E se sbaglio nota? Cosa dirà di me il pubblico?

Cosa penseranno tutte quelle persone che non hanno mai studiato musica e che sono soltanto amatori?

Beh non è sempre così, a volte si ha la fortuna di essere ascoltati anche da musicisti di alto calibro.

Ma allora, cerchiamo di capire cosa percepisce il pubblico quando ci ascolta dalla sala.

A cosa dobbiamo veramente fare attenzione? Dove dobbiamo mettere tutta la nostra enfasi e tutte le nostre energie?

Vorrei ringraziare il M° Piero Rattalino per avermi dato l’occasione, rileggendo alcune pagine del suo Manuale tecnico del pianista concertista”, di riflettere su alcune evidenze alle quali non avevo mai fatto caso e sono sicuro che potranno tornare utili anche a voi.

Senza dubbio ci aiuteranno ad affrontare l’ansia da palcoscenico, la paura di sbagliare nota, la paura del pubblico.

Partiamo dal presupposto che il giovane pianista concertista si sente morire sei gli capita di toccare dei tasti sbagliati, di sbagliare una nota o se malauguratamente gli capita di prendere le cosiddette “note false”. Questo è un dato di fatto.

C’è una buona notizia?

La buona notizia è che gli ascoltatori amatori del repertorio classico possono riconoscere delle note sbagliate in una melodia a valori larghi o in un accordo tenuto, ma non se inserite in un passaggio tecnico di suoni brevi, nè in un accordo breve.

E’ difficile anche che un esperto in sala si accorga di un nota errata se inserita in passaggio veloce.

Troverete un approfondimento nell’articolo Sapevate che…? Cosa accade oltre la velocità di 152 al quarto?

L’elemento determinante per riconoscere una nota sbagliata è la durata.

Ovvero, in una sala da concerto, solo note a valori larghi potranno essere riconosciuti indubbiamente come errori.

In sala la percezione è più sintetica, molti particolari non sono in realtà percepibili, sia che si tratti di note false sia che si tratti di raffinatezze di tocco.” (P. Rattalino)

L’ascoltatore di cosa va alla ricerca?

Ciò che invece l’ascoltatore è pronto a cogliere e per il quale ha educato l’orecchio è la variazione d’intensità.

Ma non solo, l’ascoltatore va alla ricerca di una comunicazione diretta con l’interprete che si concretizza grazie all’agogica, ad una chiara architettura formale e alla capacità del pianista di evocare i suoni e i rumori della natura.

Il fascino e forse anche la superiorità del canto rispetto al pianoforte stanno nel fatto che la voce riesce ad emettere suoni “vibrati” e, grazie al parlato, differenti nei timbri (ovviamente oltre all’agogica e alle variazioni dinamiche).

Purtroppo il pianoforte non può vantare di possedere un range timbrico tanto largo quanto quello della voce, tanto meno può produrre un vibrato.

Allora, cosa resta al pianista? Tutto il resto! Ma deve essere chiaro ed evidente!

Il pianista ha l’obbligo di sfruttare al massimo le potenzialità offertegli dallo strumento: dinamica e agogica. 

Anche la struttura formale ha un’importanza rilevante per gli ascoltatori.

E’ necessario che gli ascoltatori, anche se non esperti, si rendano conto del discorso musicale  e delle diverse sezioni.

Forse non saranno capaci di comprendere se il brano è in forma sonata, se è un rondò o un tema e variazioni: nelle sonate classiche, ad esempio, non si esige che un amatore inesperto comprenda la distinzione esatta tra il primo e il secondo tema, tuttavia è auspicabile che ne percepisca una diversa sensazione emotiva.

Nonostante nella maggior parte dei casi, la variazione di tempo tra il primo e il secondo tema del primo movimento di una sonata classica non è concessa (se non scritta), anzi è ritenuta un tabù, Rattalino ci dice la sua opinione che sembra essere di più larghe vedute:

Se la scansione del tempo rimane invariata nessun amatore sarà in grado di cogliere l’articolazione della forma. […] 

Come può l’amatore capire che nello srotolarsi di un primo tempo di sonata è arrivato il secondo tema? Lo capisce se l’attacco del secondo tema è stato preceduto da un sensibile ritenendo, lo capisce meglio se il secondo tema viene eseguito ad un tempo un pò più lento.”

L’amatore preferisce capire, essere ammaliato, essere reso partecipe; non vuole solamente contemplare un’opera tanto bella tanto lontana dalla sua conoscenza e comprensione.

Infine, l’amatore si sentirà ancora più soddisfatto quando durante il concerto gli sembrerà di ascoltare i suoni e i rumori della natura: acqua, vento, fuoco, campane, canto degli uccelli.

Facciamo alcuni esempi.

Nel settimo preludio di Debussy l’ascoltatore vuole sentire il vento dell’oceano e vedere le grandi onde dell’Atlantico; nel terzo preludio il vento soffia sulla pianura e l’ascoltatore vuole riuscire ad immaginarselo durante l’ascolto; nella valle delle campane di Ravel suonano molte campane: l’amatore vuole sentirle e ne immagina la dimensione e il timbro.

Per concludere, l’ascoltatore vuole uscire dalla sala diverso da come è entrato. Come si ottiene questo? Su cosa deve puntare il pianista? Deve commuovere.

Vi invito a leggere l’articolo Come fare ad emozionare il pubblico quando suoni? che parla proprio di questo.

L’amatore vibra come una corda di violino se l’archetto del pianista lo sollecita: odio, amore, passione, tenerezza, tristezza, gioia, affanno, rabbia… […].(P. Rattaolino)”

Nicolò De Maria

Bibliografia:

Rattalino, P. (2007). Manuale tecnico del pianista concertista. Varese: Zecchini Editore.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

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