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In questo articolo non mi dilungherò a lungo e cercherò di parlarvi brevemente e concretamente di due metodi semplici e pratici per studiare i trilli al pianoforte.

Come per l’esecuzione delle ottave, anche nei confronti dei trilli ci sono pianisti che ci si approcciano naturalmente senza alcuno stress e pianisti che invece tendono ad intimorirsi di fronte ad essi. I due metodi di cui sto per parlarvi torneranno utili ad entrambe le categorie di pianisti.

Ancora una volta (e probabilmente sarà l’ultima per un discreto periodo di tempo) traggo le seguenti tecniche da L’arte del pianoforte” di Neuhaus, libro che per il sottoscritto, negli ultimi anni, è stato come un vangelo della prassi pianistica.

Due metodi pratici per eseguire i trilli al pianoforte

Iniziamo allora parlando del primo metodo che ci propone Neuhaus:

Innanzitutto, il celebra didatta russo indica di eseguire il trillo sollevando le dita dal metacarpo. Ovvero, utilizzando l’articolazione delle nocche.

La mano deve essere tenuta distesa e immobile, evitandone l’-impietrimento-. 

La mano, come possiamo immaginare deve rimanere il più rilassata possibile, senza alcun irrigidimento o contrazione.

Ricordo che qualunque tipo di contrazione proveniente dalla mano, o anche dall’avambraccio, provoca istantaneamente un irrigidimento delle dita, precludendone immediatamente l’agilità.

Le conseguenze e le cause dell’irrigidimento potrete approfondirle nell’articolo Rilassamento muscolare? che vivamente consiglio di leggere.

Una volta trovato il gesto corretto che ci permette di mantenere l’intero arto rilassato e di agire soltanto con l’energia muscolare delle dita, procediamo esercitandoci da pp fino al più f possibile.

Attenzione! Mentre l’esecuzione di un trillo p è facilmente possibile con le sole dita, l’esecuzione invece richiede alle dita uno sforzo al limite delle loro possibilità. Una volta superato quel limite automaticamente e naturalmente le dita esigeranno il supporto dei muscoli della mano e del braccio! Ciò è assolutamente da evitare!! A quel punto ci si dovrebbe fermare.

Stessa cosa vale per l’accelerazione. Il trillo andrebbe studiato gradualmente da lento a veloce, ma attenzione, l’accelerazione non deve precludere l’immobilità naturale della mano e il suo totale rilassamento. L’esecuzione del trillo deve essere effettuata esclusivamente dai muscoli delle dita. 

Il  suddetto esercizio può essere effettuato su due tasti neri, su due tasti bianchi e su un tasto nero ed uno bianco.

Maggiore sarà l’altezza H tra il polpastrello e il tasto e più il trillo risulterà staccato. Al contrario, più vi avvicinate al tasto (potete anche rimanere sempre dentro al tasto grazie all’utilizzo del doppio scappamento) più il trillo risulterà legato.

Secondo metodo proposto da Neuhaus

Il secondo metodo pratico utile all’esecuzione dei trilli al pianoforte, è un completamento del primo.

Infatti, una volta effettuato il trillo con il primo metodo appena illustrato, è possibile sperimentare un grande giovamento se permettiamo all’avambraccio di effettuare delle micro-rotazioni che assecondano il trillo.

Il secondo metodo  è quindi molto simile al primo, l’unica differenza è l’aggiunta del supporto della micro-rotazione.

In effetti, mantenere la mano immobile potrebbe sembrare, in alcuni casi, quasi una forma di repressione della stessa, evitandone la naturale oscillazione. Tuttavia, non si potrebbe effettuare il procedimento inverso, ovvero quello di eseguire il trillo esclusivamente con la rotazione senza l’azione delle dita.

Infatti, la rotazione è di grande aiuto esclusivamente se si sono già allenate le dita ad eseguire il trillo con il primo metodo. 

Sintesi dei due metodi

Infine, Neuhaus conclude asserendo che l’esecuzione perfetta di un trillo è la naturale conseguenza dell’azione combinata delle dita (esercitate grazie al primo metodo) e dell’avambraccio che ne asseconda il movimento per mezzo della micro-rotazione.

Il rilassamento di tutte le leve del braccio rimane in tutti casi una condizione imprescindibile.

 

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

 

In questo articolo vedremo come suonare le ottave al pianoforte. 

Per molti, quella delle ottave è una tecnica che incute timore, per altri invece è quasi un divertimento.

In entrambi i casi bisogna sapere come approcciarsi al pianoforte per meglio comprendere come studiarle ed eseguirle.

Ci viene in aiuto H. Neuhaus il quale ha dedicato molte pagine all’esecuzione delle ottave nel suo libro L’arte del pianoforte.

Cercherò, brevemente, di condividerne con voi i tratti salienti consigliandovi alcune tecniche ed esercizi pratici che da subito potrebbero migliorare il vostro approccio sulla tastiera.

 

Posizione della mano

La posizione della mano per l’esecuzione delle ottave è di estrema importanza. Una posizione scorretta potrebbe renderne difficilissima l’esecuzione, in alcuni casi anche impossibile.

“La cosa più importante […] è creare un solido -semicerchio- o -semianello- che va dall’estremità del mignolo lungo il palmo fino all’estremità del pollice con una posizione necessariamente a forma di cupola della mano, cioè col carpo più basso del metacarpo”.

Quindi, dobbiamo posizionare la mano in modo da creare un semicerchio facendo attenzione all’altezza del carpo e del metacarpo. Il carpo e il metacarpo corrispondono rispettivamente al polso e al dorso della mano (palmo).

Per una corretta esecuzione delle scale è importantissimo che il palmo non si elevi oltre l’altezza delle nocche, e quindi anche del metacarpo (ad esempio, la posizione della mano della foto dell’articolo è scorretta!).

Questo infatti porterebbe ad un innalzamento del gomito e conseguente irrigidimento, effetto che il pianista deve a tutti i costi evitare.

Ma non solo, con tale posizione, il primo e il quinto dito finirebbero per colpire i tasti da una posizione troppo verticale rispetto al tasto e, con l’influenza del peso del braccio, ciò produrrebbe un suono troppo duro e violento.

L’innalzamento del polso può essere una reazione automatica di chi possiede una mano di piccole dimensioni. Bisogna fare molta attenzione ed evitare in tutti modi che il carpo si elevi oltre il metacarpo.

In questi casi è consigliabile che la mano (più precisamente, il dorso della mano), piuttosto, si avvicini ai tasti (diminuendo l’altezza delle nocche dai tasti), mantenendo ugualmente basso il polso.

Come studiare le ottave al pianoforte?

Vediamo allora quali esercizi possiamo effettuare per sviluppare la tecnica delle ottave. 

E’ vastissimo il repertorio che presenta passaggi difficilissimi con le ottave, (da Chopin a Liszt, da Beethoven a Ciakowski).

Per affrontare gradualmente le ottave ho pensato alla raccolta di Studi op. 740 di Czerny, in particolare agli studi n. 33 e n. 38. L’aspetto positivo di questi studi è che sono di facile lettura e che quindi potrete sin da subito concentrarvi sull’esecuzione delle ottave.

Lo studio n. 33 presenta le ottave solo alla mano destra, il n. 38 (di maggiore difficoltà) in entrambe le mani anche per moto contrario.

Czerny op. 740 n. 33

Czerny op. 740 n. 38

 

Vi consiglio di iniziarne la lettura lentamente utilizzando gli esercizi che vi indicherò tra poco, una volta compreso il movimento corretto procedete accelerando gradualmente.

Tecniche di studio delle ottave al pianoforte

Tecnica n. 1

Uno studio che Neuhaus consiglia di sperimentare e che io, personalmente, ho sempre effettuato per le ottave difficili consiste nel dividere l’ottava in due parti: nota acuta e nota bassa.

E’ molto semplice. Come in figura 29l (tratta da “L’arte del pianoforte” di Neuhaus), basta eseguire esclusivamente la nota acuta dell’ottava col mignolo, mantenendo il pollice posizionato sulla nota all’ottava bassa, ma senza suonarla.

Allo stesso modo (figura 29m), il procedimento va ripetuto suonando solo la nota bassa dell’ottava con il pollice, mantenendo il mignolo posizionato sulla nota acuta come se dovesse suonare senza però abbassare il tasto.

In questo modo rinforzerete moltissimo le dita che realmente eseguono l’ottava. E’ utile principalmente a rinforzare il mignolo, il quale dopo aver effettuato questo esercizio, vi assicurerà un livello molto più alto di pulizia e controllo.

Esercizio n. 2

Anche questo esercizio è molto comune e andrebbe effettuato ogni volta che ci si trova davanti ad un passaggio di ottave.

Mi riferisco alle cadute sulla tastiera.

Con la mano ben preparata e in posizione corretta, così come detto all’inizio dell’articolo (quindi a mano ferma ma non rigida), eseguire le ottave con le cadute di braccio, avambraccio e mano.

Perchè questo? Innanzi tutto rinforza le dita poichè saranno costrette a resistere al peso del braccio. In secondo luogo rilasserete moltissimo i muscoli del braccio e scioglierete le articolazioni (per approfondire questo argomento leggete l’articolo La “caduta libera” sui tasti. Serve? Non serve? Se se, a cosa?).

Quindi, eseguite i passaggi di ottave interamente con le cadute.

  • Iniziate dalle cadute di braccio utilizzando l’articolazione della spalla. Sollevate la mano preparata di massimo 10cm e lasciate liberamente cadere la mano sui tasti dell’ottava (sul primo e quinto dito, o quarto dito se è un tasto nero).

 

  • Allo stesso modo, effettuate le cadute con l’avambraccio utilizzando l’articolazione del gomito. Il braccio penzolerà liberamente dalla spalla.

 

  • Infine, suonate le ottave con le cadute di mano utilizzando l’articolazione del polso. Il polso, quindi, non si muoverà, resterà fermo e basso. Sarà il palmo stesso che porterà su le dita già in posizione e le lascerà ricadere sui tasti dell’ottava.

 

Esercizio n. 3

Questo non è un vero e proprio esercizio, ma un’accortezza alla quale fare attenzione.

Riguarda l’altezza H che si crea tra le dita e i tasti, tra un’ottava e la successiva. Questa distanza dovrebbe essere ridotta quanto possibile.

L’ideale sarebbe che l’altezza H tra le dita e i tasti fosse uguale a zero: cioè che le dita rimanessero sempre attaccate ai tasti. 

Ciò conferisce al pianista la possibilità di aver un maggior controllo dei tasti e di poter legare di più.

Certamente, nel caso in cui il compositore indicasse chiaramente di staccare le singole ottave, allora potrete valutare di rendere più ampio il movimento sollevandovi dai tasti, con slancio verso l’alto.

Tuttavia, anche in questo caso, sarebbe ideale mantenersi nei limiti del possibile più vicini possibile alla tastiera.

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

 

Come fare lezione di pianoforte?

Durante la lettura del capitolo sul suono del libro di Heinrich Neuhaus “L’ Arte del Pianoforte”, mi sono imbattuto in alcune righe che hanno subito attirato la mia attenzione e che penso possano tornare utili ad alcuni pianisti che regolarmente effettuano lezioni di pianoforte.

Sono molto semplici, applicabili sin da subito ed esplicative su come Neuhaus organizzava il tempo delle sue lezioni di pianoforte.

Neuhaus racconta come organizzava il tempo della lezione di pianoforte:

“Nelle mie lezioni, lo dico senza esagerazione, per tre quarti il lavoro è dedicato al suono.

La sequenza e il legame casuale (gerarchico) tra le fasi del lavoro sono disposti in questo modo:

prima viene lo specifico artistico, cioè il senso, il contenuto, l’espressione, l’argomento, di cui si parla;

in secondo luogo viene il suono nel tempo (ovvero, il lavoro sul tempo-suono, visto che il ritmo e il suono sono inseparabili uno dall’altro), cioè la definizione, la materializzazione di uno specifico; 

infine, in terzo luogo, viene la tecnica nel suo complesso come totalità di mezzi necessari alla soluzione di un obiettivo artistico, il suono al pianoforte come tale, cioè la padronanza del proprio apparato motorio-muscolare e del meccanismo dello strumento.

Questo è lo schema generale delle mie lezioni. […] Nella pratica, certo, questo schema oscilla continuamente, fluttua secondo le esigenze, le necessità del momento e secondo i casi concreti […].”

Cosa dedurne? Alcune considerazioni

Puoi approfondire questo argomento leggendo i seguenti articoli: Un allievo suona in modo del tutto arbitrario? Da dove iniziare?Come effettuare una onorevole lezione di pianoforte?

Riconosciamo quanto siamo lontani da questo modo di fare lezione di pianoforte?

Riconosciamo anche che la realtà spesso è molto differente dalle situazioni ideali raccontate dal celebre didatta russo.

Tuttavia, è sempre utile prenderne spunto e rifletterci su. La tecnica è messa all’ultimo posto, forse perchè aveva allievi già preparati tecnicamente?

Prima di tutto il “suono”, lo “specifico artistico”, l’anima del brano. 

Per fare una buona lezione di pianoforte serve flessibilità: ritengo che bisogna affrontare prima gli errori più gravi ed importanti senza mai perdere però di vista lo “specifico artistico”. Parlare solo di tecnica, note e tempo impeccabile può condurre ad esecuzioni noiose.

La lezione di pianoforte deve appassionare, stimolare la motivazione del pianista e alimentare l’amore per la musica. 

Neuhaus partiva da questo: l’amore per il modello, per il capolavoro musicale.

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

E’ molto diffusa tra gli insegnanti l’opinione che possa essere utile studiare un passaggio ritmicamente regolare e uniforme, a valori modificati e con diverse varianti ritmiche.

Per esempio, se un passaggio procede per semicrome regolari, molti consigliano di studiarlo con le seguenti varianti ritmiche:

Ritengo che questo esercizio possa essere utile nel lavoro sugli esercizi di tecnica pura e su quelli tratti dai punti difficili delle composizioni.

Il parere di Neuhaus

Secondo l’opinione di Heinrich Neuhaus, perché dovrebbe tornare utile studiare il quinto Preludio in Re maggiore dal primo volume del Clavicembalo ben temperato con le semicrome puntate, quando lo scopo principale è raggiungere possibilmente regolarità e uniformità?

Osservando esattamente la figurazione di ogni nota, punti e impedimenti ritmici darebbero solo fastidio.

Sarebbe, piuttosto, molto più vantaggioso eseguire molto lentamente le quartine ascoltando con la massima attenzione se le semicrome sono regolari ed eguali tra loro, ovviamente con il fraseggio corretto e chiaro.

Prendiamo il caso del Preludio in Sol minore del secondo volume del Clavicembalo ben temperato di Bach. Quale sarebbe l’utilità di studiarlo a valori regolari piuttosto che a valori puntati, come è scritto in originale?

Eseguirlo nel modo raffigurato qui sotto, secondo il parere di Neuhaus, non avrebbe alcun senso; anzi porterebbe ad un risultato opposto a quello voluto dal compositore.

 

Allo stesso modo, non si potrebbe immaginare nulla di meno opportuno che suonare il Preludio in Fa minore dal primo volume in questo modo:

 

Un consiglio che può valere nella maggior parte dei casi è quello di dirigersi, quando possibile, direttamente verso la meta. Ovvero, esercitarsi, prima molto lentamente e poi gradualmente più veloce, nel raggiungimento del risultato finale richiesto dall’autore.

Tuttavia, possono esserci delle eccezioni…

In alcuni casi, infatti, le varianti ritmiche possono avere un’utilità nascosta e che non riguarda il raggiungimento della massima regolarità nell’esecuzione, bensì la chiarezza ritmica.

Ritornando all’esempio del Preludio in Re maggiore di Bach, l’obiettivo è sia suonare tutte le quartine regolari, sia suonarle ritmicamente chiare: cioè “sillabando” le quattro note a “due a due”, con un piccolissimo ma percepibile appoggio sulla prima nota e sulla terza.

Studiando molto lentamente e ascoltandosi con orecchio attento e critico si può raggiungere questo obiettivo senza le varianti ritmiche, tuttavia, nel caso di allievi più giovani e poco maturi artisticamente può essere plausibile ricorrere alle varianti ritmiche. 

Infatti, nel caso in cui il nostro allievo eseguisse le quartine in modo disordinato ritmicamente, senza sillabare con chiarezza, allora la variante ritmica mostrata qui sotto sulla sinistra può essere d’aiuto poichè obbligherebbe il pianista ad appoggiare la prima e la terza nota (in figura è rappresentata una sestina, ma nel caso del preludio di Bach si tratta di quartine).

Successivamente, in esecuzione, il ritmo risulterebbe più chiaro.

Questo è un parere personale basato sulla mia esperienza. Fatemi sapere cosa ne pensate.

 

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

Stabilire il tempo di attacco di una composizione è di primaria importanza. Tuttavia alcuni pianisti, a volte, non danno ad esso la sufficiente attenzione iniziando un’esecuzione con un tempo che poi deve immancabilmente assestarsi.

In alcuni casi, prendere il tempo di attacco in maniera indefinita o casuale può compromettere l’intera composizione. Altre volte, invece, il tempo può raddrizzarsi durante l’esecuzione.

In ogni caso, l’integrità totale del brano viene compromessa o addirittura persa.

In effetti, stabilire il tempo di attacco può essere molto complesso. Infatti, l’agitazione prima di iniziare un’esecuzione in pubblico in genere è molto alta.

Ma non solo, la ricerca del tempo migliore può essere ardua anche tra le quattro pareti della nostra stanzetta, seduti a tavolino e con un metronomo tra le mani.

Come stabilire il tempo di attacco di una composizione?

Andiamo a vedere tre consigli pratici, utili a stabilire il tempo di attacco di una composizione.

Indicazione n. 1

Il metronomo può tornarci d’aiuto durante la fase di studio ai fini della ricerca del tempo di attacco migliore.

E’ necessario fare diversi esperimenti con velocità differenti e provare ad eseguire vari punti del brano con il supporto del metronomo. In questo modo, dovremmo essere in grado di stabilire le opportunità incluse tra il tempo più lento possibile e il più veloce.

Dovremmo, quindi, comprendere quali devono essere i limiti del range metronomico al di sotto del quale e al di sopra del quale non dobbiamo andare.

Indicazione n. 2

Il secondo passo è conseguente al primo.

Prima dell’inizio dell’esecuzione occorre paragonare mentalmente il tempo iniziale con qualche punto nello sviluppo della composizione.

E’ veramente necessario questo passaggio, poiché spesso il tempo non può essere lo stesso, ma deve naturalmente assestarsi e adattarsi al carattere di ogni sezione.

E’ bene, quindi, essere consapevoli di queste variazioni di tempo.

Indicazione n. 3

L’ultimo consiglio pratico permette di calarsi nel contesto artistico del brano.

Infatti, può risultare veramente utile, prima dell’inizio di un’esecuzione, cantare nella mente le prime battute o la prima frase. Il canto in genere è naturale e musicale, tradisce raramente.

Ci può essere d’aiuto, perciò, nel trovare il tempo d’attacco migliore e ad entrare nel giusto ambiente ritmico ed interpretativo.

Mettendo in atto questi tre consigli, casualità e approssimazione vengono radicalmente limitate.

Purtroppo, è inutile nascondere che a volte la ragione principale di questa incertezza di tempo sta, per dirla in parole povere, nell’insufficiente senso artistico dell’esecutore, nella sua insufficiente sensibilità al clima, all’idea, al contenuto emotivo della musica.

Ecco qual’era la strategia didattica di Neuhaus in questi casi:

“[…] intervenire sulle qualità spirituali dell’allievo, sollecitare la sua immaginazione, la sua sensibilità, obbligarlo a sentire, pensare e a soffrire l’arte come il più reale […]”

 

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

 Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

La corretta organizzazione del tempo in musica rappresenta lo scheletro di una composizione. O ancora, una composizione senza una logica temporale è come una costruzione senza fondamenta.

“Gli errori dell’interprete nell’organizzazione del tempo sono come gli errori dell’architetto nella soluzione di problemi di spazio in una costruzione. Chiunque capisce che si tratta di errori tra i più gravi!” E. Neuhaus

Entriamo allora nello specifico e vediamo quali posso essere alcuni consigli utili e pratici al fine di evitare imprecisioni che riguardano il tempo di attesa tra un movimento di sonata ed un altro.

Vi è mai capitato?

Innanzitutto, a qualunque insegnante sarà capitato che in certi casi l’allievo comincia il secondo movimento (ad esempio un ADAGIO tenebroso) di una sonata, quando il primo movimento (un ALLEGRO vivace) non ha fatto in tempo a spegnersi.

Ciò in genere può essere dovuto all’agitazione dovuta all’esecuzione pubblica oppure alla totale non curanza di ciò che si sta interpretando.

Ad ogni modo ciò è evidentemente da evitare poiché stati d’animo diversi o contrapposti letteralmente cozzano fra loro.

Al contrario, se chi suona cade in una profonda e prolungata meditazione, la pausa tra i due movimenti si trasforma in un break durante il quale gli spettatori avrebbero il tempo di sbadigliare e  distrarsi.

Indubbiamente, questa non sarebbe una forma di rispetto per chi suona, tuttavia l’esecutore dovrebbe cercare in tutti i modi di mantenere la concentrazione del pubblico.

Cosa fare allora? Come capire quanto tempo aspettare?

Vediamo cosa ci consiglia Heinrich Neuhaus e cosa chiedeva di fare ai suoi allievi vittime di queste poco gradevoli non curanze:

“Occorre ascoltare il silenzio, le interruzioni, le fermate, le pause; anche questa è musica! L’ascolto della musica non si deve interrompere neanche per un istante! Allora tutto apparirà convincente e giusto.”

Ritengo che la soluzione al problema sia la corretta interpretazione del senso artistico del brano.

Ovvero, non esiste una legge universale che possa adattarsi a tutte le sonate, come non esiste un tempo assoluto e corretto per tutti i casi (ad esempio 5, 10, 15 secondi di attesa). E’ necessario piuttosto lavorare sulla sensibilità del nostro allievo.

Come detto di sopra, ad esempio: se il primo movimento è un ALLEGRO vivace e il secondo è un ADAGIO tenebroso, al nostro allievo dovrà esser chiesto di mutare il proprio stato d’animo e non di mutare lo stato d’animo del movimento. Il processo è opposto.

Se l’interprete muta il proprio stato d’animo, muterà di conseguenza anche quello del movimento e quindi tutto si adatterà di conseguenza, compresa la durata della pausa tra i due tempi di sonata.

Una volta che il pianista sarà entrato nel senso artistico del movimento successivo ascoltando la musica prodotta dal silenzio,  potrà continuare l’esecuzione.

In questo modo tutto risulterà naturale all’ascoltatore e i tempi di attesa non risulteranno né troppo lunghi né troppo corti, poiché sarà l’espressione soggettiva di un’autentica interpretazione.

 

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

 

“Nel CRESCENDO il suono incombe, si avvicina, cresce; nel DIMINUENDO il suono si allontana, diminuisce, cala”

THAT’S IT! Heinrich Neuhaus è molto chiaro in merito all’effetto che un pianista deve creare quando esegue delle variazioni dinamiche al pianoforte come il CRESCENDO e il DIMINUENDO.

Come eseguire le variazioni dinamiche al pianoforte?

Quante volte ci è capitato di ascoltatore un nostro allievo accelerare durante un CRESCENDO e/o rallentare durante un DIMINUENDO? Purtroppo ciò non può essere ammesso.

Ci possono essere casi in cui un ritenuto o un rubato si sommano ad un CRESCENDO eviceversa, casi in cui insieme ad un DIMINUENDO è richiesto un ulteriore cambiamento ritmico.

Le combinazioni possono essere molte, ma solo se sono espresse chiaramente dal compositore.

In caso contrario aggiungere effetti arbitrariamente, senza che sono richiesti dall’autore, porta ad un’esecuzione confusa, poiché troppo densa di variazioni dinamiche e ritmiche, o eseguite nel momento scorretto o inserite casualmente in base all’emozione. Ciò è ovviamente da evitare. 

Le variazioni dinamiche e ritmiche al pianoforte  sono sottoposte a determinate convenzioni, ben note ai buoni direttori d’orchestra e spesso ignorate dagli allievi.

Condizione n. 1

Innanzitutto sarebbe opportuno che il maestro facesse attenzione a dove esattamente il proprio allievo inizia un CRESCENDO, un DIMINUENDO, un RALLENTANDO o un ACCELERANDO.

Questa è la prima domanda che ogni pianista dovrebbe farsi quando studia una delle suddette variazioni, evitando quindi di lasciare al caso il loro sviluppo.

Condizione n. 2

Ma non solo. Neuhaus insegna che la convenzione del buon gusto musicale, in genere, vuole che tali effetti non vengano iniziati esattamente in corrispondenza dell’inizio di una frase (o di una battuta), ma sempre poco più tardi e possibilmente sui tempi deboli. 

La non osservanza di questa piccola regola trasformerebbe un ACCELERANDO in un improvviso più mosso e un RALLENTANDO in un meno mosso. 

Ovvero, l’ipotetica indicazione di poco a poco accelerando verrebbe erroneamente intesa ed eseguita come se fosse un subito più mosso. 

Condizione n. 3

Infine, ritengo utile ricordare che nel 100% dei casi in cui vengono richieste variazioni ritmiche o dinamiche è necessario che queste vengano eseguite GRADUALMENTE, con grande controllo ed evitando il più possibile bruschi cambiamenti di tempo e/o dinamici.

Un trucchetto per un’efficace variazione di tempo, ad esempio un RALLENTANDO, può essere quello di contare in mente e, quindi, gradualmente dilatare le piccole suddivisioni che compongono la sezione o la battuta da rallentare.

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

 

Cosa vuol dire suonare a tempo? Certamente non si tratta di saper andare a metronomo.

Suonare a tempo è qualcosa di strettamente legato all’ “armonia ritmica”.

Heinrich Neuhaus, nel suo libro l’“Arte del Pianoforte” ci parla di armonia ritmica. Cos’è? Di cosa si tratta? A cosa serve e perché può essere importante trasmetterla ai nostri allievi?

Vi è mai capitato di muovere a tempo le vostre mani, di dirigere nel vostro piccolo l’esecuzione di un altro pianista sul palco? O vi è mai capitato di sentire la necessità di respirare insieme all’esecutore, come se foste voi ad eseguire quel brano che state solo ascoltando in mezzo al pubblico.

Ecco, se vi è capitato è molto probabile che il pianista che stavate ascoltando aveva un grande senso dell’armonia ritmica. Era capace di suonare a tempo!

Quando riesci a trasmettere al pubblico in maniera cosí incisiva e chiara il ritmo che percepisci dentro di te, la tua esecuzione è armonicamente ritmica. Dico “armonicamente” perchè ritmo non vuol dire andare a metronomo, ma saper organizzare il tempo in maniera naturale.

Quindi, durante un’esecuzione, per fare qualche esempio, un pianista può concedersi all’incirca duo o tre licenze ritmiche, molto più efficaci di 100 licenze, anche se musicali.

Se la nostra esecuzione è piena di rallentandi e accelerandi, l’ascoltatore non li capterà più come un effetto di speciale rilevanza. Al contrario, permettersi duo o tre licenze ritmiche in punti strategici avrà senza dubbio un impatto molto più potente sul pubblico.

In questo modo ci sentiremo più sicuri e consapevoli di ciò che stiamo eseguendo, liberi di poterci esprimere. Come definisce Neuhaus la libertà?

“Severità, coerenza, disciplina, armonia, sicurezza, autorità; tutto questo è libertà!

 

Come insegnare tutto questo ai nostri pupilli?

Primo step

Molto semplicemente Neuhaus ci consiglia di battere il tempo ai nostri allievi mentre eseguono.

Ovvero di seguirli durante l’esecuzione come se stessimo suonando noi al loro posto. Specialmente durante rallentandi, accelerandi e rubatoChe si faccia molta attenzione ai nostri gesti poiché comunicano ai nostri allievi molte più informazioni di mille parole. I nostri gesti devono essere fluidi, armonici e naturali.

Siate dei direttori d’orchestra. Accompagnateli durante l’esecuzione come se foste voi a suonare!

Secondo step 

Come detto in un altro articolo (Tre consigli pratici sullo studio individuale), proponiamo ai nostri studenti di mettere lo spartito sul leggio, chiudere il coperchio della tastiera e dirigere il pezzo da capo a fondo immaginando che un altro pianista stia eseguendo esattamente ciò che loro indicano con i gesti delle braccia.

Questo sarà utilissimo agli studenti che non sono abituati a concentrarsi sul ritmo, probabilmente perché troppo focalizzati sulle note.

In quel contesto, sarà più semplice per loro individuare quegli unici due o tre punti cruciali dove decideranno di concerdersi una licenza interpretativa.

Tutto il resto è disciplina e coerenza ritmica.

 

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

 

PS. Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

In questo articolo parlerò di un aspetto del ritmo che molti avranno già affrontato in maniera approfondita: il rubato.

Ma prima è strettamente necessario accennare alla natura del ritmo visto come un organismo vivente.

Il ritmo è tutt’altro che paragonabile al ticchettio di un orologio o all’oscillare di un pendolo (o a maggior ragione al metronomo) perché non hanno nulla di vivo, sono macchine e sono state programmate per scandire una determinata unità di misura nel tempo.

Il ritmo invece è paragonabile alla nostra pulsazione cardiaca, al respiro, alle onde del mare, all’ondeggiare di un campo di grano.

Insomma il ritmo è una rappresentazione in musica di ciò che è naturale. La natura ha delle oscillazioni, delle variazioni dovute a ciò che la compone e la circonda. Il battito cardiaco dell’uomo, ad esempio, non è mai uguale, anzi oscilla in base alle emozioni, accelera o rallenta in base alle circostanze esterne.

Allo stesso modo avviene per la musica, che è la rappresentazione per mezzo di suoni dei sentimenti dell’artista. E se un artista è vivo, se ha un’anima che vuole essere raccontata, considererà il ritmo come organismo vivente che non può essere confuso con la pulsazione meccanica dell’unità metrica.

(Se vuoi approfondire questo articolare e provare ad essere più “artista” leggi l’articolo Come emozionare il pubblico?).

Al contrario, un’esecuzione priva di vita è noiosa. Un’esecuzione durante la quale l’artista si concentra solo sul tempo metronomico diventa tediosa per il pubblico. Per un semplice motivo: è un’esecuzione senza vita.

Andiamo al cuore di questo articolo, il rubato.

Come appena detto per il ritmo in generale, anche il rubato è la rappresentazione in musica di un’emozione. In questo caso quest’ultima cresce e si fa sempre più intensa (se si vuole realizzare un rubato il metronomo và inevitabilmente spento).

Vediamo come Heinrich Neuhaus insegnava ai suoi studenti ad eseguire quest’effetto:

“rubare vuol dire che se ruberete del tempo e non lo restituite in fretta, sarete un ladro; se inizialmente accelerate, in seguito dovete rallentare; allora rimarrete una persona onesta e in grado di stabilire l’equilibrio e l’armonia”.

In caso contrario l’esecuzione sarebbe priva di perno ritmico e il discorso musicale ne verrebbe mutilato. Verrebbero a mancare l’equilibrio e l’armonia.

Il ritmo, infatti, và inteso come movimento armonico e naturale, che lascia spazio alle oscillazioni dovute alle emozioni.  Quest’ultime ovviamente non devono stravolgere il tempo del brano altrimenti sarebbe il caos.

In sintesi quando ci troviamo davanti ad un rubato, prima di tutto dobbiamo viverlo, ovvero dobbiamo sentire dentro di noi un’emozione che cresce e si fa più intensa, ciò darà vita ad un naturale accelerando che poi però deve essere restituito al tempo.

Dopo la tensione c’è sempre una distensione e dopo un accelerando non può che non esserci un relativo rallentando che compensa l’effetto precedente e che conferisce equilibrio e armonia all’esecuzione.

 

 

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

 

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

E’ un argomento che, ahimè, non prevede formule magiche ed è stato discusso e ridiscusso. Forse non esiste una risposta a questa domanda, o forse ce ne possono essere più di una, magari diverse tra loro. Insomma, è veramente un argomento molto delicato e soprattutto è molto soggettivo.

Inoltre c’è da dire che alcuni pianisti possono vantare di avere un’innata capacità di emozionare il pubblico e di trasmettere forti emozioni. Non penso che quest’ultimi lavorino molto sulle emozioni che comunicano al pubblico, credo che sia veramente qualcosa di innato.

Ma non solo. Io ritengo che ciò sia stimolato da una grande sensibilità, una sensibilità che non concerne solo l’esecuzione musicale, ma che tocca i valori più profondi della vita stessa del pianista.

 

Come suonare in pubblico emozionando chi ti ascolta?

Allora cosa fare quando ci troviamo davanti ad un brano che ormai sta in piedi, riusciamo ad eseguirlo discretamente, ma non riusciamo ad emozionarci quando lo suoniamo?

Ricordiamo che se non ci emozioniamo durante l’esecuzione anche il pubblico non si emozionerà. Se non sperimentiamo dentro di noi una profonda energia esplosiva, cosa comunichiamo al pubblico? Se non abbiamo nulla da raccontare, cosa raccontiamo?

Alcuni dicono “pazienza e lavoro”, altri “sofferenze e privazioni”, altri ancora “abnegazione” e molto, molto altro ancora. Facciamoci aiutare dal didatta russo Heirich Neuhaus, il quale nel libro “L’Arte del Pianoforte” ha lasciato in eredità la sua opinione in merito:

“Il nostro piccolo compito (e molto grande nello stesso tempo) è di suonare il nostro splendido repertorio pianistico in modo tale che esso piaccia all’ascoltatore, che gli imponga di amare la vita con più forza, di sentire più fortemente, di desiderare più fortemente, di capire più a fondo…

Suonare in pubblico amando la vita. Ecco cosa vuole l’ascoltatore

 

Ecco di cosa si tratta: di far amare la vita. Come possiamo far amare la vita al nostro pubblico se non l’amiamo noi per primi?

Con l’espressione amare la vita non credo Neuhaus intendesse parlare solo dei momenti felici, ovviamente è più facile in quei casi; credo piuttosto che si riferisse soprattutto ai momenti più intensi e difficili, poiché sono quelli che veramente ci fanno crescere e che danno senso alla nostra esistenza.

Insomma, la nostra vita è piena di emozioni, o almeno spero che sia così per tutti. Emozioni più o meno forti, più o meno intense. La vita ci offre emozioni romantiche e dolci, tenere e deliziose; ma anche emozioni di rabbia e paura, tristezza e disgusto.

Non ci devono intimorire, anzi vanno vissute. Vivendole avremo un bagaglio infinito di emozioni da raccontare, perché costituiranno la nostra storia.

Ecco perché l’interpretazione di uno stesso brano varia negli anni, perché la nostra vita cambia, và avanti e le nostre emozioni cambiano, se ne susseguono di nuove.

La musica stimola ciò che è nascosto dentro di noi, dobbiamo solo permettere loro di affiorare per poi  raccontarle ai nostri ascoltatori.

Se sei un artista devi parlare di te. Raccontati!

Non è facile, anzi, richiede una grande forza di volontà. Richiede all’artista di donarsi e raccontare se stesso. Però è questo che fa la differenza, è questo che rende un’esecuzione una storia vera e autentica. In questo modo viene data un’anima ai simboli neri disegnati tra le cinque righe chiamate pentagramma.

Il pezzo prende vita.

Vi chiedo di leggere queste righe con molta sensibilità senza ritenerle un vangelo. Sono il frutto della mia personale esperienza e di alcune letture perciò sono molto soggettive. Credo tuttavia che possano essere di aiuto a chi cerca degli spunti interpretativi. Concludo con un toccante pensiero di Neuhaus:

“Il musicista rispecchia nella creazione o nell’interpretazione ciò che acquisisce nella conoscenza. E perciò ho il diritto di enunciare: […] ogni conoscenza è allo stesso tempo emozione; di conseguenza, come qualsiasi emozione, rientra inevitabilmente nel patrimonio e nell’orbita della musica. La mancanza di simili emozioni, e tanto più di qualsiasi emozione, genera una musica senz’anima, formale, e un’esecuzione vuota, non interessante. Tutto l’indivisibile, l’indicibile, il non raffigurabile, che vive costantemente nell’anima di un uomo, tutto l’inconscio, appartiene al regno della musica.”

 

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

 

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

 

Come studiare al pianoforte in modo efficace?

Se vi è mai capitato di annoiarvi durante lo studio individuale al pianoforte, è probabile che lo stavate facendo nel modo sbagliato.

Soprattutto quando un brano già è montato, già “viene” (come si dice in gergo), spesso ci si chiede: “e adesso? cosa e come studio?.

Infatti lo sforzo mentale è decisamente maggiore quando il pezzo è già stato letto, studiato ed eseguito varie volte senza troppi pasticci. La prima  fase di studio spesso è accattivante e attraente, l’idea di poter eseguire un nuovo brano ci stimola a leggerlo nel più breve tempo possibile, soprattutto se la scelta del repertorio non è stata influenzata da fattori esterni alle nostre scelte musicali.

Poco dopo, ci si imbatte in una fase in cui bisogna mettere a posto i passaggi tecnici più difficili e, dopo esserci fatti un’idea circa l’interpretazione e le idee musicali fondamentali, il brano “viene”.

Ecco! Questo è un punto cruciale in cui tanti si bloccano, non sanno più cos’altro lavorare e il livello di esecuzione rimane tale per mesi.

Nell’arco di pochi giorni il pezzo viene montato e nell’arco delle settimane successive i miglioramenti diventano quasi impercettibili.

Questo è un problema noto a tutti, a tal punto che il noto didatta russo Heinrich Neuhaus, nel suo libro “L’Arte del Pianoforte” ha voluto dedicarci qualche pagina. Vediamo allora quali sono i suoi tre consigli concreti che possiamo applicare sin da domani e che dovrebbero diventare un’abitudine.

Tre consigli pratici sullo studio individuale

 

  1. Studiare come un direttore d’orchestra

Per chi non avesse mai visto come studia uno studente di direzione, posso affermare che molti di loro li trovate sparsi per i corridoi dei conservatori, a mensa, in biblioteca o seduti ad un tavolo.

Leggono la parte e accennano i movimenti con le braccia. Alcuni possono concedersi il lusso di fare pratica davanti ad uno specchio per concentrarsi più sull’efficacia dei movimenti delle braccia.

Quanti pianisti vi capita di vedere seduti ad un tavolo a studiare la partitura? Purtroppo solo in pochi hanno questa sana abitudine. Comprendo che spesso non lo riteniamo strettamente utile, perché abbiamo moltissimo repertorio da studiare in poco tempo, siamo già stressati dai vari appuntamenti artistici per i quali spesso non ci sentiamo del tutto preparati.

“Pensa se mi metto a perder tempo seduto ad un tavolo piuttosto che suonare al pianoforte!”

Tutto vero e comprensibile. Tuttavia, a volte sedersi a tavolino può tornare utile per varie ragioni.

Innanzi tutto ci aiuta a gestire meglio il nostro tempo nelle fasi di studio. Spesso siamo talmente presi dalla pratica strumentale che non ci rendiamo conto di ciò che andrebbe approfondito e di ciò che invece suoniamo già discretamente.

Lo studio a tavolino ci permette di focalizzare tutta la nostra attenzione sull’interpretazione, poiché non dobbiamo concentrarci nel suonar le note. Quindi staremo più attenti al tempo, alle dinamiche, all’armonia, alla struttura, eccetera.

Con la parte davanti agli occhi un direttore d’orchestra può comprendere quali strumenti devono emergere e quali no, quali espongono la melodia e quali invece la sostengono. Allo stesso identico modo dovrebbe avvenire per un pianista che con molta attenzione decide quale voce mettere in evidenza e quale no, al fine di evitare il caos. Lo stesso principio vale per l’armonia, il tempo, le dinamiche e le scelte artistiche.

 

  1. Soffermarsi sui “nodi”

Neuhaus chiama “nodi” tutti quei punti che nel brano hanno una rilevanza particolare.

Può essere l’esposizione di un tema o una modulazione, il passaggio dal primo al secondo tema di una sonata classica, la ripresa o la coda. Insomma tutti i punti fondamentali della struttura formale.

Lo studente, soprattutto grazie all’aiuto dello studio a tavolino, può scoprire passi straordinari, bellezze non immediatamente comprensibili, che abbondano nelle composizioni di grandi autori.

Spesso i “nodi” di cui si è appena parlato colpiscono il nostro orecchio al primo ascolto, o durante la lettura del pezzo. Purtroppo dopo molte esecuzioni può accadere che tali punti fondamentali non attraggono più la nostra attenzione e che quindi necessitano di essere riportati alla luce per mezzo di una scelta interpretativa voluta.

 

  1. Soffermarsi sui dettagli dell’opera

L’ultimo consigli che il didatta russo ci ha lasciato in eredità riguarda l’attenzione ai particolari.

E’ durante una delle ultime fasi di studio che noi pianisti in genere affrontiamo la ricerca dei dettagli da mettere in evidenza. Purtroppo spesso non si arriva ad avere il tempo necessario per dedicarsi alla comprensione del profondo significato di ogni piccolo segno trascritto in partitura.

Tuttavia sarebbe utile tentare quest’approccio anche per poche ore o per pochi minuti.  Lo studente comincerebbe a capire che l’opera, bellissima nella sua interezza, è bellissima in ogni suo dettaglio, che ogni particolarità ha un senso, una logica, un’espressività e rappresenta una parte organica dell’insieme.

Saper studiare al pianoforte è un’arte che si impara con  gli anni.

Spero che questi consigli vi siano stati utili. Sono molto concreti e applicabili sin da subito. Non dobbiamo farci intimorire dal tempo che potrebbe richiederci un tale metodo di studio.

All’inizio, ritengo che possa essere utile affrontarlo anche per pochi minuti, per piccole sezioni o singole battute (bastano 3-4 minuti per rendersi conto se è utile o no). Sono certo che darà presto buoni risultati. L’ideale sarebbe rendere questo esercizio un’abitudine di routine.

 

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

Come effettuare una onorevole lezione di pianoforte, anche ad allievi poco talentuosi?

Quante volte ci è capitato di ascoltare uno dei nostri allievi eseguire un brano senza alcuna logica, in modo del tutto arbitrario?

Intendo dire che qualche volta ci sarà accaduto di ascoltare un’esecuzione, ad esempio, dal tempo del tutto irregolare: lento all’inizio e veloce alla fine, oppure veloce nelle sezioni tecnicamente facili e lento nei passaggi più difficili; oppure dalle dinamiche completamente causali con sfumature senza logica.

Lo scenario è alquanto grave! Cosa faccio? Da dove inizio? Lo caccio dalla lezione! Purtroppo non capita raramente e quando capita credo che, in quel momento, vorremmo trovarci in un altro posto.

Primo step

Io ritengo, personalmente e sulla base della mia modesta esperienza, che innanzi tutto bisognerebbe indicare all’allievo, uno per uno, gli errori veramente gravi. Intendo gli errori da cerchiare in rosso, ovvero note inconsapevolmente sbagliate, cambi repentini di tempo, dinamiche assurde, eccetera.

Meglio non indicarne troppi, perché l’attenzione di un allievo di fronte ad una lista di correzioni è alquanto breve (questo ve lo garantisco!). Quindi vi consiglio di affrontare questi primi errori senza essere troppo severi e cercando di non andare troppo a fondo nella spiegazione dei singoli aspetti.

Dopo aver affrontato ciò che di veramente grave era venuto fuori dalla prima esecuzione del brano, allora possiamo iniziare la nostra lezione di pianoforte.

Secondo step

Ciò che ci consiglia il grande didatta russo Heinrich Neuhaus è di stabilire obiettivi chiari e determinati. Non tutti insieme, attenzione! Ma un obiettivo alla volta.

Qui bisogna essere molto severi, ovvero il linguaggio deve trasmettere il messaggio del “perfetto e subito”. Bisogna essere molto determinati e convinti delle correzioni che vanno apportate, senza alcuna esitazione.

Scegliere quindi uno degli aspetti da affrontare, ad esempio il tempo. In quel caso bisogna chiedere all’allievo di focalizzare tutta la sua attenzione sul tempo affinchè possa essere, ad esempio, il più regolare possibile, se richiesto dall’autore.

E’ il momento di essere molto severi (non intendo urlare o sbattere i pugni contro il pianoforte come alcuni insegnanti di vecchio stampo, intendo essere molto attenti ai dettagli e molto critici), così che lo studente, durante la fase di studio individuale, possa ricordarsi dell’alto livello di criticità richiesto.

Sarebbe buono che il singolo obiettivo venga raggiunto durante la lezione e che non venga rimandato al giorno dopo o alla lezione successiva.

Dico questo perché dilatare il tempo necessario per il raggiungimento di un obiettivo potrebbe influenzare negativamente tutta la formazione pianistica dello studente, facendo passare il messaggio diseducativo che può essere sufficiente risolvere un determinato problema anche se si sono impiegati dei mesi quando sarebbero bastate solo alcune settimane.

Si suppone che un insegnante ragionevole non ponga all’allievo compiti irrealizzabili o troppo complessi, relativamente al livello dello studente. Potrebbe verificarsi una reazione opposta, ovvero che lo studente davanti ad un compito troppo arduo non si senta in grado di poterlo raggiungere.

Ciò condurrebbe ad una diretta perdita della motivazione. Allievi demotivati?

Concludendo

Consiglio, perciò, di porre obiettivi minimi, piccoli, raggiungibili nel più breve tempo possibile.

Anche se a molti potrebbe sembrare di procedere troppo lentamente, io ritengo che il risultato finale non cambi. Anzi, lo studente si riterrà all’altezza di ogni singolo obiettivo, li raggiungerà col minimo sforzo ed in tempo breve.

Ciò farà leva positivamente sulla psicologia dello studente che si riconoscerà abile e capace di ottenere sempre nuovi risultati, senza mai fallire.

 

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:
Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

 

PS. Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

Come motivare i nostri allievi di pianoforte?

Quante volte ci è capitato di dover fare lezione ad allievi che a casa non studiano? Quante volte ci siamo sforzati di trasmettere la nostra passione ad allievi che in maniera evidente non esprimono piacere nel suonare il pianoforte?

 

Possiamo dire che, generalmente, i motivi che incidono negativamente sulla motivazione degli allievi a studiare sono tre: 

  1. Motivazione estrinseca
  2. Obiettivi troppo ambiziosi che non permettono il raggiungimento di risultati a breve termine. 
  3. Manca lo “specifico artistico”.

Se manca la motivazione, i nostri studenti avranno tutte le ragioni per non studiare

Credo che in tanti ci siamo trovati di fronte a studenti con un bassissimo livello motivazionale. Spesso spinti a far musica da una motivazione estrinseca, ovvero proveniente da un desiderio altrui (la mamma, la zia, la nonna o una ricompensa). Prima di tutto, sarebbe un buon punto di partenza assicurarci che l’allievo voglia veramente studiare il pianoforte. Che sappia a cosa va incontro, che dovrà studiare e fare piccoli sacrifici che pian piano diventeranno sempre più importanti.

Se la decisione di studiare lo strumento è stata presa dalla mamma o dal papà, l’allievo non avrà nessun interesse a studiare perdendo così la motivazione che lo stimola.

Assegnare gli obiettivi adatti allo studente

Anche gli obiettivi assegnati dal docente influenzano largamente la motivazione dell’allievo. Lo studente si sentirà soddisfatto se riconoscerà di aver raggiunto dei risultati. Allora sarà orgoglioso del suo operato.

Questo è importantissimo, assegnare brani troppo difficili può essere molto spronante per alcuni studenti, ma anche molto rischioso per altri. Infatti se non saranno in grado di fare ciò gliè stato chiesto dal maestro si sentiranno incapaci. Crederanno di non essere all’altezza. Questo è letale. 

Quindi cerchiamo di trovare sempre un equilibrio, caso per caso, tra l’ambizione dell’obiettivo e la certezza che lo studente possa raggiungerlo.

Cos’è lo “specifico artistico”?

Il didatta russo, con la suddetta espressione, intende:

“la musica stessa, viva materia sonora, discorso musicale con le sue regole e i suoi elementi, chiamati melodia, armonia, polifonia, ed altro, che hanno una determinata struttura formale, un contenuto emozionale e poetico”.

Lo specifico artistico” và trasmesso subito all’allievo, non si può aspettare che arrivi al terzo o quarto anno di pianoforte (avrà già cambiato strumento o avrà già smesso di suonare del tutto). Lo studente merita di sapere sin da subito tutto ciò che concerne un’esecuzione, anche se ancora è solo un bambino.

Concretamente voglio dire che è utilissimo esigere dall’allievo un’esecuzione espressiva. Cioè, se il brano ha un carattere triste và suonato con tristezza; se il brano ha un carattere vigoroso, allora và eseguito con vigore; se il brano ha un carattere trionfale, và suonato trionfalmente.

Questa è l’essenza della didattica pianistica. Le note, il tempo, il ritmo, la diteggiatura e tutto i rimanenti aspetti tecnici passano in secondo piano. La musica e l’espressività devono essere il punto di arrivo dell’allievo, anche se piccolo. Il resto verrà da sé, ovviamente con la corretta metodologia applicata dal docente.

Ti consiglio di leggere i seguenti articoli sulla didattica dell’interpretazione: Come fare ad emozionare il pubblico quando suoni?, 3 Domande & Risposte sul fraseggio.

Agli studenti più giovani, si consiglia vivamente di assegnare un repertorio tradizionale, folcloristico o contenente una melodia già familiare al bambino. Lo studio del materiale prettamente didattico potrebbe distogliere l’interesse dell’allievo. Infatti a volte si presenta in maniera fin troppo tecnica e poco entusiasmante (ad esempio, note bianche e nere, pause, staccati, legati, e così via).

Oltre alle melodie tradizionali si può fare uso anche di alcune semplici melodie tratte dalle opere di Haydn, Mozart, Weber, Glinka e dagli straordinari capolavori didattici di Schumann e Cajkovskij, per allievi un po’ più adulti.

Inoltre, sul repertorio tradizionale o su una melodia molto orecchiabile, consiglio vivamente di fare uso dell’immaginazione. Quest’ultima, per esperienza personale, dà letteralmente vita ad una composizione. Un contenuto immaginario, di qualunque natura esso sia (fantastico o reale, un’esperienza vissuta o desiderata, un’emozione o un sentimento, anche solo un colore) ha il potere di stravolgere l’esecuzione di un brano anche semplicissimo, rendendolo molto espressivo.

Ritornando alla domanda originaria di questo articolo, ritengo che questi piccoli e semplici consigli possano aiutare il docente a trasmettere la passione ai propri allievi.

Inoltre, sono quasi certo che una didattica basata sull’espressività e sull’immaginazione possa stimolare positivamente la motivazione intrinseca dell’allievo, soprattutto se molto giovane.

 

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:
Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

PS. Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

Quanto bisogna studiare al giorno al pianoforte?

Credo sia una questione che interessi tutti i pianisti.

Ci siamo sempre chiesti quanto sia giusto o sufficiente studiare al pianoforte giornalmente. Certamente la risposta può essere soggettiva dato che ogni pianista ha abitudini e competenze diverse.

Inoltre, le ore di studio spesso dipendono dagli appuntamenti artistici che si hanno. In generale, ritengo che si dovrebbe quantomeno tentare di essere costanti nello studio dello strumento, tuttavia a volte avviene che ci si concentra approfonditamente sul repertorio solamente in prossimità dei concerti, dei concorsi o degli esami.

Se vuoi sapere quanto e come studiare prima di un appuntamento artistico ti invito a leggere l’articolo GUIDA DEFINITIVA su come affrontare la memoria e l’ansia del pubblico.

 

Ma diamo la parola a Chopin in merito e lasciamoci raccontare da una sua allieva,  Camille Dubois, qual’era l’opinione del grande compositore polacco.

“Chopin temeva più di tutto l’imbruttimento dell’allievo. Quando apprese che studiavo sei ore al giorno si arrabbiò moltissimo e mi vietò di esercitarmi più di tre ore”.

Chopin, infatti, metteva al primo posto la capacità di concentrazione ed evitava di fondare la sua tecnica su esercizi puramente tecnici.

Liszt, al contrario, sappiamo che studiava ore ed ore su un singolo passaggio finchè non gli veniva, senza lasciar perdere e senza passare ad altro.

Neuhaus, dell’opinione contraria rispetto a Chopin, raccontava ai suoi allievi un esempio che calza a pennello e che vi invito ad andare a leggere nell’articolo “La ripetizione è madre dello studio” .

Liszt senza alcun dubbio studiava più di tre ore considerato che dedicava le prime due o tre esclusivamente alla tecnica e all’agilità delle dita. E non esigeva certo meno da un’allieva:

Mi ha nuovamente raccomandato le ottave semplici e sciolte in tutte le tonalità, di suonare le note con tutte le dita, tenendo appoggiate quelle che non lavorano, le scale veloci e forte, e in generale ogni sorta di ginnastica della mano per almeno due ore al giorno

Così le tre ore di studio che Chopin non voleva fossero oltrepassate erano appena sufficienti per lo studio della tecnica, senza poter dedicare un solo minuto per la lettura di nuovi brani o per la preparazione di un concerto.

Hummel condivide l’opinione di Chopin e rassicura che è sufficiente uno studio regolare e attento di tre ore; infatti ogni esercizio prolungato abbruttirebbe lo spirito, rendendo l’esecuzione meccanica e senza anima.

Come concludere? Quanto bisogna studiare al giorno?

In generale, a mio avviso ogni pianista matura un proprio metodo di studio indipendentemente dalle ore di pratica quotidiana allo strumento.

Mi viene da dire che sono efficaci entrambi i metodi. Infatti, da una parte è importante mantenere la concentrazione ed evitare uno studio puramente meccanico; dall’altra, a volte, diventa necessario soffermarsi su passaggi tecnici specifici che richiedono immancabilmente un esercizio prolungato.

Aggiungerei che i pianisti Leimer e Gieseking consigliavano vivamente di riposarsi e far rilassare la mente tra una sessione e l’altra di studio (circa mezz’ora l’una) intercalandole con una passeggiata tonificante o con una lettura piacevole.

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Niecks, F. (1902). Frederick Chopin as a Man and Musician. Londra: Novello.

Boissier, A. (1976). Liszt pédadogue. Lecons de piano donne par Liszt à Mademoiselle Valérie Boisser à Paris en 1832. Ginevra: Slatkine Reprints.

 Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

 

Ma è vero che quando studiamo al pianoforte dobbiamo ripetere, ripetere e ancora ripetere?

Ci siamo mai chiesti se la vecchia verità “la ripetizione è madre dello studio” è reale o no?

È vero che la ripetizione al pianoforte ci aiuta a raggiungere i nostri obiettivi? Soprattutto per noi pianisti, la ripetizione può essere uno strumento da prendere in considerazione? Quando da ragazzi a scuola dovevamo affrontare una verifica o un’interrogazione, cosa ci diceva nostra madre? “Ripeti!”. Noi ci sentivamo già preparati, sapevamo di essere prontissimi per la verifica e nostra madre continuava a dirci: “Ripeti!”.

Quando ci capita di dover parlare in pubblico e dobbiamo presentare un progetto o un evento, come prepariamo e memorizziamo il nostro speech? Ripetendo, ripetendo, ripetendo. È l’unica strada!

Possiamo leggere e rileggere, schematizzare e sottolineare, ma alla fine dei conti ciò che ci da la certezza che un argomento è entrato nella nostra mente è la ripetizione.

Lo stesso identico discorso va fatto per lo studio del pianoforte. Se dobbiamo affrontare un passaggio tecnicamente scomodo e complicato, dopo averlo letto, analizzato, diteggiato, compreso sotto tutti gli aspetti, l’ultima cosa che ci resta da fare per interiorizzarlo è ripeterlo, e ripeterlo ancora.

La ripetizione al pianoforte salva!

È noto che a Liszt capitava di ripetere più di cento volte un passaggio difficile, ed era Liszt! Tra l’altro studiava ed eseguiva sui pianoforti Erard, famosi per avere la corsa del tasto più corta e la tastiera più leggera rispetto agli attuali pianoforti.

Ma vi riporto un altro esempio tratto da L’Arte del Pianoforte” di Heinrich Neuhaus.

“Quando Svjatoslav Richter mi suonò per la prima volta la sonata n. 9 di Prokofiev mi scappò detto che un passaggio molto difficile, polifonico, vivace […] gli riusciva come si deve. E Richter mi rispose: “Ma questo passo l’ho studiato ininterrottamente per due ore!“. Ecco il metodo giusto, che dà ottimi risultati. Il pianista deve lavorare per raggiungere il risultato migliore, senza rinviarlo a più tardi.”

Questo è il segreto” dice poco dopo Neuhaus. Chiama segreto una tecnica che forse alcuni di noi ancora snobbano. E invece sembra essere la chiave di tanti problemi.

Se Richter studiava ininterrottamente un passaggio, quanto noi “comuni mortali” dovremmo focalizzare la nostra attenzione su una specifica difficoltà, senza mollare o rinviare al giorno dopo?

Il grande didatta russo racconta che, in un colloquio con un allieva poco volenterosa, dovette ricorrere alla seguente metafora quotidiana:

“Immagini di voler portare a ebollizione una pentola d’acqua. Occorre mettere la pentola sul fuoco, e non toglierla finché l’acqua non bolle. Lei invece porta la temperatura a quaranta o cinquanta gradi; poi spegne il fuoco, si occupa di qualcos’altro; poi si ricorda di nuovo della pentola, ma l’acqua si sarà già raffreddata; allora ricomincia tutto da capo, e così varie volte; alla fine, tutto questo l’avrà stancata, e lei avrà sprecato il tempo necessario a far sì che l’acqua bolla. In questo modo lei ha perso un’enorme quantità di tempo e ha abbassato in misura considerevole il suo tono lavorativo”.

L’abilità di un pianista nell’apprendimento di un’opera sta nella sua continuità e nella capacità di non perder tempo a vuoto rimandando il lavoro ai giorni successivi.

In conclusione, io terrei a mente gli esempi di Liszt e Richter riportati nell’articolo. Studiavano incessantemente fino al raggiungimento del loro obiettivo tecnico.

Perciò: RIPETIAMO, RIPETIAMO, RIPETIAMO!

 

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:
Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

PS. Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

Il rilassamento muscolare al pianoforte è fondamentale per un’esecuzione distesa e controllata.

Mi spiego meglio…

Sei rigido! Sei un tronco di legno! Rilassa le spalle e il collo!

Quante volte ci siamo sentiti dire con tono diretto queste affermazioni dai nostri insegnanti, sia a lezione che dopo un concerto? Credo ci sia capitato decine di volte. Il rilassamento muscolare è una consapevolezza fisica, non una legge teorica. Nessuno ci può dire come essere rilassati muscolarmente, possiamo solo provare e riprovare finché non siamo fisicamente consapevoli di essere rilassati. Ovviamente dobbiamo volerlo e ricordarci attimo dopo attimo di rimanere rilassati.

Neuhaus riporta un esempio divertente di un allievo rigido e non si risparmia di utilizzare un linguaggio molto diretto:

“un bambino normale, capace di camminare con disinvoltura, di correre, saltare, giocare a palla, ballare, e così via, diventava ad un tratto un perfetto ebete. Le ragioni sono chiare: l’insufficienza rispetto al compito, il terrore di fronte allo strumento […]”

Diventare ebeti, una volta seduti al pianoforte, è un rischio che anche noi adulti possiamo correre se non siamo completamente rilassati.

L’irrigidimento delle spalle causa la perdita dell’efficacia del peso delle braccia sulla tastiera. L’irrigidimento delle braccia limita drasticamente i movimenti del polso. E, infine, un polso bloccato causa l’irrigidimento e la tensione dei tendini della mano e delle singole dita. Risultato: perdita totale dell’agilità e di tutto ciò che di negativo ne consegue. Non mi soffermo su questo punto specifico perché è ben conosciuto dagli addetti ai lavori.

 

Cause di irrigidimento muscolare al pianoforte

Neuhaus come prima cosa dice che è dovuto all’insufficienza rispetto al compito. Infatti nel momento in cui dobbiamo affrontare un passaggio particolarmente scomodo che non è stato risolto del tutto durante lo studio individuale, le nostre dita faticano ad eseguirlo correttamente. Se un passaggio tecnico risulta scomodo alla mano vuol dire che ancora non è maturato abbastanza. Quindi necessita di ulteriore studio, magari da lento a veloce in modo graduale e cercando di essere il più rilassati possibile.

In sintesi, una delle cause principali dell’irrigidimento muscolare è l’insufficiente preparazione tecnica rispetto ad un determinato compito e, per usare le parole di Neuhaus, il conseguente terrore di fronte allo strumento.

Leggi gli articoli su come studiare i passaggi difficili: La caduta libera sui tasti, Studiare con le cadute, Come studiare i passaggi difficili?, La trappola per chi studia lentamente, Il segreto per suonare le scale veloci, Il decalogo dei salti, Come suonare le ottave al pianoforte, I trilli al pianoforte.

I tre consigli pratici che ci indica il grande didatta russo

Esercizio uno

Con il polso sollevato e con la mano che pende liberamente, prendere con il dito una nota sul pianoforte dall’alto, lasciar abbassare gradualmente il polso quanto più possibile in basso, con un movimento tranquillo e misurato, e poi sollevarlo nuovamente fino ad una tale altezza dalla tastiera che il dito, naturalmente, non possa più trattenere il tasto e che, con un movimento tranquillo e sinuoso, si porti in alto insieme con il polso e con la mano. E così molte volte con tutte le dita. 

Non so quanti di noi avranno la pazienza di testare l’efficacia di questo esercizio, tuttavia ritengo che col tempo potrebbe conferire scioltezza al polso e alle singole dita incrementandone l’agilità.

Esercizio due

Stare in piedi e lasciar cadere lungo il corpo un braccio completamente senza vita, come un peso morto; poi con l’altra lo si prende per la punta delle dita, lo si solleva gradualmente quanto più in alto possibile e, raggiunto il punto più alto, lo si lascia all’improvviso, perché esso cada completamente “come corpo morto cade”.

Questo esercizio per molti non è affatto semplice. Infatti richiede che il pianista si fidi ciecamente del proprio corpo lasciando che il braccio cada liberamente. Spesso accade che il braccio viene lasciato cadere fino a circa la metà della corsa e che poi venga involontariamente rallentato per paura di farsi del male. A mio avviso bisogna provare e riprovare su se stessi e sui propri allievi affinché l’esercizio venga eseguito correttamente. La caduta di peso sulla tastiera si basa sullo stesso movimento. 

Ti consiglio di leggere gli articoli sulla caduta per approfondire questo aspetto: La caduta libera sui tasti, Studiare con le cadute,

Anche scaricare il peso del braccio o della mano sulla tastiera da vicino richiede una simile abilità.

Esercizio tre

L’ultimo esercizio proposto da Neuhaus richiede un po’ di immaginazione.

Paragonare tutto il braccio, dalla spalla alle terminazioni delle dita, ad un ponte sospeso, un’estremità del quale sia attaccata alla giuntura omerale, e l’altra al dito della tastiera. Il “ponte” è leggero ed elastico, i suoi sostegni invece sono forti e saldi. Appena la mano col dito si solleva dalla tastiera, l’immagine del “ponte” già non vale più; in quel caso è meglio immaginarsi una “gru”. A volte impongo di far oscillare questo “ponte” in tutte le direzioni, a destra, a sinistra, in alto e in basso e di farlo ruotare in maniera che il dito non lasci il tasto comunque sia, neppure per un secondo.

Chi esegue questo semplice esperimento si convince praticamente di quanto efficaci possano essere l’elasticità, la scioltezza e la naturalezza nel movimento di tutto il braccio, dalla spalla al dito, conservando piena sicurezza, precisione e fermezza nell’estremità del dito sul tasto, per cui bisogna capire che non sono assolutamente necessarie molta pressione né molta “forza”, ma che il peso serve a trattenere il tasto sul fondo della tastiera.

Spero che questi piccoli consigli possano esserci utili sia ai fini della nostra crescita professionale che a scopi didattici.

Potremmo scrivere fiumi di parole su questo argomento. Per anni saremmo in grado di lavorare sul rilassamento muscolare raggiungendo sempre nuovi obiettivi e, una volta raggiunti, saremmo capaci di asserire che fino al giorno precedente non eravamo per nulla rilassati. Le suddette tecniche pratiche sono in continua evoluzione e, ahimè, non esiste una legge teorica per tutti. Ognuno sperimenterà su di se ciò che porta più frutto.

 

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:
Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

PS. Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

Come possiamo affrontare e gestire l’ansia da palcoscenico?

Quante volte a noi pianisti è capitato di salire sul palco tremando? Immaginandoci che proprio quella performance sarebbe stata un disastro? E’ arrivato il mio momento! Questa volta sarò io la vittima di un apocalittico vuoto di memoria! Quanti pensieri negativi passano per la testa dei pianisti che devono affrontare un recital impegnativo? Succede a tutti, anche a coloro che sono abituati a suonare frequentemente e in grandi sale.

L’insicurezza purtroppo ci rende il gioco molto più difficile. E’ come decidere di affrontare una maratona con uno zaino di venti chili sulle spalle. Ma non solo.

Nel caso dei pianisti, entrano in gioco una serie di fattori psicologici che si trasformano in concrete e spiacevoli condizioni fisiche: sudorazione eccessiva delle mani, tremolii, irrigidimento muscolare e la diretta conseguenza della perdita della consapevolezza fisica del peso delle leve (dita, mano, avambraccio, braccio, spalle, corpo).

Purtroppo lo spettatore si accorge presto che l’esecutore non è rilassato e che è molto teso a causa dell’insicurezza. Prima di tutto perché l’esecuzione tende ad essere poco musicale e poco “respirata”, e poi perché l’insicurezza si trasmette subito al pubblico, il quale viene inconsapevolmente infastidito dalla tensione e non può godere della musica che sta ascoltando.

Ti consiglio di approfondire gli aspetti del rilassamento muscolare leggendo l’articolo Rilassamento Muscolare? Tre consigli pratici del didatta russo Neuhaus.

Quali sono le cause dell’ansia da palcoscenico?

Quali sono le cause dell’insicurezza e quali possono essere le strategie per evitarla?
Heinrich Neuhaus in “L’Arte del Pianoforte” dice che la causa può essere di natura psicologica o legata al carattere (tendenza confusionaria, indeterminatezza, indecisione). E’ quindi necessaria una rieducazione del pianista puntando a rafforzare i punti deboli legati alla duplice insicurezza tecnica e musicale.

Cosa vuole insegnarci il noto didatta russo? A mio avviso vuole dirci di fare più attenzione nella fase di studio affrontando ogni singolo micro frammento della nostra sessione di pratica individuale con un’alta dose di concentrazione e razionalità.

“Le lacune dell’istinto o del talento vanno colmate con la razionalità scrive Neuhaus.

Anche io posso confermare che solo uno studio metodico e mirato ad obiettivi specifici può portare al massimo risultato col minor sforzo, riducendo l’insicurezza da palcoscenico. Tutto ciò va pianificato a monte, a tavolino. Consapevolizzare i nostri punti deboli prima di una sessione di studio è indispensabile.

Puoi approfondire la didattica e lo studio per obiettivi leggendo l’articolo Un allievo suona un pezzo in modo del tutto arbitrario?

Cosa studiamo se non sappiamo quale lacuna dobbiamo colmare? Quale passaggio tecnico ancora non è del tutto a posto? Cambio spesso la diteggiatura sugli stessi passaggi? Non va bene. Ne devo scegliere una e non posso più cambiarla. Non deve essere necessariamente la migliore, ma deve essere quella che la mia mano deve memorizzare. E così via, possono essere centinaia gli esempi di uno studio razionale, soprattutto se si affronta l’aspetto musicale.

Quanto maggiore è la sicurezza musicale tanto minore sarà l’insicurezza tecnica e quanto maggiore è la sicurezza tecnica tanto minore sarà l’insicurezza musicale.

Sicurezza tecnica e musicale vanno di pari passo. All’aumentare della sicurezza tecnica ci sentiremo più sicuri e, quindi, liberi anche musicalmente.

Leggi gli articoli su come studiare i passaggi difficili: La caduta libera sui tasti, Studiare con le cadute, Come studiare i passaggi difficili?, La trappola per chi studia lentamente, Il segreto per suonare le scale veloci, Il decalogo dei salti, Come suonare le ottave al pianoforte, I trilli al pianoforte.

Come si fa a parlare fluidamente in una lingua straniera e ad esprimersi liberamente se non si conoscono i costrutti di base e le regole grammaticali?
Tutto richiede studio e preparazione, nulla và lasciato al caso.

Tutte le frasi musicali, una per una, devono essere chiare nella nostra mente. Dobbiamo sapere dove nascono, come crescono, dove raggiungono il loro punto culminante e come trasmetterlo al pubblico, dove la frase si distende e dove viene chiusa (per fare un esempio).

La libertà è una necessità di cui si ha coscienza. E’ l’opposto dell’arbitrio, la nemica dell’anarchia, come l’ordine è il nemico del disordine.

La sicurezza è la base della libertà e la libertà, ahimè, è il frutto di ore, giorni, settimane di studio. Ma noi non ci facciamo intimorire da ciò, sappiamo che per raggiungere grandi risultati si necessita di grandi sacrifici.

Nicolò De Maria

Bibliografia:
Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

PS. Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.