Ma è vero che quando studiamo al pianoforte dobbiamo ripetere, ripetere e ancora ripetere?

Ci siamo mai chiesti se la vecchia verità “la ripetizione è madre dello studio” è reale o no?

È vero che la ripetizione al pianoforte ci aiuta a raggiungere i nostri obiettivi? Soprattutto per noi pianisti, la ripetizione può essere uno strumento da prendere in considerazione? Quando da ragazzi a scuola dovevamo affrontare una verifica o un’interrogazione, cosa ci diceva nostra madre? “Ripeti!”. Noi ci sentivamo già preparati, sapevamo di essere prontissimi per la verifica e nostra madre continuava a dirci: “Ripeti!”.

Quando ci capita di dover parlare in pubblico e dobbiamo presentare un progetto o un evento, come prepariamo e memorizziamo il nostro speech? Ripetendo, ripetendo, ripetendo. È l’unica strada!

Possiamo leggere e rileggere, schematizzare e sottolineare, ma alla fine dei conti ciò che ci da la certezza che un argomento è entrato nella nostra mente è la ripetizione.

Lo stesso identico discorso va fatto per lo studio del pianoforte. Se dobbiamo affrontare un passaggio tecnicamente scomodo e complicato, dopo averlo letto, analizzato, diteggiato, compreso sotto tutti gli aspetti, l’ultima cosa che ci resta da fare per interiorizzarlo è ripeterlo, e ripeterlo ancora.

La ripetizione al pianoforte salva!

È noto che a Liszt capitava di ripetere più di cento volte un passaggio difficile, ed era Liszt! Tra l’altro studiava ed eseguiva sui pianoforti Erard, famosi per avere la corsa del tasto più corta e la tastiera più leggera rispetto agli attuali pianoforti.

Ma vi riporto un altro esempio tratto da L’Arte del Pianoforte” di Heinrich Neuhaus.

“Quando Svjatoslav Richter mi suonò per la prima volta la sonata n. 9 di Prokofiev mi scappò detto che un passaggio molto difficile, polifonico, vivace […] gli riusciva come si deve. E Richter mi rispose: “Ma questo passo l’ho studiato ininterrottamente per due ore!“. Ecco il metodo giusto, che dà ottimi risultati. Il pianista deve lavorare per raggiungere il risultato migliore, senza rinviarlo a più tardi.”

Questo è il segreto” dice poco dopo Neuhaus. Chiama segreto una tecnica che forse alcuni di noi ancora snobbano. E invece sembra essere la chiave di tanti problemi.

Se Richter studiava ininterrottamente un passaggio, quanto noi “comuni mortali” dovremmo focalizzare la nostra attenzione su una specifica difficoltà, senza mollare o rinviare al giorno dopo?

Il grande didatta russo racconta che, in un colloquio con un allieva poco volenterosa, dovette ricorrere alla seguente metafora quotidiana:

“Immagini di voler portare a ebollizione una pentola d’acqua. Occorre mettere la pentola sul fuoco, e non toglierla finché l’acqua non bolle. Lei invece porta la temperatura a quaranta o cinquanta gradi; poi spegne il fuoco, si occupa di qualcos’altro; poi si ricorda di nuovo della pentola, ma l’acqua si sarà già raffreddata; allora ricomincia tutto da capo, e così varie volte; alla fine, tutto questo l’avrà stancata, e lei avrà sprecato il tempo necessario a far sì che l’acqua bolla. In questo modo lei ha perso un’enorme quantità di tempo e ha abbassato in misura considerevole il suo tono lavorativo”.

L’abilità di un pianista nell’apprendimento di un’opera sta nella sua continuità e nella capacità di non perder tempo a vuoto rimandando il lavoro ai giorni successivi.

In conclusione, io terrei a mente gli esempi di Liszt e Richter riportati nell’articolo. Studiavano incessantemente fino al raggiungimento del loro obiettivo tecnico.

Perciò: RIPETIAMO, RIPETIAMO, RIPETIAMO!

 

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:
Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

PS. Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

3 commenti
  1. Niccolò
    Niccolò dice:

    Io sono convinto che né Liszt, né Chopin, né Neuhaus avessero ragione, ma avessero ragione tutti e 3 assieme unitamente e con moderazione.
    In altre parole: per diventare grandi pianisti sono necessarie innanzitutto doti (oggi si afferma che “tutti” possono diventare grandi pianisti se si studia molto; penso sia una sciocchezza) di fantasia, sensibilità e capacità tecnica auto-creativa (sono convinto che nessuno apprenda la tecnica pianista allo stesso modo, ma tutti seguano una linea di base e poi il cervello la sviluppi in altri modi ancora), una costanza diligente e smaniosa (e non significa 10 ore al giorno, ma anche solo 4-5, ma costanti, senza interruzioni), un’attenzione particolareggiata (ha forse senso studiare 10 ore senza concentrazione?) e una recondita pazienza nei passaggi più ostici (come si può pretendere d’affrontare una musica tanto meravigliosa quanto complessissima come la musica “eccellente”, senza avere una pazienza smisurata?).
    Qualunque pianista non abbia anche solo una di queste qualità, è destinato a essere un mero “pianista”. Sembra triste, demotivante, ma l’arte non è per tutti, come non è per tutti lavorare come impiegati o come muratori.
    Non credo al qualunquismo moderno, dove tutto è possibile. Non credo che “credere” in un sogno significhi raggiungerlo.
    Tutti possiamo fare qualcosa, ma pochi possono farla davvero bene. Punto.

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  1. […] Liszt, al contrario, sappiamo che studiava ore ed ore su un singolo passaggio finchè non gli veniva, senza lasciar perdere e senza passare ad altro. Neuhaus, dell’opinione contraria rispetto a Chopin, raccontava ai suoi allievi un esempio che calza a pennello e che vi invito ad andare a leggere nell’articolo “La ripetizione è madre dello studio” . […]

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