dopo il primo pezzo è diverso dal primo inchino che si è fatto all’entrata: può essere più confidenziale e rilassato, si può sorridere, e a mano a mano che la serata procede per il verso giusto ci si può comportare con crescente scioltezza.

In ogni caso, la gestualità sul palcoscenico viene curata pian piano e viene messa a punto con l’esperienza.

E’ anche molto soggettiva e può variare da pianista a pianista: Michelangeli, ad esempio, concedeva un pallido sorriso al pubblico dopo che rientrava per la terza o quarta volta dalle quinte dopo che il programma era terminato; Horowitz, invece, sorrideva, ridacchiava e faceva gesti di saluto al pubblico.

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Rattalino, P. (2007). Manuale tecnico del pianista concertista. Varese: Zecchini Editore.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

 

E se sbaglio nota? Cosa dirà di me il pubblico?

Cosa penseranno tutte quelle persone che non hanno mai studiato musica e che sono soltanto amatori?

Beh non è sempre così, a volte si ha la fortuna di essere ascoltati anche da musicisti di alto calibro.

Ma allora, cerchiamo di capire cosa percepisce il pubblico quando ci ascolta dalla sala.

A cosa dobbiamo veramente fare attenzione? Dove dobbiamo mettere tutta la nostra enfasi e tutte le nostre energie?

Vorrei ringraziare il M° Piero Rattalino per avermi dato l’occasione, rileggendo alcune pagine del suo Manuale tecnico del pianista concertista”, di riflettere su alcune evidenze alle quali non avevo mai fatto caso e sono sicuro che potranno tornare utili anche a voi.

Senza dubbio ci aiuteranno ad affrontare l’ansia da palcoscenico, la paura di sbagliare nota, la paura del pubblico.

Partiamo dal presupposto che il giovane pianista concertista si sente morire sei gli capita di toccare dei tasti sbagliati, di sbagliare una nota o se malauguratamente gli capita di prendere le cosiddette “note false”. Questo è un dato di fatto.

C’è una buona notizia?

La buona notizia è che gli ascoltatori amatori del repertorio classico possono riconoscere delle note sbagliate in una melodia a valori larghi o in un accordo tenuto, ma non se inserite in un passaggio tecnico di suoni brevi, nè in un accordo breve.

E’ difficile anche che un esperto in sala si accorga di un nota errata se inserita in passaggio veloce.

Troverete un approfondimento nell’articolo Sapevate che…? Cosa accade oltre la velocità di 152 al quarto?

L’elemento determinante per riconoscere una nota sbagliata è la durata.

Ovvero, in una sala da concerto, solo note a valori larghi potranno essere riconosciuti indubbiamente come errori.

In sala la percezione è più sintetica, molti particolari non sono in realtà percepibili, sia che si tratti di note false sia che si tratti di raffinatezze di tocco.” (P. Rattalino)

L’ascoltatore di cosa va alla ricerca?

Ciò che invece l’ascoltatore è pronto a cogliere e per il quale ha educato l’orecchio è la variazione d’intensità.

Ma non solo, l’ascoltatore va alla ricerca di una comunicazione diretta con l’interprete che si concretizza grazie all’agogica, ad una chiara architettura formale e alla capacità del pianista di evocare i suoni e i rumori della natura.

Il fascino e forse anche la superiorità del canto rispetto al pianoforte stanno nel fatto che la voce riesce ad emettere suoni “vibrati” e, grazie al parlato, differenti nei timbri (ovviamente oltre all’agogica e alle variazioni dinamiche).

Purtroppo il pianoforte non può vantare di possedere un range timbrico tanto largo quanto quello della voce, tanto meno può produrre un vibrato.

Allora, cosa resta al pianista? Tutto il resto! Ma deve essere chiaro ed evidente!

Il pianista ha l’obbligo di sfruttare al massimo le potenzialità offertegli dallo strumento: dinamica e agogica. 

Anche la struttura formale ha un’importanza rilevante per gli ascoltatori.

E’ necessario che gli ascoltatori, anche se non esperti, si rendano conto del discorso musicale  e delle diverse sezioni.

Forse non saranno capaci di comprendere se il brano è in forma sonata, se è un rondò o un tema e variazioni: nelle sonate classiche, ad esempio, non si esige che un amatore inesperto comprenda la distinzione esatta tra il primo e il secondo tema, tuttavia è auspicabile che ne percepisca una diversa sensazione emotiva.

Nonostante nella maggior parte dei casi, la variazione di tempo tra il primo e il secondo tema del primo movimento di una sonata classica non è concessa (se non scritta), anzi è ritenuta un tabù, Rattalino ci dice la sua opinione che sembra essere di più larghe vedute:

Se la scansione del tempo rimane invariata nessun amatore sarà in grado di cogliere l’articolazione della forma. […] 

Come può l’amatore capire che nello srotolarsi di un primo tempo di sonata è arrivato il secondo tema? Lo capisce se l’attacco del secondo tema è stato preceduto da un sensibile ritenendo, lo capisce meglio se il secondo tema viene eseguito ad un tempo un pò più lento.”

L’amatore preferisce capire, essere ammaliato, essere reso partecipe; non vuole solamente contemplare un’opera tanto bella tanto lontana dalla sua conoscenza e comprensione.

Infine, l’amatore si sentirà ancora più soddisfatto quando durante il concerto gli sembrerà di ascoltare i suoni e i rumori della natura: acqua, vento, fuoco, campane, canto degli uccelli.

Facciamo alcuni esempi.

Nel settimo preludio di Debussy l’ascoltatore vuole sentire il vento dell’oceano e vedere le grandi onde dell’Atlantico; nel terzo preludio il vento soffia sulla pianura e l’ascoltatore vuole riuscire ad immaginarselo durante l’ascolto; nella valle delle campane di Ravel suonano molte campane: l’amatore vuole sentirle e ne immagina la dimensione e il timbro.

Per concludere, l’ascoltatore vuole uscire dalla sala diverso da come è entrato. Come si ottiene questo? Su cosa deve puntare il pianista? Deve commuovere.

Vi invito a leggere l’articolo Come fare ad emozionare il pubblico quando suoni? che parla proprio di questo.

L’amatore vibra come una corda di violino se l’archetto del pianista lo sollecita: odio, amore, passione, tenerezza, tristezza, gioia, affanno, rabbia… […].(P. Rattaolino)”

Nicolò De Maria

Bibliografia:

Rattalino, P. (2007). Manuale tecnico del pianista concertista. Varese: Zecchini Editore.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.