Nella categoria Studio Individuale al pianoforte potrai trovare tutti gli articoli che affrontano i principali metodi e le tecniche di studio.

Stabilire degli obiettivi chiari è indispensabile. Avere chiari la meta da raggiungere e il modello da seguire è il punto di partenza per una corretta ed efficace sessione di studio individuale al pianoforte. 

Come fraseggiare al pianoforte?

Cos’è il fraseggio?  Dove nasce e finisce una frase? Come riconoscere un punto culminante?

Saper fraseggiare è veramente un’arte. Non c’è nulla di scontato e solo l’esperienza e il buon gusto potranno aiutarci a comprenderne a fondo il “know how”.

L’artista sa che la frase musicale ha un’anima e questa diventa tale nel momento in cui riesce nell’obiettivo di darle vita. In caso contrario le note resterebbero una mera accozzaglia di macchie nere sparse tra linee orizzontali.

In questo possiamo farci aiutare dal celebre pianista e didatta polacco Josef Hofmann il quale, nel suo libro “Piano Playing with Questions Answered” risponde a moltissime domande rivoltegli dai suoi allievi durante le lezioni.

Vediamo allora come Hofmann può esserci di aiuto e iniziamo con le 3 Q&A sul fraseggio.

  1. Come Hofmann definisce il fraseggio? E che tipo di consigli pratici può dare ai pianisti su come fraseggiare?

Hofmann ritiene che il fraseggio sia, in primo luogo, una razionale divisione e suddivisione delle frasi musicali, e serve a rendere il discorso musicale intellegibile. Corrisponde alla punteggiatura nella letteratura e nella recitazione.

Ciò che più importa sapere è che il fraseggio serve a rendere intellegibile, comprensibile il discorso musicale. Comprensibile a chi? Ovviamente a chi ci ascolta! E come fa ad essere chiaro a chi ci ascolta se non lo è a chi esegue il brano?

Hofmann propone di iniziare la ricerca in merito alla comprensione di una frase cercandone l’inizio, la fine e il punto culminante.

Quest’ultimo in genere si trova sulla nota più alta della frase, o approssimativamente al centro della frase: sarà il vostro orecchio a darvi la certezza di dove si trova il punto culminante. L’inizio e la fine di una frase in genere si riconoscono grazie ad una legatura che spesso abbraccia l’intera frase.

Quindi una frase nasce, cresce, raggiunge un punto culminante, decresce e muore. Questa struttura la troviamo quasi in tutte le frasi musicali e dovrebbe essere molto chiara sia a chi suona che a chi ascolta.

Ciò che è richiesto all’artista è di dar vita alla frase e di assecondarne l’andamento. Infatti, quando ci dirigiamo verso un punto culminante la tensione aumenta, cresce fino ad arrivare al punto massimo dove esplode, per poi risolvere decrescendo e scemando gradualmente.

Purtroppo è molto più facile a dirsi che a farsi. Infatti raggiungere il punto culminante non vuol dire soltanto crescere dinamicamente come molti credono (anzi spesso risulta scorretto). Esprimere la direzione verso il climax richiede che l’esecutare abbia compreso il senso del brano e in quel caso della singola frase.

L’artista deve sentire che la tensione della musica cresce anche dentro di sè.

Il risultato deve essere autentico, naturale ed esprimere il mood della composizione. Ci può aiutare il nostro orecchio e la nostra sensibilità di artista.

  1. Come eseguire un rubato mantenendo integro il fraseggio della frase musicale?

In breve, Hofmann dice di restituire ciò che è stato rubato. Credo che in queste parole sia racchiuso il senso di questa variazione temporanea di tempo.

Puoi approfondire questo aspetto specifico leggendo l’articolo Se “rubi” devi restituire.

Concretamente, l’esecutore restringe la durata dei singoli suoni quando esegue un rubato. L’effetto finale è simile a quello creato da un accelerando graduale, ma molto più naturale e legato alla tensione e all’emozione.

Infatti, l’esecuzione del rubato non può essere matematica. Hofmann dice  che l’esecutore deve “ondeggiare” entro certi limiti.

Una volta effettuato, è il momento di “restituire” ciò che è stato rubato. Quindi, così come abbiamo ristretto il tempo, lo “ri-dilatiamo” per portarlo al suo stato originale. Tanto quanto abbiamo rubato, dobbiamo restituirlo.

Il tutto nella maniera più naturale possibile. Un poco come un elastico che gradualmente si allunga e gradualmente torna al suo stato originale.

Hofmann consiglia di sentirsi molto liberi nell’esecuzione di un rubato e di non studiarlo matematicamente, di lasciarsi prendere dall’emozione del momento dell’esecuzione. Altrimenti perderebbe il senso fondamentale per il quale è stato creato ed inserito in quel determinato punto.

Deve essere una proiezione dei nostri sentimenti: è talmente tanta la tensione e l’emozione che, in quell’istante, l’artista necessita di uscire dallo scandire esatto del tempo ed esprimere al massimo ciò che sente servendosi del rubato.

3. Sollevare la mano quando chiude un frase o durante una pausa?

Hofmann dice :”Never!”. Mai sollevare la mano con l’articolazione di polso per eseguire una pausa. Questo tipo di movimento va utilizzato per l’esecuzione di ottave o doppie note dove è segnato dall’autore uno staccato.

Il modo regolare per chiudere una frase è di sollevare il braccio con il polso rilassatissimo, la mano risulterà naturalmente appesa al polso.

Questo movimento va applicato tutte le volte che una frase si conclude. La mano non si solleva autonomamente dal polso, ma è il braccio che la tira su.

Quest’ultimo movimento ha un doppio vantaggio: il primo è quello di concludere la frase naturalmente; il secondo è quello di rilassare il braccio e la mano.

Il risultato finale di questo movimento sarà come una danza della mano e dell’avambraccio che asseconderà il fraseggio e renderà più autentica l’esecuzione del brano.     

 

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Hofmann, J. (1976). Piano Playing with Piano Questions Answered. New York: Dover Publications.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

 

 

il pianista e la paura del pubblico_nicolò de maria

Il pianista e la paura del pubblico

Come prepararsi alla performance e prevenire i vuoti di memoria

Il libro Il pianista e la paura del pubblicoè una raccolta e un approfondimento degli articoli più letti dagli utenti. Se vuoi approfondire questo articolo e gli argomenti principali di questo sito, quali l’ansia da palcoscenico, la paura di suonare in pubblico, le tecniche di memorizzazione musicale, la sicurezza in se stessi e la solidità tecnica clicca qui sotto.

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Come possiamo affrontare e gestire l’ansia da palcoscenico?

Quante volte a noi pianisti è capitato di salire sul palco tremando? Immaginandoci che proprio quella performance sarebbe stata un disastro? E’ arrivato il mio momento! Questa volta sarò io la vittima di un apocalittico vuoto di memoria! Quanti pensieri negativi passano per la testa dei pianisti che devono affrontare un recital impegnativo? Succede a tutti, anche a coloro che sono abituati a suonare frequentemente e in grandi sale.

L’insicurezza purtroppo ci rende il gioco molto più difficile. E’ come decidere di affrontare una maratona con uno zaino di venti chili sulle spalle. Ma non solo.

Nel caso dei pianisti, entrano in gioco una serie di fattori psicologici che si trasformano in concrete e spiacevoli condizioni fisiche: sudorazione eccessiva delle mani, tremolii, irrigidimento muscolare e la diretta conseguenza della perdita della consapevolezza fisica del peso delle leve (dita, mano, avambraccio, braccio, spalle, corpo).

Purtroppo lo spettatore si accorge presto che l’esecutore non è rilassato e che è molto teso a causa dell’insicurezza. Prima di tutto perché l’esecuzione tende ad essere poco musicale e poco “respirata”, e poi perché l’insicurezza si trasmette subito al pubblico, il quale viene inconsapevolmente infastidito dalla tensione e non può godere della musica che sta ascoltando.

Ti consiglio di approfondire gli aspetti del rilassamento muscolare leggendo l’articolo Rilassamento Muscolare? Tre consigli pratici del didatta russo Neuhaus.

Quali sono le cause dell’ansia da palcoscenico?

Quali sono le cause dell’insicurezza e quali possono essere le strategie per evitarla?
Heinrich Neuhaus in “L’Arte del Pianoforte” dice che la causa può essere di natura psicologica o legata al carattere (tendenza confusionaria, indeterminatezza, indecisione). E’ quindi necessaria una rieducazione del pianista puntando a rafforzare i punti deboli legati alla duplice insicurezza tecnica e musicale.

Cosa vuole insegnarci il noto didatta russo? A mio avviso vuole dirci di fare più attenzione nella fase di studio affrontando ogni singolo micro frammento della nostra sessione di pratica individuale con un’alta dose di concentrazione e razionalità.

“Le lacune dell’istinto o del talento vanno colmate con la razionalità scrive Neuhaus.

Anche io posso confermare che solo uno studio metodico e mirato ad obiettivi specifici può portare al massimo risultato col minor sforzo, riducendo l’insicurezza da palcoscenico. Tutto ciò va pianificato a monte, a tavolino. Consapevolizzare i nostri punti deboli prima di una sessione di studio è indispensabile.

Puoi approfondire la didattica e lo studio per obiettivi leggendo l’articolo Un allievo suona un pezzo in modo del tutto arbitrario?

Cosa studiamo se non sappiamo quale lacuna dobbiamo colmare? Quale passaggio tecnico ancora non è del tutto a posto? Cambio spesso la diteggiatura sugli stessi passaggi? Non va bene. Ne devo scegliere una e non posso più cambiarla. Non deve essere necessariamente la migliore, ma deve essere quella che la mia mano deve memorizzare. E così via, possono essere centinaia gli esempi di uno studio razionale, soprattutto se si affronta l’aspetto musicale.

Quanto maggiore è la sicurezza musicale tanto minore sarà l’insicurezza tecnica e quanto maggiore è la sicurezza tecnica tanto minore sarà l’insicurezza musicale.

Sicurezza tecnica e musicale vanno di pari passo. All’aumentare della sicurezza tecnica ci sentiremo più sicuri e, quindi, liberi anche musicalmente.

Leggi gli articoli su come studiare i passaggi difficili: La caduta libera sui tasti, Studiare con le cadute, Come studiare i passaggi difficili?, La trappola per chi studia lentamente, Il segreto per suonare le scale veloci, Il decalogo dei salti, Come suonare le ottave al pianoforte, I trilli al pianoforte.

Come si fa a parlare fluidamente in una lingua straniera e ad esprimersi liberamente se non si conoscono i costrutti di base e le regole grammaticali?
Tutto richiede studio e preparazione, nulla và lasciato al caso.

Tutte le frasi musicali, una per una, devono essere chiare nella nostra mente. Dobbiamo sapere dove nascono, come crescono, dove raggiungono il loro punto culminante e come trasmetterlo al pubblico, dove la frase si distende e dove viene chiusa (per fare un esempio).

La libertà è una necessità di cui si ha coscienza. E’ l’opposto dell’arbitrio, la nemica dell’anarchia, come l’ordine è il nemico del disordine.

La sicurezza è la base della libertà e la libertà, ahimè, è il frutto di ore, giorni, settimane di studio. Ma noi non ci facciamo intimorire da ciò, sappiamo che per raggiungere grandi risultati si necessita di grandi sacrifici.

Nicolò De Maria

Bibliografia:
Neuhaus, H. (1992). L’arte del pianoforte. Milano: Rusconi.

PS. Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

 

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Il pianista e la paura del pubblico

Il libro “Il pianista e la paura del pubblico” è una raccolta e un approfondimento degli articoli più letti dagli utenti. Se vuoi approfondire questo articolo e gli argomenti principali di questo sito, quali l’ansia da palcoscenico, la paura di suonare in pubblico, le tecniche di memorizzazione musicale, la sicurezza in se stessi e la solidità tecnica clicca sul bottone qui sotto.


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Hai notato di essere invidioso di un collega o un amico che sembra mostrare qualità che tu non hai? Anche se molti non ne parlano è un sentimento molto diffuso, soprattutto tra musicisti.

La competizione tra pianisti si tocca con mano sin dai primi anni di studio.

L’invidia si accentua in prossimità di esami, concorsi o concerti. La rincorsa al successo, a voti più alti, a premi e riconoscimenti, a volte, può portare ad una competitività malata che contribuisce a gravare ulteriormente sulle esibizioni.

Ciò avviene in tutti i campi professionali, non solo tra musicisti. A nostra discolpa, tuttavia, c’è da dire che l’ambiente in cui viviamo e il sistema di formazione in cui siamo inseriti non ci aiuta.

Per accedere agli studi in un buon conservatorio devi essere tra i migliori. Ai concorsi vincono i migliori. Alle audizioni verranno selezionati i migliori. Ciò da un lato è buono poiché punta al merito del musicista; dall’altro lato, purtroppo, più che in altri campi, sprona ad una competizione che mette l’arte da parte.

Anche le commissioni a volte sono costrette a metterla da parte trovandosi costrette (per varie ragioni) a portare avanti musicisti che assomigliano più a robot preconfezionati che a veri artisti capaci di proporre autentiche, innovative e sentite interpretazioni.

Ma questo è il mondo in cui ci troviamo, dobbiamo conviverci e puntare in alto.

Adesso passiamo a riflessioni che possono aiutarci.

Avete mai pensato al fatto che l’invidia è sostanzialmente un profondo sentimento di stima?

Chi invidia un compagno, (concedetemi l’ironia) oltre a pregare per la sua disfatta, ne riconosce le abilità musicali, tecniche, virtuosistiche. Ammette di avere accanto un artista di livello superiore. Lo stima molto.

Non c’è da sentirsi in colpa.

Ora vi pongo una domanda e ognuno di voi risponda in cuor suo.

Preferireste formarvi in una scuola frequentata da colleghi incapaci, svogliati e indisciplinati? Oppure vorreste entrare a far parte di una classe di pianoforte quotata, perché guidata da un grande didatta e costituita da elementi di alto livello, che studiano con disciplina e costanza e tengono concerti che attraggono centinaia di ascoltatori?

Nel primo caso sareste osannati e applauditi, nel secondo magari no. Dove vorreste trovarvi? A voi la scelta.

La causa dell’invidia? Siete nel posto giusto

Ecco dove nasce l’invidia, nel posto giusto.

Se ne provi un pizzico per qualcuno vuol dire che sei spronato a fare di meglio, vuol dire che hai un modello concreto da seguire.

I veri modelli non sono solo i grandi solisti che ascoltiamo nelle grandi sale o su YouTube. Quelli ci sembrano così lontani, quasi irreali…

I veri modelli sono i nostri compagni di viaggio, i quali ci dimostrano, giorno dopo giorno, che si può veramente ottenere ciò che si vuole con l’impegno e la disciplina. Sono in carne ed ossa, proprio lì, nell’aula accanto e… studiano, studiano, studiano.

Un appello a coloro i quali stanno accumulando successi. Godetene, certamente! Ma presto chiedetevi se ciò è dovuto al contesto in cui vi trovate. Vivete un contesto di formazione molto chiuso e ristretto, vi ascolta un pubblico di quartiere o di provincia?

Se così è, fuggite da queste situazioni! State perdendo tempo. Vi state cullando e trastullando in un luogo che vi tiene comodamente al caldo. 

Fate i bagagli e partite! Vedrete che tutto cambierà. 

Dopo un primo periodo di grandi sacrifici, ringrazierete il buon Dio per aver avuto la possibilità di toccare con mano e osservare coi vostri occhi il reale livello al quale poter puntare.

Sentirsi arrivati, credere in cuor proprio di avere raggiunto discrete capacità tecnico-musicali e cullarsi di ciò è la fine per un artista.

Nicolò De Maria


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Come ottenere uno stile di vita produttivo che ti permetta di studiare di più e meglio al pianoforte?

Perché è necessario che un musicista o uno studente di conservatorio rifletta sul proprio stile di vita? Se credi che le buone o cattive abitudini possano stimolare o interferire con l’efficacia del tuo studio musicale allora continua a leggere questo articolo.

Riflettiamo insieme su alcuni aspetti che potranno cambiare il tuo modo di affrontare la giornata e darti l’energia e il tempo sufficienti per studiare di più e meglio e raggiungere risultati artistici concreti.

Stile di vita

In molti sappiamo che la costanza e l’abitudine danno l’energia necessaria per esercitarsi allo strumento a lungo e in modo efficace. Ma ciò non è semplice.

La capacità di rimanere concentrati, ad esempio, è una virtù che va imparata e acquisita. Non è una decisione che si prende dall’oggi al domani. Tutto ciò avviene gradualmente con l’abitudine.

Tre ingredienti indispensabili

È una questione di volontà (“sono motivato a raggiungere il mio scopo”), responsabilità (“ho compiuto liberamente una scelta e la porterò fino in fondo”) disciplina (“anche se oggi non ho voglia o sono stanco o gli amici mi reclamano per fare altro, studio!”).

Ognuno di noi ha una capacità di apprendimento impressionante, spesso senza rendersene conto. Il nostro obiettivo è ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.

L’esecuzione finale di un brano è come la punta di un iceberg, ovvero l’unica parte visibile. Tutto il resto è nascosto sott’acqua e rappresenta la fase di studio che ha preceduto la performance.

Il risultato può cambiare notevolmente sulla base di come viene affrontato lo studio, se con attenzione e concentrazione oppure no.

Molte persone aspirando ad un certo obiettivo con tenacia e disciplina, pur di potersi avvicinare alla loro meta non si fanno sopraffare dalla fatica e dalla stanchezza. Altre, invece, non sono state abituate, sin da piccole, alla determinazione che potrebbe portarli a superare i loro limiti e, dunque, falliscono.

La disciplina è indispensabile per suonare bene il pianoforte ed esibirsi in pubblico con sicurezza.

La concentrazione durante lo studio va anche preservata, cercando in tutti i modi di evitare ogni tipo di distrazione e di stress.

Iniziamo a fare qualche esempio concreto.

Ad esempio, condurre una vita carica di impegni quotidiani non concilia lo studio attento, anzi, sovraccarica lo studente di ulteriore stress. Infatti, sarà tentato sovente a doversi dedicare ad altro. Ciò influenza molto l’esecuzione pubblica.

È molto interessante l’aneddoto che racconta Neuhaus:

“Avevo una studentessa straordinaria, che, tuttavia, non aveva suonato in pubblico neppure una volta senza confondersi e dimenticare qualcosa. La ragione era che si trascinava appresso una smisurata quantità di impegni ed era molto esaurita”.

Dopo queste sante parole, molti di noi potrebbero dire: “ecco trovata la causa del mio male”. Perché, in fondo, siamo tutti un po’ così. Ci piace fare mille cose.

E’ importante, dunque, riflettere su qual è il nostro attuale stile di vita e su come stiamo gestendo il nostro tempo poiché influenza radicalmente le nostre sedute di studio e, dunque, le pubbliche esecuzioni.

La gestione del tempo

Vi riporto un altro famoso aneddoto che viene raccontato sovente quando si parla di una corretta gestione del tempo:

Un giorno, in una grande azienda, arrivò un manager molto esperto per tenere una conferenza sulla gestione del tempo e degli obiettivi. La sala era gremita, perché l’uomo era molto conosciuto per la sua saggezza e tutti erano ansiosi di imparare qualcosa da lui.

Entrò in sala, prese posto davanti a tutta quella platea di persone, appoggiò la sua valigetta sul tavolo, la aprì e tirò fuori un grosso bicchiere di plastica trasparente, in modo che tutti potessero vederlo, prese alcuni sassi abbastanza grossi dalla valigetta e incominciò a metterli dentro il bicchiere… Uno, due, tre…

Con il terzo sasso era ormai pieno ed era impossibile pensare di farcene entrare un altro. A questo punto l’uomo chiese alla platea: «Questo bicchiere è pieno?». Tutti, un po’ meravigliati da quello che stava succedendo, risposero: «Sì, lo è».

Allora l’uomo prese dalla valigetta un sacchetto pieno di sassolini piccoli e cominciò a versarlo nel bicchiere. I sassi grossi avevano lasciato molti spazi vuoti e i sassolini li riempirono, finché raggiunsero l’orlo del bicchiere. «Adesso è pieno?»chiese l’uomo. «Adesso sì, lo è», tutti risposero.

L’uomo cercò ancora nella sua valigetta, prese un sacchetto di sabbia finissima e cominciò a versarlo nel bicchiere riempiendo tutti gli spazi vuoti lasciati dai sassolini. «Ora è pieno?», chiese ancora l’uomo. «Sì, ora è veramente pieno», fu la risposta unanime.

Ma ancora non è finita: l’uomo prese la bottiglia dell’acqua che c’era sul tavolo e prese a versarla nel bicchiere finché non lo riempì del tutto.
«Ora – disse l’uomo – vorrei sapere da voi cosa vi ha insegnato questa dimostrazione»

Ci fu un lungo silenzio, poi qualcuno disse: «Forse mi insegna che, per quanto sia piena la mia agenda, posso sempre sforzarmi di trovare un po’ di spazio»Dopo un po’, un altro disse: «Mi insegna che, se mi carico di troppi impegni, rischio di fare dei danni: infatti se tentassi di aggiungere ancora qualcosa, il bicchiere potrebbe rompersi».

Tuttavia, si capiva che non potevano essere queste le risposte.

L’uomo attese ancora qualche minuto, poi disse: «Questo esempio dimostra che, se non avessi messo nel bicchiere per primi i sassi grossi, dopo non sarei più riuscito a farceli entrare. Dunque, per organizzare e gestire al meglio il vostro tempo, prima di accettare un lavoro, assumervi degli impegni, o prendere qualsiasi decisione, stabilite e sistemate gli aspetti veramente importanti e irrinunciabili della vostra vita. Dopodiché, potrete occuparvi di trovare lo spazio per tutto il resto».

Chiuse la valigetta e se ne andò.

Ecco perché è importante capire sin da subito ciò che veramente conta nella vita. È una scelta che ogni studente deve fare. Deve decidere a che posto sta l’esercizio allo strumento e il raggiungimento del suo obiettivo, rispetto a tutto il resto.

Ecco che allora la routine settimanale e quotidiana assumono un ruolo predominante allo scopo di acquisire disciplina e poter studiare di più al pianoforte. Ma non solo, anche per abituarsi gradualmente a protrarre la capacità di rimanere concentrati e quindi di rimanere seduti a studiare mano a mano qualche mezz’ora in più.

È tutta una questione di regolarità, responsabilità e determinazione che, insieme, portano ad una piacevole sensazione di soddisfazione data dalla certezza di essere stati fedeli al proprio intento.

Senti senza indugio che stai facendo la cosa giusta. La tua autostima e la sicurezza in te stesso aumentano.

Neuhaus racconta:

Cortot diceva che la cosa più importante per un concertista in tournée è una buona dormita e uno stomaco sano. […] A Mosca, fra una lezione e l’altra con gli studenti, fra riunioni e concorsi, nonostante la stanchezza, mi capitava spesso di dovermi preparare a qualche concerto importante. Mi preparavo con scrupolo, cercavo di utilizzare tutto il tempo libero, ma in seguito all’eccessiva stanchezza il concerto risultava non all’altezza della situazione; […] la quantità di lavoro svolto – prima del concerto – era a volte due o tre volte maggiore di quello necessario per la preparazione di un concerto quando ero in buono stato di salute, libero da impegni e fresco di spirito.” 

Neuhaus accenna così all’importanza per un concertista di condurre uno stile di vita sano (dormire bene, mangiare sano e praticare attività fisica) e svincolato da troppi impegni, ma vi posso garantire che ciò è necessario anche ad uno studente assennato che non vuole disperdere le sue energie in mille distrazioni.

Nicolò De Maria

Bibliografia:
H. Neuhaus, L’arte del pianoforte, Rusconi, Milano 1985
F. Righini & R. Zadra, Maestro di te stesso, Curci, Milano 2010


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Il celebre pianista e didatta ungherese Gyorgy Sandor ha dedicato, nel suo libro “Come si suona il pianoforte”, un intero capitolo alla caduta libera al pianoforte, passando in rassegna i principali aspetti che la compongono: dalla forza di gravità (vista come l’energia primaria che consente al pianista di compiere il gesto in questione) al sistema muscolare, dalla tecnica del peso alle diverse fasi di caduta, impatto e sollevamento; sono citati anche diversi esempi di immediata applicazione pratica.

Vi consiglio di darne una lettura la quale senza dubbio potrà suscitarvi riflessioni utili alla formazione vostra pianistica.

Istruzioni per la caduta libera al pianoforte

Gyorgy Sandor, a conclusione del suo capitolo sulla caduta al pianoforte, riassume i principali aspetti ai quali l’esecutore dovrebbe fare attenzione per raggiungere il massimo risultato.

Ho già parlato lungamente della caduta al pianoforte quindi, nel caso in cui voleste approfondire l’argomento, potete leggere i seguenti articoli: La caduta libera al pianoforte. Serve? Non serve? Se si, a cosa?Come studiare al pianoforte i passaggi difficili con le cadute.

Entriamo nel cuore di questo articolo riportando le istruzioni lasciateci in eredità da Sandor:

  1. La spalla non deve partecipare attivamente alla caduta libera. Essa non deve compiere alcun movimento: deve limitarsi a sostenere e poi abbandonare il braccio”

Questo è uno concetti basilari della caduta libera: il rilassamento. La caduta per essere “libera”, deve essere effettuata senza alcun intervento dei muscoli.

 

Per molti può sembrare scontato, ma vi assicuro che non lo è.

I muscoli del braccio servono esclusivamente a sollevare la mano fino all’altezza necessaria, il resto sarà delegato alla forza di gravità (parleremo poi delle dita e della preparazione della mano nella fase dell’impatto).

2. “Non sedete né troppo vicino né troppo lontano dal pianoforte; la posizione corretta è quella che permette la caduta dell’ultima falange delle dita lungo una linea perfettamente verticale, con le dita leggermente arcuate”.

3. “La testa e il corpo non prendono parte attiva al movimento; durante la fase di caduta libera essi rimangono immobili”.

4. “Non fate scivolare le dita sui tasti dopo l’impatto, e meno che mai durante l’impatto. Durante la prima fase, le dita debbono essere sollevate in linea verticale con un movimento coordinato della mano, dell’avambraccio e del braccio”.

5. “Non deve esercitarsi nessuna pressione sui tasti dopo l’istante dell’impatto né durante la fase in cui il braccio solleva nuovamente avambraccio, mano e dita dalla tastiera. Il tasto va semplicemente tenuto “schiacciato” con una minima quantità di peso fino al momento del distacco”.

Abbiamo detto che la caduta deve avvenire con il massimo rilassamento. Tuttavia, giustamente ci si chiederebbe “Se cadessimo realmente senza alcun intervento muscolare, come potremmo evitare che la mano cada casualmente e come un peso morto sui tasti?”. In effetti, la caduta deve essere “libera”, cioè completamente rilassata; ma la mano “pronta, preparata” per non farsi schiacciare dalla caduta stessa.

 

La mano, infatti, si prepara all’impatto e, presto in fase di sollevamento, si posiziona come se stesse già suonando le note che seguono.

Quindi la mano è rilassata, ma non del tutto. La mano asseconda il gesto. E’ fondamentale non fraintendere questo aspetto.

Nella fase dell’impatto, come potete immaginare, la mano e le dita dovranno sostenere il peso del braccio in caduta imprimendo una forza opposta non indifferente. E ciò provoca una tensione. Tale tensione necessita di essere sciolta subito dopo l’impatto.

Quindi riassumendo: la caduta avviene quasi del tutto in modo rilassato, eccetto per il momento dell’impatto. Subito dopo, durante la fase di sollevamento, dita, mano e braccio vanno sciolti e “ripreparati” alla posizione successiva, pronti per un’altra caduta libera.

6. “Le articolazioni delle dita e del polso debbono essere elastiche: mai rigide né troppo sciolte”

Infatti l’impatto risulterebbe secco e violento se le articolazioni fossero rigide e, al contrario, non avverrebbe nessun impatto se le articolazioni fossero troppo sciolte.

Trovare quindi la tensione minima necessaria.

7. “E’ molto importante non interferire con la velocità prodotta dalla forza di gravità, né aumentandola né diminuendola”.

8. “Al fine di produrre sonorità elevate “tutto ciò che dobbiamo fare è alzare il braccio nella giusta posizione – e lasciarlo andare!”

Sandor scrive proprio così, semplificando sorprendentemente il gesto della caduta nelle dinamiche forti.

Quindi l’obiettivo è raggiungere il massimo risultato con il minimo sforzo guardandosi dall’usare troppa forza in considerazione dei limiti di elasticità dello strumento.

Molti grandi virtuosi del pianoforte (Hofmann, Godowski, Friedman, Schnabel, Bartòk, per esempio) pur essendo piccoli di statura erano capaci di produrre tutte le sonorità che desideravano con uno sforzo non eccessivo, per mezzo della caduta.

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Sandor, G. (1984). Come si suona il pianoforte. Milano: Rizzoli Editore.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

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Come prepararsi alla performance e prevenire i vuoti di memoria

Il pianista e la paura del pubblico

Il libro “Il pianista e la paura del pubblico” è una raccolta e un approfondimento degli articoli più letti dagli utenti. Se vuoi approfondire questo articolo e gli argomenti principali di questo sito, quali l’ansia da palcoscenico, la paura di suonare in pubblico, le tecniche di memorizzazione musicale, la sicurezza in se stessi e la solidità tecnica clicca sul bottone qui sotto.


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Come rimanere concentrati? Come non distrarsi durante una seduta di studio? Vediamo insieme come poter migliorare il rendimento del tempo investito a contatto col nostro strumento.

La mia modesta e personale esperienza mi ha insegnato che una considerevole nemica del successo sul palco dei musicisti è l’inconsapevole abitudine a distrarsi durante le sedute di studio allo strumento.

Lo studio di un brano è un processo mnemonico

Lo studio del repertorio pianistico, ma in generale quello musicale, è nei fatti un processo mnemonico.

Noi studiamo per imparare determinati gesti che in esecuzione dovranno essere effettuati con una precisione e velocità maggiori e con un contributo mentale quanto più ridotto possibile, affinché il musicista possa concentrarsi sulla musica e non sul susseguirsi dei singoli dettagli: ad esempio, le note, i ritmi, il fraseggio, il tocco, la diteggiatura di ogni passaggio…

La lettura di un brano avviene molto lentamente proprio per questo motivo: per permettere allo studente di incamerare tutti i contenuti musicali che il compositore ha annotato sulla parte.

Poi, però, in fase d’esecuzione, il tempo ristretto per comandare ogni azione richiede il soccorso dell’automazione dei gesti.

Lo studio di un brano al pianoforte è principalmente un lavoro di memorizzazione della successione dei micro-gesti da eseguire, quindi è un lavoro prettamente mentale.

Se ci distraiamo durante questa fase, stiamo buttando via il tempo impiegato.

Ciò che sovente si riscontra negli studenti dei conservatori, ma anche in molti strumentisti di livello, è l’incredibile capacità di abituarsi all’errore, forti del fatto che si è ancora in una fase iniziale e ci sarà molto tempo per risolverlo. 

Spesso lo studio iniziale procede erroneamente per tentativi e ripetizioni, sperando così che prima o poi un determinato passaggio “venga bene”.

Questo modus operandi è la ricetta segreta per il fallimento.

Dinamiche imprecise, agogica non definita, note sbagliate, ritmi inesatti, accenti spostati, fraseggi improvvisati: tutte queste imprecisioni, se non corrette agli albori della lettura del repertorio, rischiano con elevate probabilità di essere trascinate fino al lavoro di perfezionamento, quando poi correggerle diventa molto dispendioso dal punto di vista del tempo e dell’energie impiegate.

Lo confermano i didatti Leimer e Gieseking:

“Se però vengono commessi degli errori nell’esecuzione, l’immagine risulterà falsata e dovrà venir rettificata successivamente mediante opportune correzioni.
Ma questo procedimento farà perdere molto tempo, e quando gli errori sono assimilati, specialmente quelli di ritmo, non potranno venir eliminati che assai difficilmente e con molta fatica.

L’allievo che intende far rapidi progressi, deve prestare la massima attenzione ed evitare errori sin dall’inizio. 

Per fare ciò è necessario, quindi, rimanere concentrati su ciò che si sta studiando evitando distrazioni.

La concentrazione, però, non viene da sé.

Non decidi di rimanere concentrato e, whoowo!, di colpo sei concentrato per sei ore.

Come rimanere concentrati

Rimanere concentrati su ciò che si studia in musica, come nella vita in generale, è una virtù che si impara e si sviluppa con l’abitudine.

Ma soprattutto dipende dagli obiettivi che ognuno si pone e dagli stimoli che si hanno.

Attenzione! Mi riferisco ad obiettivi concreti e raggiungibili nell’immediato.

Adesso! Proprio ora!

Oggi, al mattino, quando ti sei seduto al pianoforte per studiare, quali erano i tuoi obiettivi? Li hai raggiunti?

Iniziamo dall’inizio: avevi degli obiettivi?

Dire di imporsi degli obiettivi alla giornata è già molto ambizioso.

Io, durante lo studio, mi pongo obiettivi di massimo 10’-15’ minuti.

So esattamente quale competenza posso acquisire, quale dettaglio posso analizzare o quali battute posso memorizzare in un quarto d’ora.

E mi impegno a farlo in quel lasso di tempo.

Allora non ho più tempo da perdere, devo mettermi al lavoro.

Lo studio intenzionale: maggior rendimento del tempo investito

Sovente durante lo studio dello strumento tanti sprofondano nella noia. Guardano l’orologio realizzando che deve passare ancora molto tempo prima di potersi dedicare a qualcosa di più stimolante.

Questa è la conferma che non si sta effettuando uno studio intenzionale.

Cos’è lo studio intenzionale?

È quell’approccio all’apprendimento che induce lo studente ad anelare continuamente a nuovi obiettivi e a raggiungerli.

Lo studio intenzionale si attua quando lo studente è totalmente immerso nel suo lavoro, desidera a tutti i costi acquisire una specifica competenza.

Non c’è spazio per la noia.

Direi piuttosto che in alcune situazioni ci si può scoraggiare. Ovvero, si può cadere nell’inganno di non essere sufficientemente competenti e di non avere le potenzialità necessarie per raggiungere uno scopo. Ma se gli obiettivi sono stati scelti con cognizione di causa e, dunque, sono concretamente realizzabili, il problema consiste nel metodo di studio.

Supponiamo che tu abbia il sogno di vincere un difficile concorso internazionale: se ti butti a capofitto su tutto il repertorio in programma rischi di scoraggiarti, perché ti apparirà un’impresa insormontabile.

Avete presente la metafora della montagna? Se guardiamo solo alla cima sentiamo subito che non ce la faremo mai, la mole di lavoro sembra insostenibile.

Se invece abbassi lo sguardo, fai un primo passo e così il cammino inizia.

Se procediamo lentamente, senza fretta e con le giuste accortezze, la meta si avvicinerà di più fino a raggiungerla.

Non possiamo esigere di raggiungere la vetta in un giorno, possiamo però imporci di scalare 30 metri in un lasso di tempo specifico.

Questo è ciò che conta.

Obiettivi molto impegnativi e lontani nel tempo vanno suddivisi in piccoli obiettivi subito raggiungibili.

Ricordate quando la maestra vi assegnava interminabili poesie da imparare a memoria? A me succedeva spesso. Ecco, andavano imparate a memoria strofa per strofa, o addirittura riga per riga.

Nello studio musicale questa suddivisione del lavoro è indispensabile, altrimenti si rischia di suonare e risuonare per tentativi dall’inizio del brano fin dove si riesce proseguendo senza alcun ordine mentale. Tentando e sperando che venga sempre meglio!

Aiuto!

Bisogna darsi delle scadenze.

Inizia domandandoti: “Quanto tempo ho oggi per studiare? Sei ore, tre ore, un’ora, venti minuti?

Decidi in base al tempo che hai a disposizione cosa devi migliorare o cosa devi leggere, o cosa devi correggere entro la fine della seduta di studio.

Se hai solo dieci minuti, non sprecare il tuo tempo. Potresti, ad esempio, scegliere un passaggio difficile e rivederlo molto lentamente.

Trasforma grandi obiettivi in piccoli obiettivi

La segmentazione delle sezioni del brano può avvenire verticalmente (cioè selezionando un periodo, una frase, due/quattro/otto battute), oppure orizzontalmente, ovvero studiando le singole voci di una fuga oppure a mani separate.

A proposito dello studio a mani separate Chuan Chang dice:

“Il 100% dello sviluppo tecnico si compie essenzialmente mediante lo studio a mani separate […]. Non si tenti di sviluppare la tecnica digitale a mani unite […] poiché è molto difficile, richiede tempo ed è pericoloso”

Benedetto allora sia il tanto snobbato studio a mani separate, ancor di più in fase di lettura.

Una volta studiato a dovere un breve passo, si procederà al successivo che dovrà essere affrontato con la stessa cura e attenzione del primo. Due o più passi brevi formeranno una frase, e più frasi formeranno un periodo che verrà poi eseguito tutto di seguito.

Non è detto che tutto ciò debba avvenire in un solo giorno o in una sola ora.

Siate ragionevole e datevi delle scadenze concrete e raggiungibili.

Inoltre, tanto più chiaro è l’obiettivo tanto più chiaro sarà il metodo da applicare. Se avete chiaro in mente lo scopo (un dettaglio, l’espressività, una diteggiatura, un fraseggio) avrete chiaro anche il come. 

Lo conferma Heinrich Neuhaus che afferma:

“Quanto più chiaro è lo scopo che ci si prefigge […], tanto più chiari appaiono i mezzi adatti a tale scopo. Questo assioma non richiede prove. […] Una volta compreso con chiarezza quest’obiettivo, chi suona ha la possibilità di tendere ad esso, di raggiungerlo, di attuarlo nell’esecuzione”.

Saper rimanere concentrati è disciplina

Rimanere concentrati è anche una forma di disciplina che ci si impone se veramente si desidera focalizzare tutta la concentrazione su un’attività.

Vorrei aggiungere poche parole in merito ad un aspetto che non troverete in libri datati.

Sappiamo tutti quanto ormai siamo bombardati da impulsi esterni a noi, come smartphone e dispositivi tecnologici.

Siamo interconnessi, in una rete che conosce tutto di noi e che condivide la nostra posizione, il nostro stato, le nostre ricerche e preferenze di mercato.

Essere interrotti per rispondere ad una telefonata o ad una chat di gruppo distoglie radicalmente l’attenzione e la concentrazione.

Tutto ciò alimenta la noia durante lo studio!

Quando vieni distratto, perdi il filo di ciò in cui eri impegnato, perdi tempo! Tanto tempo.

Puoi anche perdere di vista il tuo micro-obiettivo di quel quarto d’ora che ti eri volenterosamente prefissato.

Se non potete disconnettervi e andare in modalità offline, se non potete disattivare il wi-fi, se non potete impostare la lunetta del silenzioso, cercate almeno di riporre lo smartphone lontano dal pianoforte così da non buttare l’occhio su ogni notifica, come minimo!

Spegnete se potete. Usate dei promemoria se avete altri pensieri.

Fate qualcosa! Qualsiasi cosa possa preservare la concentrazione durante lo studio.

Raggiungere i propri sogni vale più di assecondare una chat di gruppo che interrompe il flusso intenzionale del vostro lavoro!

Nicolò De Maria

Bibliografia:
N. Gardi, il bianco e il nero, Zecchini Editore 2008, Varese
C. C. Chang, Fundamentals of piano practice, Colts Neck 1994-2004, New York
H. Neuhaus, L’arte del pianoforte, Rusconi, 1992, Milano


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Il pianista e la paura del pubblico

Il libro “Il pianista e la paura del pubblico” è una raccolta e un approfondimento degli articoli più letti dagli utenti. Se vuoi approfondire questo articolo e gli argomenti principali di questo sito, quali l’ansia da palcoscenico, la paura di suonare in pubblico, le tecniche di memorizzazione musicale, la sicurezza in se stessi e la solidità tecnica clicca sul bottone qui sotto.


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Come raggiungere i propri obiettivi? Talento o ostinazione? Cosa serve di più?

In queste poche righe rifletteremo insieme su cosa sia indispensabile possedere per raggiungere i risultati desiderati.

La realizzazione personale di un musicista

La realizzazione personale dipende fortemente dall’analisi e dalla comprensione di tre aspetti: il cosa vogliamo raggiungere, il perché lo vogliamo raggiungere, e il come possiamo raggiungerlo.

Queste sono le domande alle quali sanno dare una chiara risposta le persone di successo. Hanno bene chiaro in mente cosa vogliono, perché come raggiungerlo.

Dunque si mettono al lavoro lungo un cammino ben definito.

Al contrario, le persone insicure tendono a riportare alla memoria esperienze negative che hanno il potere di creare convinzioni (o mappe distorte della realtà) che congestionano totalmente la loro creatività e la libertà, alimentando sentimenti di scoraggiamento e frustrazione.

Vi è spesso la paura che certi errori possano ripetersi nel futuro e che un determinato obiettivo, tanto desiderato, diventi pura utopia.

Ci si convince di intravedere orizzonti troppo lontani lontani tanto da abbandonarli, quando invece il nostro compito dovrebbe essere quello di occuparci di ciò che abbiamo a portata di mano, oggi.

Vivi l’oggi

Ci voltiamo indietro e vediamo i fallimenti del passato, guardiamo avanti e temiamo le preoccupazioni e gli insuccessi del futuro.

Qual è il mio consiglio? Vivere l’oggi.

Cosa vuol dire vivere l’oggi? Concentrati non su ciò che avresti dovuto fare ieri, né su ciò che dovrai fare domani.

Concentrati su ciò che devi fare oggi e fallo bene.

Il peso del fardello del domani aggiunto a quello del passato, ha il potere di fare vacillare anche chi cammina nel presente.

“A ciascun giorno basta la sua pena” dice Gesù nel Vangelo. E ancora, “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Non dice: “Dacci il pane di domani, di dopodomani…”.

Non c’è dubbio sul fatto che sia necessario pensare al futuro, fare dei progetti e tenersi pronti. Ma senza stare nell’ansia logorante che tutto possa andare ancora una volta storto.

Il miglior modo per prepararsi al futuro è concentrarsi con tutte le proprie forze, tutta la mente, tutto l’entusiasmo e tutta la propria intelligenza, sul lavoro odierno.

Dal punto di vista musicale non bisogna pensare né ai fallimenti passati, né alla paura delle successive performance.

Ciò vuol dire: non pensare! Studia, oggi! Adesso!

In altri articoli abbiamo parlato di come studiare, come montare un repertorio dalla sua lettura al perfezionamento e di come prepararsi concretamente alla performance.

Adesso, per un istante, prepariamoci psicologicamente a liberare la nostra mente da tutti i fardelli mentali che appesantiscono e rallentano il nostro lavoro quotidiano.

Lo stress, nella maggior parte dei casi, è dovuto a un sovraccarico di pensieri e preoccupazioni che non possiamo controllare e che non dipendono dalle nostre azioni, ma dal corso della vita.

Dobbiamo a tutti i costi approcciarci allo studio scevri da pregiudizi, focalizzando la nostra concentrazione sul lavoro quotidiano.

Come farò? Ci arriverò? Non ho abbastanza tempo!”, “Non sono in grado, non me ne è mai andata bene una!”, “Ricordo quell’ultima volta che… è stato un incubo: se si dovesse ripetere lascio perdere per sempre!”, “Tu cosa ne pensi? Andrà bene?”.

Questi sono i pensieri tipici di chi ha tempo per fermarsi… e pensare: se fosse concentrato sul proprio obiettivo e impegnato sul suo lavoro non gli rimarrebbe tempo utile a elaborare pensieri negativi.

“Il segreto per essere infelici sta nell’avere il tempo sufficiente per domandarsi se si è felici o no.”

George Bernard

L’autostima e talento

L’autostima e la fiducia in sé stessi sono qualità che molti credono di avere per carattere o per natura. 

Invece, in realtà, sono direttamente proporzionali alla disponibilità del soggetto a considerarsi dotato di determinate competenze e qualità atte ad affrontare le sfide della vita.

Cosa vuol dire ciò?

Per essere dotati di determinate competenze è necessario studiare.

Le competenze si acquisiscono con l’esercizio e la disciplina costanti, le quali a loro volta conducono sovente al successo per il semplice motivo che si è dedicato molto tempo per raggiungere un obiettivo. 

Dobbiamo essere noi a decidere di raggiungere una buona valutazione di noi stessi, in base al fatto di essere disposti ad applicarci in qualcosa di motivante o di dare priorità alle responsabilità assunte, scartando dalla nostra quotidianità interferenze e distrazioni.

L’autostima cresce grazie all’impegno costante e alla disciplina.

“Io penso che, in effetti, ognuno ha il talento che decide di avere” 

Aldo Ciccolini
(tratto dal libro “Maestro di te stesso” di Righini-ZAdra)

Aldo Ciccolini si riferisce all’efficacia dell’ostinazione nello studio e all’impegno costante.

Non crede nel talento. Talento = impegno” dice.

Non esistono scorciatoie per raggiungere il successo, esiste solo una lunga strada da percorrere.

Si può decidere di intraprenderla oppure no, di dirigersi dritti alla meta oppure fare delle soste e ritardare il raggiungimento dell’obiettivo, si può decidere di prendere delle deviazioni o addirittura cambiare meta.

Nicolò De Maria

Bibliografia:
F. Righini, R. Zadra, Maestro di te stesso, Milano, Curci, 2010


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Paura del giudizio degli altri? Sapete qual è la causa reale? Perché si temono tanto le critiche altrui? La risposta sta nel sapere con esattezza quali sono i propri obiettivi.

Mi spiego meglio.. leggete questo articolo e tutto vi apparirà più chiaro.

Vi assicuro che dopo la lettura di queste righe penserete alla paura del giudizio degli altri con un occhio diverso e più maturo.

“Se non sei tu a scegliere i tuoi obiettivi, gli altri o le circostanze della vita lo fanno per te e ti ritrovi a perseguire scopi che non sono i tuoi”

Righini e Zadra
(dal libro “Maestro di te stesso”)

E’ incredibile quanto il pensiero dei docenti di pianoforte Federica Righini e Riccardo Zadra, a mio parere, rispecchi la realtà delle cose.

Cercate di calarvi in un contesto comune ai musicisti come, ad esempio, un’esibizione dal vivo.

Quanti musicisti tremano all’idea di non aver suonato nel migliore dei modi, di non aver trasmesso nulla al pubblico.. di deluderlo.

In sostanza, l’esecutore mentre si esibisce pensa anche a ciò che il pubblico pensa.. fortunatamente non tutti i musicisti sono vittime di questi pensieri, ma molti purtroppo lo sono.

Il motivo, come sapete, è la paura del giudizio degli altri.

Cosa penseranno di me? Mi staranno giudicando in modo negativo o positivo?

Conclusasi la performance, il musicista in genere riceve volente o nolente dei feedback, più o meno veritieri e da spettatori più o meno competenti.

Feedback diversi l’uno dall’altro, frutto di impressioni e valutazioni soggettive.

Se l’esecutore dovesse curarsi di ogni singolo commento ricevuto tornerebbe a casa certamente frustrato. Si sentirebbe nelle condizione di non poter accontentare ognuno di loro.

Tra le tante “congratulazioni” da post-concerto alcuni lasceranno vagamente trapelare che, ad esempio, avrebbe potuto curare più l’intonazione, che sarebbe potuto essere più espressivo, che avrebbe potuto eseguire più bis, che tutto sommato il concerto non era stato male, eccetera.

Quello appena ipotizzato non è certamente un quadretto entusiasmante per un solista che già, di per sé timido e insicuro, è alla ricerca di conferme esterne provenienti dal pubblico.

Sarebbe stato meglio per lui fuggire da ogni tipo di critica o commento, tappandosi le orecchie.

Definirsi degli obiettivi chiari

Ciò che alimenta la paura del giudizio degli altri è la mancanza di obiettivi chiari e ben definiti, concreti e ben raggiungibili.

“Cosa penseranno di me?”, “Se sbaglio anche questa volta perderò la faccia davanti a tutti”, “Proprio lui/lei doveva essere presente a questo evento?”

Quando ci si esibisce con l’intenzione di accontentare tutti e di non ricevere critiche negative, il livello della performance si abbassa.

Penserai più alla volontà degli altri che a condurre con attenzione l’esibizione musicale.

Ma quindi come fare?

Datti degli obiettivi precisi, degli obiettivi musicali chiari.

Ad esempio, “Stasera desidero essere musicale in quel punto… desidero trasmettere gioia in quell’altro punto… voglio fare di tutto affinché quel passaggio venga pulito, mi concentrerò il più possibile…”

Inizia con pochi punti. Saranno i tuoi primi piccoli obiettivi.

Non metterti davanti sin da subito la pretesa di un’intera esecuzione impeccabile. Procedi per gradi.

A fine concerto saprai solo tu quanti risultati avrai portato a casa e non baderai alle critiche altrui.

Avrai un tuo progetto di miglioramento, avrai trovato un cammino che, gradualmente, passo dopo passo, ti condurrà ad una maggiore sicurezza di te stesso.

Solo tu potrai dare una votazione alla tua esecuzione.

E se fallirai? Non esistono fallimenti per chi è determinato a migliorare. Ogni feedback, anche se negativo, è uno stimolo a correggersi e a fare di meglio.

Bisogna essere molto vigilanti e attenti a tutto ciò che avviene durante l’esecuzione, perché quando tornerai a casa e non ti sentirai soddisfatto, dovrai essere in grado di rispondere alle domande:

“Dove ho sbagliato?”, “Che tipo di errore ho commesso?”, “In quale punto preciso ho avuto quel vuoto di memoria?”, “Forse mi sono distratto, oppure devo studiarlo meglio?”.

Certamente non è facile, anzi, è proprio un’arte da imparare, e ci vuole una vita intera.

Intanto, nel dubbio, mettetevi al lavoro.

Nicolò De Maria

Bibliografia:

F. Righini, R. Zadra, Maestro di te stesso, Milano, Curci, 2010


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Come essere felici? La soddisfazione o l’insoddisfazione per ciò che la vita ci impone o ci regala da cosa dipende? Dipende dai soldi che abbiamo nel conto in banca, o forse dalla posizione sociale che ricopriamo? Cos’è che secondo te potrebbe veramente darti la felicità?

Riflettiamoci insieme in questo articolo.

Molto spesso la nostra soddisfazione o insoddisfazione rispetto ad un evento non dipende da un giudizio oggettivo, ma da una nostra pretesa.

Forse la domanda “come essere felici?” andrebbe riformulata? Ad esempio così: “Cosa ritengo sia indispensabile raggiungere o avere per essere felici?”

Cari lettori, dobbiamo fare luce su un concetto che per noi musicisti è molto caldo. Vale per chiunque, non necessariamente un musicista.

Siamo noi che ci imponiamo un determinato obiettivo, spesso molto ambito e difficile da raggiungere, e se non lo otteniamo ci sentiamo insoddisfatti con noi stessi, ritenendoci dei falliti, degli sfigati agli occhi degli altri.

Spesso ci diamo delle regole da rispettare. Sono per lo più regole che ci imponiamo inconsapevolmente, senza farci caso, su cosa deve accadere o meno nella nostra vita, per aggiudicarci il premio della meritata felicità. 

Ogni persona ha le sue regole, si crea il suo regolamento personale per potersi sentire autorizzato a spuntare di volta in volta le caselle della personale check-list, e tutto ciò è influenzato dal contesto culturale, professionale e familiare.

Se non si raggiungono determinati obiettivi imposti dalla Società Mondiale “Obiettivi S.p.A.” non si può e non si DEVE essere felici.

Quanto è falso tutto questo.. eppure ci ricadiamo tutte le volte senza nemmeno accorgercene.

Questo accade molto spesso tra i musicisti, i quali vivono in ambienti dove la competizione è altissima e tutto ciò deturpa la bellezza autentica del fare musica.

Sin da piccoli, gli studenti di uno strumento musicale percepiscono la pressione della competizione, del dover essere migliori degli altri, perdendo di vista il vero obiettivo: fare musica e divertirsi.

Ognuno di noi si dà delle regole che spesso sono fatte di obiettivi: “Se riesco a…. allora….”, “Se raggiungo quel… finalmente sarò felice”.

C’è molta gente insoddisfatta per non avere raggiunto un determinato posto di lavoro o stato sociale.

Costoro potranno essere felici solo in due modi: o raggiungono il loro obiettivo o cambiano le personali regole di vita. Non avranno altre vie d’uscita, al di fuori della rassegnazione.

Ma adesso vi dico una cosa alla quale forse non avete mai fatto caso.

Se le regole che ci imponiamo sono troppo rigide, ci stiamo condannando ad una vita di fallimenti.

Con questo non intendo dire che non bisogna perseguire i propri sogni, intendo dire che è necessario fare un’attenta analisi degli obiettivi che ci imponiamo.

Conosco moltissimi musicisti, di tutte le età, insoddisfatti perché desidererebbero fare più concerti, desidererebbero avere più spettatori ai loro concerti, desidererebbero essere pagati di più, desidererebbero vincere determinati concorsi internazionali, desidererebbero non sbagliare nemmeno una nota ai concerti ed essere impeccabili come per un’incisione. 

Desidererebbero, desidererebbero, desidererebbero…

È certo che obiettivi di questo tipo conducono ad una vita di stress e frustrazioni se non vengono raggiunti.

È importante comprendere cosa ha valore per noi, cosa ha VERAMENTE valore.

Non credo abbiano successo solo i solisti che si esibiscono in teatri rinomati.

Ritengo invece che anche un bravo docente, capace di stimolare la motivazione e la passione della musica nei suoi allievi, abbia molto successo e possa meritare la coppa della soddisfazione personale e della felicità.

Solo un datore di lavoro affermato o un imprenditore che possiede un’auto molto costosa può essere felice?

E un padre di famiglia che va a lavorare con passione non può essere felice? Pur non avendo un grosso reddito.

I concetti di felicità e di soddisfazione che ognuno di noi si crea nella propria mente influenzano radicalmente la nostra vita e quasi del tutto le nostre scelte professionali.

Spesso, però, ci si impone di raggiungere un determinato status sociale perché condizionati dalla società in cui viviamo, senza pensare che in un ipotetico altro contesto, in un altro posto del mondo, in una differente società i modelli di felicità sono diametralmente opposti.

La Parabola del pescatore

Vorrei proporvi la lettura di quella che è ormai conosciuta come la Parabola del pescatore.

Un uomo d’affari statunitense, su ordine del medico, si concesse una vacanza in un piccolo villaggio costiero messicano.

Incapace di prendere sonno dopo avere ricevuto una telefonata urgente dall’ufficio, si avviò verso il molo per schiarirsi le idee.

Lì era attraccata una minuscola imbarcazione con un solo pescatore, carica di tonni pinna gialla. L’americano si complimentò con il messicano per la pesca.

«Quanto ci ha messo a pescarli?» domandò l’americano. «Pochissimo tempo» rispose il messicano in un inglese sorprendentemente buono.

«Perché non sta fuori di più e prende più pesce?» domandò allora l’americano.

«È sufficiente per sostenere la mia famiglia e regalarne un po’ agli amici» disse il messicano mentre li scaricava in una cesta.

«Ma… Che cosa fa il resto del tempo?»

Il messicano alzò lo sguardo e sorrise.

«Dormo fino a tardi, pesco un po’, gioco con i miei figli, faccio una siesta insieme a mia moglie Julia, e giro per il villaggio ogni sera, dove bevo vino e suono la chitarra con i miei amigos.

Ho una vita piena e impegnata, señor.»

L’americano rise e si allungò in tutta la sua statura.

«Signore, mi sono laureato a Harvard con un Master in Business Administration e posso darle una mano.

Dovrebbe dedicare più tempo alla pesca e in questo modo potrebbe acquistare una barca più grande.

In un attimo, con l’aumento dei profitti, potrebbe comperare numerose barche. Alla fine avrebbe una flotta di pescherecci.».

Proseguì. «Invece di vendere quello che pesca a un intermediario, potrebbe vendere direttamente ai clienti, e alla fine potrebbe aprire un conservificio.

Controllerebbe il prodotto, la lavorazione e la distribuzione.

Naturalmente dovrebbe lasciare questo piccolo villaggio costiero di pescatori e trasferirsi a Città del Messico, poi a Los Angeles e infine a New York, dove potrebbe gestire la sua impresa in espansione con un management appropriato.»

Il pescatore messicano domandò: «Ma, señor, quanto ci vorrà per tutto questo?».

Al che l’americano rispose: «Quindici, vent’anni. Massimo venticinque».
«E poi, señor?»
L’americano rise e disse: «Questa è la parte migliore.

Al momento giusto, lancerebbe una IPO e venderebbe le azioni della sua società al pubblico diventando veramente ricco.

Farebbe i milioni».

«Milioni, señor? E poi?»
«A quel punto potrebbe ritirarsi e trasferirsi in un piccolo villaggio costiero di pescatori, dove potrebbe dormire fino a tardi, pescare un po’, giocare con i suoi figli, fare una siesta insieme a sua moglie e girare per il villaggio la sera, per bere vino e suonare la chitarra insieme ai suoi amigos…»

Gli obiettivi che ci poniamo sono relativi e dipendono dai nostri desideri, che sono soggettivi.

La mente umana è programmata per non accontentarsi mai.

Insegue una ricchezza che non sarà mai sufficiente.

Quando hai zero ti sembra fantastica la prospettiva di avere 100, quando finalmente hai 100 pensi che non sarebbe male avere 1.000, quando hai 1.000 credi che te la potresti spassare se avessi 100.000 e così via all’infinito senza via d’uscita, senza nemmeno accorgertene.

Per gli artisti è la stessa cosa: quando suoni a un saggetto di classe pensi già al concerto di fine anno del conservatorio, quando suoni nell’auditorium della tua città pensi già al teatro provinciale, quando suoni in un teatro di calibro regionale pensi già a quelli nazionali e internazionali.

E così via all’infinito senza mai accontentarsi.

Con questo non voglio scoraggiare voi lettori a perseguire una meritata ricchezza economica, una splendida carriera, un livello artistico sempre più elevato; desidero bensì farvi riflettere sullo stato psicologico ed emotivo che questa ascesa e questo percorso vi comportano.

Qual è il prezzo da pagare? Rincorrere tanta ricchezza ti porta a vivere in un continuo stato di stress, ansia, frenesia, iperattività e non ti fa godere della ricompensa stessa? Sarai troppo impegnato a rincorrere obiettivi sempre più in alto.

Nel frattempo, il tempo passa. Inesorabile.

Allora, come essere felici?

Quali sono i vostri obiettivi da raggiungere?

In che modo puntate ad un risultato da raggiungere, a breve o lungo termine?

La domanda giusta è: cos’è che vi spinge a compiere ogni azione? Cosa vi motiva a perseguire un determinato sogno piuttosto che un altro?

La motivazione: cuore pulsante di ogni azione

Il motore pulsante che spinge ogni uomo a compiere qualsiasi tipo di azione è la motivazione.

In inglese in verbo “to be motivated” ha il significato di “to be moved”, ovvero essere portato o sentirsi emotivamente indotto a compiere un’azione.

Una persona che non sente dentro di sé l’impeto, lo stimolo, l’ispirazione del fare è immotivata.

Da questo punto di vista, non esistono persone pigre.

Esistono semplicemente persone che non hanno motivi sufficientemente validi da spingerli all’azione.

Ecco che sapere perché vuoi ottenere qualcosa è molto più importante di sapere cosa vuoi ottenere.

La motivazione reale ed autentica punta sui desideri profondi del soggetto, non legati a far felice qualcun altro o a riceve un premio materiale.

I desideri profondi entusiasmano e stimolano il soggetto.

Il percorso stesso, atto al raggiungimento dell’obiettivo, è di per se appagante.

I limiti possono spostarsi quando hai davanti a te qualcosa di talmente bello ed entusiasmante da farti dimenticare le difficoltà e gli ostacoli che dovrai affrontare.

Si possono compiere follie pur di raggiungere uno scopo, se è veramente motivato.

Nella scelta dei nostri obiettivi, di un risultato, di un’idea da realizzare dobbiamo sempre fermarci a riflettere sul perché.

Se l’idea di ottenere un risultato ti entusiasma, ti appaga, aumenta la tua autostima, libera la tua creatività, ti mette serenità, concilia la tua crescita personale e ti rende felice, allora… AVANTI TUTTA!

Se, invece, l’obiettivo che ti sei prefissato in realtà è l’obiettivo di qualcun altro oppure la ricompensa nella tua mente è solo la stima degli altri… lascia perdere!

Tutto ciò è il primo passo per avvicinarti alla felicità, la tua felicità. Non quella di qualcun altro per te.

Nicolò De Maria

Bibliografia:
T. Ferris, 4 Ore alla settimana, Cairo Editore, Milano 2017


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Come prepararsi alla performance e prevenire i vuoti di memoria

Il pianista e la paura del pubblico

Il libro “Il pianista e la paura del pubblico” è una raccolta e un approfondimento degli articoli più letti dagli utenti. Se vuoi approfondire questo articolo e gli argomenti principali di questo sito, quali l’ansia da palcoscenico, la paura di suonare in pubblico, le tecniche di memorizzazione musicale, la sicurezza in se stessi e la solidità tecnica clicca sul bottone qui sotto.


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Come cambiare pensieri negativi in positivi? Come trasformare una convinzione negativa in una positiva? Le convinzioni negative sono quelle che ti fanno vedere il mondo con gli occhiali della malizia, della timidezza, della paure delle critiche.

In ambito musicale, ma ciò ha valore in tutti gli ambiti lavorativi, i risultati delle performance o delle azioni di un soggetto sono fortemente influenzate dalla struttura di pensieri che lo stesso porta con se.

Le convinzioni mentali, come detto nell’articolo Come superare i propri limiti che ti invito a leggere, sono il frutto di mappe mentali che raramente costituiscono una ricostruzione fedele della realtà e che tendono a farci credere che tutto ciò che ci circonda sia un pericolo, una minaccia, qualcosa di arduo da affrontare con sicurezza in se stessi, autostima e disinvoltura.

Vi starete chiedendo “Ma allora come si sconfiggono queste convinzioni?”.

Lo scrittore e umorista statunitense Mark Twain Diceva:

“Quando ti trovi d’accordo con la maggioranza, è il momento di fermarti a riflettere.”

Prova a fare un lista di una decina di cose di cui sei assolutamente convinto e chiediti se ciò che credi sia corretto. In questo modo, potrai comprendere pian piano quali sono le convinzioni e i pensieri che non sono reali e che quindi ti restituiscono un mappa distorta della realtà. 

Sono quelle convinzioni che ti fanno vedere il mondo con gli occhiali della malizia, della timidezza, della paura delle critiche altrui…

Questi pensieri negativi non ti supportano, non ti stimolano e non ti rendono libero di essere te stesso, creativo ed entusiasta della vita.

E’ necessario fuggire questi pensieri, lasciarseli scivolare di dosso..

Ricorda, la vita è già abbastanza difficile per essere vissuta con alle spalle il peso di una struttura di cattive convinzioni.

Cari lettori e musicisti, mi rivolgo principalmente a voi anche se queste riflessioni valgono per chiunque, vi invito a focalizzare l’attenzione sui vostri processi mentali prima di approcciarvi a qualunque compito impegnativo o ad una performance.

Consapevolizzare i nostri pensieri, farne una radiografia per quanto possibile o un’analisi è indispensabile quanto il duro lavoro quotidiano che ci porta a raggiungere un risultato.

Riflettere su ciò che ci provoca ansia, timidezza e disagio è importante almeno tanto quanto lo è lo studio sul nostro strumento.

Spesso i musicisti tendono a fissare tutta la loro concentrazione prettamente sull’esecuzione strumentale senza ricordarsi che la centrale di comando è la nostra mente, che è preferibile mantenere nel più alto stato di benessere.

Dunque, prima di salire sul palco, prima di iniziare un discorso in pubblico, prima di dover affrontare un compito per il quale avete investito molte risorse ed energie, abituatevi a filtrare i pensieri negativi e a sostituirli con altri positivi.

Ad esempio, un soggetto con bassa autostima tende a prevedere tutto in modo pessimistico e non pensa che, invece, una determinata esperienza possa andare a buon fine.

Quando si innesca il pilota automatico, i cattivi pensieri possono essere svariati:

Sono un fallito, è sotto gli occhi di tutti!”, “Sono sicuro che anche questa volta tremerò come una foglia e perderò aderenza sulla tastiera”, “Non potrò mai passare questa audizione, quel giurato ce l’ha con me!”, “Sono sicuro che mi andrà male, magari potessi essere solido come..”..

Personalmente, partirei dal presupposto che non tutto deve andare sempre alla perfezione secondo i nostri canoni e che un margine di errore potrà sempre esserci. 

Quindi anche se qualcosa non dovesse andare secondo i nostri piani non sarà la fine del mondo!

Consiglio di fare uno sforzo mentale e di provare a contrastare questi pensieri con i seguenti:

“Anche se qualche esibizione non è stata impeccabile, stavolta cercherò di fare del mio meglio”, “Non è detto che anche questa volta tremerò, cercherò di concentrarmi sulla musica ed essere espressivo”, “Quest’audizione è molto importante, sono felice di essere qui. Se suono bene la giuria mi darà una buona valutazione. Nel peggiore dei casi riproverò l’anno prossimo!”, “Stavolta ho studiato molto e con metodo, andrà bene!”

Queste sono alcune delle sostituzioni mentali che vi consiglio di abituarvi a maturare.

Nicolò De Maria


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Come superare i propri limiti? La nostra mente ha il potere di dirci cosa possiamo fare e cosa non saremo mai in grado di fare. E lo fa sulla base di convinzioni, la maggior parte delle quali non sono reali.

Noi siamo ciò che vogliamo! Il limite, reale o immaginario che sia, si sposterà di conseguenza.

Mi rivolgo sia a musicisti in cerca di una maggiore sicurezza sul palcoscenico sia a chiunque senta il desiderio di esprimersi davanti ad un pubblico senza tremare, con disinvoltura e massima sicurezza in se stessi.

Il nostro interlocutore può essere una platea colma di spettatori oppure un gruppo ristretto di colleghi di lavoro riuniti in un meeting aziendale o, ancora, un datore di lavoro, un direttore, una persona che semplicemente ha il potere di metterci in soggezione.

Se senti di dover lavorare sulla tua libertà di esprimerti in queste occasioni, leggi questo articolo fino in fondo.

Il potere delle nostre convinzioni mentali

“La mia teoria è spassarmela un mondo e non lasciare che qualsiasi cosa mi impedisca di fare ciò che voglio”  (Michel Petrucciani)

Dal 2003 non subisce una sola sconfitta. Ha raggiunto il record di 470 vittorie consecutive. È numero uno del ranking mondiale con alle spalle otto medaglie alle Paraolimpiadi, di cui sette d’oro.

Esther Vergeer,
ex tennista olandese,
disabile in carrozzina.

Scala le montagne a mani nude e senza corde. Va fortissimo: in tre ore raggiunge risultati che i compagni raggiungerebbero solo in due giorni.

Alex Honnold,
arrampicatore e alpinista statunitense.

Sin da piccola aveva una tremenda paura di volare, ma non si è arresa. Ha preso il brevetto per pilotare velivoli leggeri.

Jessica Cox,
prima pilota sportiva
senza braccia.

È sordo dalla nascita e può captare qualche frequenza solo grazie ad un impianto cocleare. Ha lottato tutta la vita per perseguire la sua passione e fare musica.

Davide Santacolomba, mio amico e collega,
pianista siciliano dalla grande espressività ed emotività
che tiene regolarmente concerti.

E’ la nostra mente che ha il potere di dirci cosa possiamo fare e cosa invece ci sarà sempre impossibile realizzare. E lo fa sulla base di convinzioni, la maggior parte delle quali non sono reali o sono frutto di immaginazione o di paure che si basano su esperienze negative.

Come dice Marco Montemagno, è come se esistesse nel mondo una fantomatica società di nome “Limiti S.p.A” che decide i limiti degli umani.

Come hanno fatto quei signori ad oltrepassare quei limiti? Voglio dire, quanta motivazione serve per decidere un giorno di cambiare la propria vita in modo così radicale partendo realmente svantaggiati?

Sono dei supereroi? Come hanno fatto anche solo a pensare a imprese così incredibili?

La riposta è: hanno oltrepassato i loro schemi mentali, non hanno dato ascolto ai loro dialoghi interiori che gli dicevano che sarebbe stato impossibile raggiungere un determinato obiettivo.

Noi siamo ciò che vogliamo. Il limite si sposterà di conseguenza.

Se pensiamo al nostro passato, quante volte ci è capito di sorprenderci positivamente di noi stessi? Quante volte ci siamo detti: “Caspita, alla fine dei conti non è andata poi così male! Me la sono cavata!”

Io sono certo che ognuno di noi ha almeno una decina di ricordi positivi, durante i quali ha dimostrato a se stesso di valere di più di quello che credeva.

Le limitazioni che ci imponiamo sono un prodotto della mente, un prodotto che però all’origine non esisteva. Lo creiamo noi, a misura su noi stessi. Non è la realtà.

Gli “eroi” di cui vi ho parlato all’inizio dell’articolo e che non si sono fatti imprigionare dai loro “limiti” fisici ne sono l’esempio vivente.

Le convinzioni che abbiamo sulla vita, sulla nostra storia, su ciò che ci succede, sulle persone intorno a noi e, soprattutto, su ciò che riteniamo di poter o non poter fare influenzano totalmente la nostra esistenza.

A causa delle nostre convinzioni compiamo tutti i giorni scelte radicali, alcune delle quali cambieranno il corso della nostra carriera e della nostra vita per sempre. 

Tutto ciò avviene esclusivamente sulla base di quella che è la nostra soggettiva e personale mappa mentale.

Cos’è la mappa mentale? È il modo in cui ognuno di noi codifica l’esperienza intorno a sé, sulla base di come quest’ultima viene vissuta.

Creiamo una sintesi personale di ciò che i nostri sensi captano e di ciò che sperimentiamo quotidianamente. Ma non solo, ne associamo un’analisi, un giudizio e creiamo così un nostro schema mentale.

Ad esempio, nel caso dei musicisti (ma l’esempio calzerebbe anche nel caso si trattasse di un intervento ad un conferenza aziendale), più persone vanno ad ascoltare lo stesso concerto. Uscite dalla sala, iniziano tra loro a commentarlo, ma ognuna di loro ha captato peculiarità differenti associando allo spettacolo un’analisi personale.

Alcuni commenteranno la performance in modo positivo focalizzandosi su elementi che l’esecutore ha saputo curare maggiormente, altri si focalizzeranno su elementi relativamente più deboli che quindi indurranno commenti negativi.

La visione dello stesso identico evento può variare in modo molto soggettivo. Tuttavia il modo in cui noi analizziamo una determinata esperienza cambierà radicalmente le nostre scelte future, i nostri atteggiamenti e, in ambito musicale, il nostro modo di studiare e approcciarci alle esecuzioni.

Le tue convinzioni ti daranno sempre ragione

Le convinzioni, reali o distorte che siano, hanno il potere di farci credere che abbiamo sempre ragione. Sia che tu creda di farcela a oltrepassare un limite, sia che tu creda di non farcela, avrai sempre ragione.

Il punto è: ce la farai se credi realmente di farcela!

Ad esempio, sei convinto che per diventare un bravo musicista avresti dovuto iniziare a suonare quando avevi cinque anni. Ormai è troppo tardi per te, perciò sarai di sicuro un fallito. Sei convinto di questo e nessuno potrà farti cambiare idea! Niente di più errato e controproducente.

Le nostre convinzioni mentali, in parte o del tutto, possono essere reali ma non è sempre detto che lo siano. In alcuni casi queste possono supportarci e spronarci a fare qualcosa di buono, in altri purtroppo tendono a limitare la nostra creatività e la possibilità di godersi appieno la vita.

Quando pensiamo di essere incapaci a fare qualcosa è molto probabile che non investiamo nessuna energia nemmeno per fare un tentativo, a causa della paura di fallire. Oppure, se dovessimo decidere di fare uno sforzo, al primo ostacolo, ci ricordiamo delle nostre debolezze e ci ripetiamo: “Ecco, lo sapevo! Che stupido che sono stato anche solo a tentare!”.

Se siamo mentalmente programmati in modo tale da credere che durante una determinata esecuzione live avremo un vuoto di memoria, poiché in altre occasioni passate è accaduto, sprecheremo più energie a pensare alla nostra paura che alla musica. L’eco di questo approccio si manifesta per mezzo di un ulteriore fallimento.

Se siamo mentalmente programmati in modo tale da credere che durante uno speech pubblico perderemo il filo del discorso, ci faremo distrarre dai commenti che trapelano dal pubblico e non sapremo più riprendere il discorso, poiché in altre occasioni è accaduto e, anche in questo caso, sprecheremo più energie a pensare alla nostra paura che al discorso in sé.

Purtroppo esistono casi molto gravi nei quali sono proprio le persone di riferimento, quelle più importanti (un genitore, un maestro, un educatore, un datore di lavoro) ad inculcare nei più deboli sentimenti di insicurezza e di bassa autostima.

Se vi sentite ripetere: “Non vali nulla! Suonerai sempre male! Non avrai mai una tecnica abbastanza solida! Non sei musicale!” oppure “Non sei abbastanza sicuro di stesso! Quando ti deciderai a darti una svegliata!?”

Beh.. allora il mio consiglio è mandateli a c****e, cambiate maestro, voltate pagina.

Avete bisogno di persone diverse, che credono in voi e che vi supportino e vi stimolino a fare meglio senza denigrarvi.

Altrimenti, a meno che tu non abbia una sicurezza e un’autostima di ferro, crederai sempre di non valere una pezza. Questo influenzerà radicalmente la tua crescita umana e musicale.

È ancora più grave, se al di fuori della sfera musicale, nella vita quotidiana, sono genitori o familiari a ricordare a un bambino o ad un adolescente che è un incapace.

Dire a un figlio “Sei un incapace, sei un fallito, non farai mai nulla di buono” lo condannerà per sempre a lottare contro questa etichetta, perché qualunque sforzo faccia crederà di essere solo un fallito.

Al contrario, dirgli invece “Coraggio, crediamo in te!”, “Hai sempre suonato bene, hai sempre fatto del tuo meglio!”, “Vedrai che andrà bene anche questa volta e, se anche qualcosa dovesse andare storto, sarà un’occasione per migliorarti ancora di più!” rinforzerà la sua autostima e la sua sicurezza.

Nicolò De Maria


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In questo articolo cercherò di rispondere ad una domanda che in molti mi hanno posto: come sconfiggere l’ansia di suonare in pubblico? come affrontare serenamente un’esecuzione pubblica suonando a memoria?

Cercherò in queste righe di condividere con voi alcuni consigli concreti, i quali una volta applicati porteranno certamente ad un miglioramento delle condizioni psicologiche con le quali ci approcciamo al palcoscenico.

Sono moltissimi i musicisti che lottano contro l’ansia di suonare in pubblico.

E’ sorprendente riconoscere quanti musicisti e, nello specifico, pianisti combattono contro l’ansia di suonare in pubblico e di incappare in un vuoto di memoria. E’ un timore con cui tutti siamo chiamati a convivere.

In effetti, spesso crediamo che siamo gli unici a temere il pubblico. Non è affatto così, anzi! E’ del tutto normale. A tutti i livelli, sono moltissimi i pianisti che soffrono la pressione dell’esecuzione pubblica, dai piccoli saggi di classe ai concerti nelle grandi sale.

Ho avuto modo di trovarmi vicino a pianisti di altissimo calibro che tremavano prima di salire su palchi di teatri anche da 1000 spettatori. Alcuni di loro avrebbero anche voluto rinunciare ad esibirsi se avessero potuto.

Allora come controllare l’ansia da palcoscenico?

Dobbiamo giocare di anticipo. Prepararci al momento dell’esibizione!

Per mezzo di questo guida farò in modo che il momento dell’esecuzione live non diventi un incubo. Ci prepareremo affinchè il controllo e la resistenza acquisite durante la fase di studio abbiano il sopravvento sul timore di incappare in un errore inaspettato.
Abbiamo detto che sono moltissimi i musicisti che temono una performance pubblica, tuttavia, cos’è che fa la differenza tra un pianista solido ed uno che trema sul palco? Cos’è che fa la differenza tra un musicista che non sbaglia nemmeno una nota ed uno che invece non è capace di controllare il rilassamento del corpo e la tendenza a correre?

A mio avviso e sulla base della mia esperienza, ciò che conta di più non è eliminare l’ansia, ma è imparare a conviverci controllandola.

Non si tratta di psicologia: ne ho sentito parlare mille volte. Sono tanti i maestri, amici o colleghi che cercheranno di tranquillizzarvi dicendovi: “ma stai tranquillo!”, “cosa vuoi che succeda?”, “studia di più!”,  “chi se ne frega del pubblico”, “stai calmo, andrà bene” o chissà cos’altro.

Io ritengo che la soluzione a questo disagio non sia eliminarlo, ma controllarlo e gestirlo.

E’ molto importante imparare a conviverci e prepararsi a ciò in anticipo.

Per fare ciò è necessario avere una sicurezza e una padronanza del repertorio superiori alla paura di sbagliare. Più siamo sensibili emotivamente e più dobbiamo mirare ad essere preparati al 150%.

Ciò non vuol dire semplicemente studiare di più, ho visto colleghi studiare giornate intere senza nemmeno pranzare a causa di un esame di conservatorio. Questo non è detto che porti i frutti desiderati.

E’ necessario studiare la performance!

Vi sembra di aver scoperto l’acqua calda? Assolutamente no! Sono pochissimi coloro che studiano la performance.

La maggior parte degli studenti di conservatorio si preparano meticolosamente sui dettagli del repertorio (ad esempio sforzati, accenti, minuzie dinamiche, diversità di tocco, eccetera) quando poi in pubblico  -a causa dell’ansia- vengono tralasciati aspetti più strutturali come l’esattezza ritmica, il solfeggio e le note! E’ un vero peccato!

Questo avviene poiché non ci si prepara all’esecuzione, non si studia la performance!

Vi consiglio di leggere un approfondimento a questo argomento leggendo l’articolo “Ansia da Palcoscenico? La sicurezza come base della libertà

Come studiare la performance al fine di acquisire un controllo ed una sicurezza superiori all’ansia di suonare in pubblico?

Ecco alcuni consigli pratici che spero saranno di immediata applicazione:

  1. La lettura di un nuovo brano

La lettura di un nuovo brano è una delle fasi più importanti ai fini del raggiungimento di un alto livello di controllo. Spesso si pensa che ci si debba preoccupare della memoria musicale e della sicurezza sul palcoscenico quando il brano è già pronto o quando si avvicinano gli appuntamenti artistici.

Tutt’altro! Una buona lettura permette che non vengano a crearsi difetti e imprecisioni che rischiamo di portarci dietro durante tutto il periodo di studio.

Gli errori di lettura -e non parlo solo di note, bensì di dettagli fraseologici e musicali- sono, inoltre, difficilissimi da correggere una volta assimilati.

 


Soprattutto quando abbiamo a disposizione poco tempo per montare un nuovo repertorio, la lettura deve avvenire con la massima attenzione.

Se abbiamo poco tempo, l’unica chance è affrontare con la massima calma la lettura del nuovo brano. La fretta ci fa perdere tempo! 

Per iniziare, richiamerei l’attenzione sulla diteggiatura, dettaglio che a volte viene snobbato o addirittura improvvisato. Niente di più rischioso, provare per credere!

La diteggiatura, come sapete, necessita di essere valutata, provata, riprovata, vagliata e scritta sulla parte.

La diteggiatura necessità di essere scritta! Sempre e nella sua interezza! Anche quando i passaggi sono molto semplici.

Ho avuto l’occasione di avere tra le mani per pochi minuti uno dei volumi degli studi di Chopin appartenuti a Michelangeli. Rimasi sorprendentemente meravigliato quando notai che su ogni nota era scritto il relativo dito. Intendo proprio su tutte le note, anche sui bassi. Erano segnati, ad esempio, tutti i 1° e 5° dito degli arpeggi del primo studio op. 10! Incredibile!

Quanto più, allora, a noi comuni mortali gioverebbe una diteggiatura scritta nella sua interezza? Moltissimo! Quindi che la lettura avvenga lentamente.

Più lentamente avviene e più risparmiate tempo, poichè avrete l’occasione di focalizzare la vostra attenzione su moltissimi dettagli, assimilandoli sin dall’inizio e senza doverci tornare in seguito.

È utilissimo, a mio parere, sin da subito, essere molto severi con se stessi ed essere il più chiari e precisi possibile. È sufficiente tentare di non tralasciare nulla cercando in tutti i modi di eseguire la nuova sezione musicale rispettando rigorosamente la diteggiatura scritta e alla massima perfezione tecnica, ritmica, fraseologica e musicale, anche se ad un tempo lentissimo.

Se si riesce ad ottenere questo, si è già a buon punto, poichè (semplificando e per alcuni aspetti – non fraintendetemi) basterà accelerare gradualmente.

Non giustificatevi se sbagliate note! Anzi, correggetele subito e fate in modo di non compiere lo stesso errore in avanti.

Quando studiate nel salotto di casa vostra suonate come se foste su un palco col pubblico presente, caricandovi ogni giorno di un pizzico di stress che percepirete quando vi esibirete realmente.

Cullarsi non serve, è utile solamente a perdere tempo. Provate ad essere severi con voi stessi e attenti sin da subito e sarete a metà del lavoro in pochissimo tempo.

  1. Sentirsi comodi anche nei passaggi tecnici difficili

 Uno dei principali fattori che causano l’ansia da palcoscenico e la paura di suonare in pubblico riguarda i passaggi tecnici difficili.

Infatti, come ben potete immaginare, quando dobbiamo eseguire un repertorio relativamente semplice (ad esempio accompagnare un cantante, o suonare a quattro mani, oppure suonare tempi di sonata lenti) il nostro stress è decisamente ridotto rispetto a quando ci troviamo di fronte ad un repertorio tecnico di ardua esecuzione.

Ciò vuol dire che focalizzare il nostro studio sui punti più complessi potrebbe aiutarci a ridurre la nostra insicurezza.

 

Il nostro studio, per questo motivo, non deve essere misurato sulla base delle “ore giornaliere”. Non serve studiare molte ore se non si ha un obiettivo preciso, se non ci si prefissa di voler correggere uno o più difetti specifici.

A questo proposito vi consiglio di leggere l’articolo “Tre ore di studio al giorno sono sufficienti? L’opinione di Chopin, Liszt, Hummel e Neuhaus“.

Dobbiamo sentirci soddisfatti quando ci siamo prefissati un obiettivo e lo abbiamo concretamente raggiunto. Avevamo un difetto e lo abbiamo corretto. Sporcavamo spesso un passaggio e abbiamo trovato il modo di eseguirlo pulito dieci volte su dieci.

Trovare i punti di ardua esecuzione non è semplice. Spesso crediamo che un’intera sezione sia “difficile”, quando in realtà ciò che risulta scomodo alla nostra mano sono solo poche note.

Ho fatto alcuni esempio su questo argomento nell’articolo “Come studiare al pianoforte i passaggi difficili? Casella, Chang, Gardi”.

I didatti sopra citati convengono nel ritenere che in un intero passaggio complicato, le note complesse da eseguire sono poche, a volte solo due o tre.

Bastano poche note a rendere difficile un’intera frase.

Ma allora perché non focalizzare tutta la nostra attenzione su quelle note specifiche?

Perché non trovare il modo o la diteggiatura ideale per rendere comoda l’esecuzione di quelle note?

Questa deve essere la strada! Osservate molto lentamente cosa obbliga la vostra mano a posizioni scomode e cercate di studiare il passaggio nel modo che vi sembra più congeniale.

Poi ripetete, ripetete e ripetete per renderlo naturale e legatelo al contesto reinserendolo alla frase di appartenenza.

E’ spiegato tutto nel dettaglio all’interno dell’articolo sopra citato.

Un altro metodo per studiare i passaggi difficili è la “caduta”

Cos’è la caduta? Forse alcuni di voi ne hanno sentito parlare, altri no!

Per “caduta” si intende lasciare liberamente cadere il nostro braccio sulla tastiera esclusivamente per mezzo della forza di gravità.

Suonare molto lentamente le note che costituiscono un passaggio difficile per mezzo della “caduta” permette al pianista di rilassare l’intero braccio e rinforzare le dita su quello specifico passaggio, studiandolo così in tempi molto ridotti.

La libera caduta esige che il nostro braccio sia del tutto rilassato e per questo motivo un tale esercizio acquisisce un’importanza fondamentale.

Le cadute possono avvenire con tutto il braccio, con l’avambraccio o con la sola mano sfruttando rispettivamente le articolazioni della spalla, del gomito e del polso.

Ma di questo parlo in modo più approfondito nell’articolo “Come studiare i passaggi difficili con le cadute?”.

Il peso della leva utilizzata (braccio, avambraccio o mano), cadendo, viene liberamente scaricato sul dito che è a sua volta obbligato a resistere imprimendo una forza di verso contrario al fine di non lasciarsi schiacciare. Ulteriore vantaggio della tecnica appena citata riguarda i muscoli delle singole dita, costretti a svilupparsi ed essere sempre più forti.

La “caduta”, quindi, ha una doppia funzione la quale conferisce ottimi risultati in breve tempo: rinforzare le dita e rilassare i muscoli del braccio, dell’avambraccio e della mano.

  1. Rimanere sempre rilassati

Un’altra causa dell’ansia da palcoscenico e della paura di esibirsi in pubblico è l’irrigidimento muscolare.

Sicuramente vi sarà capitato di sentirvi dire dal vostro maestro: “Sei rigido! Rilassa i muscoli! Abbassa le spalle!”

Ogni volta che ci troviamo davanti ad un compito che noi percepiamo essere oltre le nostre capacità, percepiamo un disagio che somatizziamo all’istante irrigidendo i nostri muscoli.

Niente di più fatale durante un’esecuzione dal vivo.

Infatti, sollevando le nostre spalle non permetteremo al braccio di essere rilassato; allorchè anche l’avambraccio sarà teso; allo stesso modo i tendini della mano e della dita che passano attraverso il polso saranno schiacciati e tesi con il finale risultato della totale perdita dell’agilità delle dita.

Chiedo venia per aver presentato uno scenario così brutale. Purtroppo è ciò che avviene! L’ho sperimentato sulla mia pelle.

Quando si è rigidi si è concretamente impossibilitati ad eseguire passaggi tecnici di agilità. Ci si può salvare se si esegue un tempo adagio o andante, ma non un vivace o un passaggio virtuosistico.

Le soluzioni a questo problema sono molte. Ho approfondito questo argomento nell’articolo “Rilassamento muscolare? Tre consigli pratici del didatta russo Neuhaus”.

Il rilassamento si acquisisce per mezzo di diverse tecniche.

Innanzitutto il pianista deve ricercare continuamente il rilassamento muscolare, cioè deve tenere a mente che è un aspetto importante tanto quanto la correzione ritmica o la pulizia del suono. Come si fa attenzione ad eseguire il repertorio nella maniera più magistrale possibile, allo stesso modo bisognerebbe fare attenzione al rilassamento del nostro corpo.

Il rilassamento è una sensazione fisica che si ottiene e si percepisce negli anni; più la si cerca e più la si percepisce. E’ una sensazione piacevole che conferisce comodità all’esecuzione e quiete alla mente.

Posso accennare ad una tecnica di rilassamento che si rifà al movimento delle braccia sulla base del fraseggio richiesto dal brano.

 


Gli arti superiori (a volte tutto il corpo) dovrebbero muoversi a ritmo, assecondare il fraseggio, danzare con la musica. E’ un concetto molto complesso da illustrare in poche righe: ne ho parlato più approfonditamente nell’articolo sul rilassamento muscolare citato di sopra.

La “caduta” è anche un metodo utile al rilassamento poichè costringe il braccio a cadere liberamente, esclusivamente per mezzo della forza di gravità. Non si possono effettuare le cadute essendo rigidi!

Come accennato poco fa, ci irrigidiamo quando siamo consapevoli che un compito è superiore alle nostre capacità. Ciò vuol dire che, ahimè, non siamo ancora del tutto pronti, che il repertorio non è abbastanza maturo e che, forse, dobbiamo ancora studiare alcuni passaggi tecnici che ci risultano scomodi, causando un principio di irrigidimento muscolare.

  1. La memorizzazione di un brano

Come sapete la memorizzazione di un brano è una fase che spaventa tutti i musicisti, non per il processo in sé bensì per il timore che quest’ultima venga meno durante un’esecuzione dal vivo.

Tutto ciò è normale! Ho visto coi miei occhi grandi musicisti essere vittime di vuoti di memoria pochi minuti prima di un concerto ed essere costretti a riprendere la parte e ripassare alcune note. Vi è mai capitato? A me si! In poche circostanze mi è successo di non ricordare esattamente tutte le note delle prime righe di un brano. Credo sia l’ansia di incappare in un vuoto di memoria a causare quest’insicurezza.

Cerchiamo allora di capire e valutare in che modo possiamo ridurre al minimo questa spiacevole sensazione preparandoci al 150%.

Vediamo come.

Esporrò prima le tecniche di memorizzazione più comuni ed esposte largamente nei trattati pianistici e, di seguito, ulteriori metodi che si rivelano tuttora utili nella mie esecuzioni pubbliche.

  • Memoria uditiva

La memoria uditiva permette al musicista di immaginare le note prima di suonarle.

Permette all’artista di pensare le melodie nella mente, di ascoltarle dentro di sé ancor prima che queste vengano eseguite.

La memoria uditiva è quella che rende possibile a qualunque non-musicista di canticchiare un motivetto già sentito in passato o la melodia di un brano passato in radio.

E’ basata sulla capacità di ascoltare ed è sviluppata soprattutto da chi possiede una grande sensibilità alla musica ed è stato abituato sin da piccolo a cercare la volontà del compositore.

Non sono pochi i casi di musicisti con buone doti improvvisative capaci, senza troppi sforzi e in poco tempo, di eseguire un brano melodico e poco virtuosistico grazie ed esclusivamente alla memoria uditiva.

 Attenzione: se adoperata da sola può tradire!

  • Memoria visiva

Per mezzo della memoria visiva possiamo richiamare alla mente la pagina scritta dello spartito, così come altri aspetti dell’esecuzione.

La memoria visiva effettua migliaia di fotografie della partitura le quali ci permettono di ricordare la distribuzione e la posizione dei pentagrammi, delle note, e dei nostri appunti sul rigo musicale.

Infatti quando studiamo un nuovo brano, in realtà non facciamo altro che memorizzare le note che compongono un passaggio. Come potete immaginare, non avremmo il tempo di leggere tutte le note durante un’esecuzione; ci limitiamo a dare una rapida “sbirciata” alla parte e ne seguiamo l’andamento senza essere costretti a focalizzare la nostra attenzione su tutti gli elementi della notazione musicale.

Grazie alla memoria visiva il musicista segue l’andamento del brano tralasciando tutto ciò che ha già memorizzato e soffermandosi sugli elementi di maggiore importanza o su quelli che ancora non ricorda.

Ecco perché, dopo alcune settimane di studio dello stesso brano, appuntiamo nuovi promemoria sulla parte con un colore rosso o blu che risalti rispetto al resto.

La memoria visiva, infine, ci suggerisce attimo dopo attimo la posizione esatta della nostra mani sulla tastiera.

Attenzione: è rischioso adoperare la memoria visiva da sola; consiglio vivamente che venga supportata dalle altre tipologia di memorizzazione.

  • Memoria cinestetica

La memoria cinestetica (o digitale) ci permette di suonare in modo automatico i passaggi complessi.

Essa si basa sulla ripetizione degli stessi movimenti: abbiamo imparato a scendere le scale poiché lo abbiamo fatto migliaia di volte quando eravamo piccolini, abbiamo imparato ad andare in bicicletta provando e riprovando finchè il nostro corpo non ha memorizzato la successione esatta dei movimenti.

Una volta trovato il movimento della mano corretto, la ripetizione garantisce che il gesto appena citato diventi automatico senza ulteriori sforzi.

I muscoli hanno memorizzato per noi il movimento corretto, hanno memorizzato il gesto esatto che permettono al pianista di eseguire un passaggio tecnico correttamente.

Come dicevo pocanzi, la memoria cinestetica si basa sulla ripetizione e quindi richiede molto studio nel modo corretto.

Attenzione: se ripetiamo diverse volte un passaggio nel modo scorretto perfezioneremo l’errore.

Senza la memoria cinestetica, ogni giorno non potremmo ricordare come si esegue un brano e, paradossalmente, in mancanza di essa non potremmo fare progressi tecnici nello studio del nostro strumento.

Questa è spesso la memoria più usata dai musicisti in modo inconsapevole. Più si studia e si prova un brano e più essa si sviluppa.

  • Memoria analitica

E’ quella che Matthay, Gieseking e Leimer chiamano memoria intelligente. La memoria analitica si fonda sulla profonda conoscenza della partitura e della struttura musicale in ogni suo dettaglio.

In molti considerano la memoria uditiva, visiva e digitale come secondarie rispetto alla memoria analitica.

Attraverso l’applicazione di conoscenze teoriche di livello avanzato i musicisti possono risalire alle tecniche compositive del brano, alle successioni armoniche che lo compongono e al senso dei dettagli fraseologici e musicali.

Tutto ciò conferisce allo studente una conoscenza approfondita del repertorio che in molti casi si traduce in un vero e proprio processo di memorizzazione logico e stabile.

Attenzione: la memoria analitica non basta da sola, bensì si aggiunge a tutte le altre tipologie di memorizzazione esposte in questo paragrafo.

Per saperne di più sulle principali tecniche di memorizzazione leggete l’articolo “Tipi di memoria musicale e tecniche di memorizzazione”.

  • Memorizzare compitando

“[…] L’alternativa allo studio preventivo a memoria, e molto, moltissimo più praticata, è l’esecuzione che definirei “compitata“, lentissima e nota per nota“

Ecco come Rattalino definisce la memorizzazione ”compitando”. Si tratta di suonare il brano da capo a fondo molto lentamente, curando tutti i dettagli e senza farsi scappare nemmeno un errore.

Questa tecnica dovrebbe avvenire per mezzo dell’azione delle sole dita, quindi rilassando il più possibile il braccio e la mano. Prendete i suoni con l’ultima parte delle dita, con i polpastrelli e portate fino in fondo tutti i tasti.

Tutto ciò vi regalerà una piacevole sensazione di sicurezza e massimo controllo.

Osservate le vostre dita e “ascoltate” i tasti sotto di esse.

Per esecuzione “compitata” si intende, quindi, esecuzione lentissima, sillabata nota per nota, declamando ogni suono e assicurandosi di possedere il massimo controllo del brano.

Consiglio vivamente di provare diverse volte questa modalità di esecuzione pochi giorni prima di un’esecuzione e, come riscaldamento, prima di esibirvi.

Per saperne di più sulla memorizzazione “compitata” leggete l’articolo “Sapevi che puoi memorizzare compitando? La memoria in musica“.

  • Memorizza dei check-point

Un altro esercizio mnemonico è quello di stabilire e memorizzare dei check-point all’interno del pezzo.

Tutti siamo in grado di iniziare l’esecuzione di un brano dal suo inizio, da una nuova sezione, da un secondo tema. Ma quanti di noi riescono a riprendere un’esecuzione da un qualsiasi punto del brano?

Sarebbe molto utile essere in grado di riprendere il brano ogni due o quattro battute stabilendo dei “check-point”: qualunque cosa succeda sappiamo di poter riprendere da uno di questi punti prefissati.

Infatti, spesso nei momenti di vuoto totale sul palco (spero non vi capiti mai, ma può succedere), potrebbe non esserci il tempo di risalire allo studio d’analisi effettuato al fine di memorizzare il pezzo, e quindi riprendere l’esecuzione. Tutto si compie in millesimi di secondi!

Un consiglio è quello di avere dei check-point all’interno del brano, punti dai quali potete sempre riprendere a suonare. Più check-point fissate, più sono vicini tra loro, e più è probabile che il pubblico non si accorga del vuoto di memoria.

Troverete alcuni approfondimenti sulle tecniche di memorizzazione suddette e su altre ancora nell’articolo “Ansia da vuoto di memoria? 5 Consigli pratici su come affrontarla“.

  1. La ripetizione

In questo paragrafo vi parlerò di una tecnica di cui usufruiscono già molti musicisti, in maniera più o meno consapevole.

Come dicevo all’inizio di questo articolo una delle cause principali dell’ansia da palcoscenico e del timore di suonare in pubblico consiste nel fatto che spesso viene tralasciato lo studio della performance.

In altre parole, si investe il 99% del tempo nella lettura, nel montaggio e nel perfezionamento del repertorio e il restante 1% alla performance. Non fraintendetemi! Intendo dire che spesso si studia il brano nel dettaglio per ore e, se alla fine di una seduta di studio restano ancora tempo ed energie in corpo, si lavora la performance.

Peccato che, se l’esecuzione non è stata preparata e studiata in anticipo, a causa del timore di sbagliare, durante una pubblica esibizione, possono venir meno molti dettagli musicali per i quali si era investita la maggior parte del nostro studio.

 

Allora cosa fare?

Studiare la performance vuol dire testare, simulare l’esibizione in pubblico.

In molti organizzano simulazioni d’esame o di concerto prima di un appuntamento artistico, tuttavia questi potrebbero non bastare poiché rimarrebbero dei casi unici ed isolati.

Mi è stato insegnato che le simulazioni hanno senso se ne effettuiamo in gran numero.

Se il repertorio è stato studiato a fondo e l’esecuzione pubblica si sta avvicinando, potrebbe essere conveniente riadattare leggermente il metodo di studio focalizzando maggiormente l’attenzione sulla nostra performance, risultato finale dei nostri studi.

Possiamo aver studiato un brano per mesi, ma se non ci curiamo di come quest’ultimo verrà eseguito potrebbe succedere che l’ansia e il timore di sbagliare ci rubino l’occasione di dare il meglio di noi stessi!

Sarebbe un peccato!

Prima di un concerto, allora, eseguite il vostro repertorio decine di volte!

Lo dico seriamente! Rimasi attonito quando mi venne insegnato questo. Se dobbiamo eseguire un brano di breve durata, potremmo simulare la performance anche 40/50 volte al giorno. Se dobbiamo invece preparare un recital di un’ora, allora possiamo accontentarci di suonarlo da capo a fondo senza interruzione tre o quattro volte.

Nel tempo rimasto risolveremo i difetti riscontrati. Infine, potremo serenamente andare a dormire e, una volta risvegliati, riprendere le esecuzioni!

In pratica più esecuzioni effettuiamo e più ci sentiremo sicuri di fronte al pubblico.

Allora, a partire dai 15/20 giorni circa prima di un concerto, provate ad effettuare 10-20-30 (dipende dalla durata) esecuzioni del repertorio al giorno.

Ma perchè ripetere? Che senso ha tutto questo? Non ha senso ripetere inconsapevolmente come macchine!

Invece, mi è stato insegnato il contrario e ne ho sperimentato l’efficacia sulla mia pelle.

Io, personalmente, vi parlo di questo perché sono sempre stato fortemente soggetto all’ansia di suonare in pubblico. Ero capace di distruggere il lavoro effettuato per mesi a causa della paura di commettere qualche errore pubblicamente.

Su di me (che ero un caso irrecuperabile) ha funzionato ed ha avuto sin da subito risultati incredibili e inaspettati! Grazie a questa tecnica, sono riuscito a suonare anche davanti a mille spettatori e mantenere il controllo di ogni nota. Incredibile per il sottoscritto!

L’ansia non andrà via! Vi accompagnerà sempre. In alcuni, suonando spesso in pubblico, pian piano si  affievolirà,  ma sarà ugualmente presente.

Quindi ciò che farà la differenza, sarà la capacità di sovrastarla per mezzo di una sicurezza e solidità maggiori.

Le ripetizioni sviluppano moltissimo la memoria cinestetica, quella digitale, meccanica.

Infatti, riflettete un attimo! In caso di panico davanti al pubblico, cos’è che ci abbandona per primo? La mente!

E se noi basiamo tutti i nostri studi mnemonici e tecnici sull’analisi del brano e sulla ricerca del suono perfetto come potremmo proseguire?

Dovremo attendere di riottenere lucidità mentale, analizzare la circostanza e riprendere a suonare. Risultato? Saranno trascorsi già troppi secondi e il pubblico se ne sarà già accorto con conseguente frustrazione del pianista.

Al contrario, ripetendo e sviluppando ai massimi livelli la memoria cinestetica (ovviamente questa tecnica non vale da sola, ma si aggiunge alle altre) le nostre dita andranno avanti da sole anche in caso di panico.

La memoria muscolare sarà la nostra salvezza. Sarà come scendere le scale mentre pensi al pranzo del giorno dopo: i muscoli delle gambe sanno come tendersi e distendersi automaticamente anche se stai pensando ad altro, perchè hanno effettuato quel movimento migliaia di volte. Magari potessimo eseguire il nostro repertorio migliaia di volte!

Attenzione però! Tutto ciò non deve avvenire inconsapevolmente con la testa altrove. La mente è sempre la centrale di comando di tutto, non possiamo delegare il nostro successo ai muscoli.

Quindi rimanete sempre concentrati ad ogni esecuzione che effettuate nella vostra stanzetta o aula di conservatorio come se foste davanti al pubblico, come se quell’esibizione fosse l’unica vostra chance.

La prima esecuzione deve essere perfetta! La seconda meglio della prima, la terza meglio della seconda, e così via! L’ultima dovrebbe essere la migliore di tutte.

Non delegate tutto alla ripetizione, ma eseguite sempre con la massima concentrazione e musicalità cercando di migliorare i difetti dell’esecuzione precedente.

Non fermatevi mai! Non fatevi distrarre, spegnete il telefono. Chiudetevi a chiave dentro alla vostra aula.

Tra un’esecuzione e la successiva, appuntate su un foglio i punti nei quali avete commesso un errore. Poi riprendete subito l’esecuzione successiva. Alla fine avrete davanti agli occhi i passaggi che meritano di essere ancora studiati, i punti in cui la memoria vi inganna più frequentemente.

Non credete che se sarete stanchissimi non ha più senso continuare ad eseguire, poiché le condizioni in cui ci si trova quando ci si esibisce in pubblico non sono mai ottimali. Anzi, spesso si è viaggiato per molte ore, non ci si è potuti riscaldare o si è già stanchi dalla giornata trascorsa.

Consiglio di eseguire il repertorio sempre un pelino più lento, in modo da controllare che tutto sia corretto. Ogni due/tre esecuzioni soffermatevi sui passaggi che regolarmente risultano sporchi. Poi riprendete.

Potete chiedere ai vostri colleghi, amici o familiari di ascoltarvi.

Se volete approfondire questo argomento leggete l’articolo La ripetizione è madre dello studio! Vero o falso? L’opinione di Neuhaus”.

  1. Ascoltate il vostro corpo quando eseguite

Non dimenticatevi di ascoltare il vostro corpo quando eseguite. Mi riferisco principalmente ai muscoli.

Come detto prima l’irrigidimento muscolare è il primo nemico del musicista. Se irrigidiamo, ad esempio, le spalle, anche le braccia, le mani e le dita risulteranno essere rigidi con una conseguente perdita dell’agilità.

 


In genere ci si irrigidisce in prossimità dei passaggi più difficili. Allora, durante le esecuzioni ascoltate i vostri muscoli. Chiedetevi sempre dove tendono ad irrigidirsi e trovate dei punti dove rilassare braccio e polso.

Può risultare molto utile rilassare il braccio subito prima dei passaggi difficili, durante e dopo. Insomma siate rilassati, altrimenti è difficile arrivare fino in fondo. E’ necessario ricordarsi costantemente di questo aspetto. Non è secondario, anzi, ha il potere di compromettere l’intera esibizione.

Come in una maratona, non si può dare il 100% sin dalle prime battute. Risparmiate le vostre energie, mantenetevi sempre calmi e un po’ al di sotto del massimo. Respirate e pensate un tempo più lento.

  1. Durante la performance siate artisti

Durante l’esibizione non pensate ad altro che all’esecuzione stessa. Non fatevi distrarre da nulla, principalmente dalla paura di sbagliare. Non rilassatevi troppo, mantenendo sempre un pò di tensione anche dove vi sentite più sicuri.

Se pensate di sbagliare sbaglierete.

Avete studiato, avete fatto il vostro dovere.

Adesso è il momento di fare musica e di godere di ogni suono, meravigliandovi come un neonato di fronte a un campanellino. Lo dico seriamente e senza vergogna, lasciatevi sorprendere, ascoltatevi come se fosse la prima volta che ascoltate il brano che state eseguendo.

Pensate solo alla musica e trasmettete al pubblico il 100% di ciò che vi emoziona dentro di voi.

Parlo più approfonditamente di questo nell’articolo “Come emozionare il pubblico quando suoni?“; leggetelo se vi va!

Parlate con chi vi sta ascoltando. Dialogate con loro e donatevi totalmente affinchè non si annoino e non si pentano di essere venuti ad ascoltarvi.

L’obiettivo dell’artista, dopo tutto, non è (come in questi tempi si insegna nei conservatori) suonare tutto giusto senza sbagliare o senza avere nemmeno un millesimale vuoto di memoria, bensì quello di commuovere il pubblico e farlo uscire dalla sala concerti diverso da come ci è entrato.

Raccontate voi stessi: siate tristi se suonate un brano triste, siate gioiosi se suonate un brano vivace, siate regali se suonate un brano maestoso, siate innamorati se suonate un brano romantico.

Nicolò De Maria

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

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il pianista e la paura del pubblico_nicolò de maria

Il pianista e la paura del pubblico

Come prepararsi alla performance e prevenire i vuoti di memoria

Il libro Il pianista e la paura del pubblicoè una raccolta e un approfondimento degli articoli più letti dagli utenti. Se vuoi approfondire questo articolo e gli argomenti principali di questo sito, quali l’ansia da palcoscenico, la paura di suonare in pubblico, le tecniche di memorizzazione musicale, la sicurezza in se stessi e la solidità tecnica clicca qui sotto.

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Scrivo di getto queste poche righe poiché sempre più spesso capita di incontrare studenti di conservatorio terrorizzati dall’idea di dover sostenere un esame.

L’ansia da palcoscenico, l’ansia di suonare in pubblico o davanti ad una commissione competente, la paura di incappare in un vuoto di memoria ancora fanno dormire notti insonni.

In alcune circostanze sembra che tutto lo studio effettuato fino ai giorni precedenti ad un’esame e tutte le tecniche di memorizzazione musicale utilizzate svaniscano nel nulla e perdono la loro utilità.

sintomi di ciò li conosce bene chi è del mestiere.

Oggi ho suonato con alcuni studenti di violino di un conservatorio italiano i quali si trovano esattamente in questa situazione.

Durante una delle ultime lezioni prima dell’esame sembra che il livello si abbassi lievemente: l’intonazione ne risente improvvisamente, allo stesso modo la pulizia, la chiarezza ritmica e il coinvolgimento musicale.

La causa non è la mancanza di studio dello studente, ma l’ansia dovuta alla consapevolezza che l’esame si avvicina. 

(Vorrei ricordarvi che ho già parlato di questo aspetto in molti altri articoli che vi consiglio di leggere……)

COME SCONFIGGERE L’ANSIA DA PALCOSCENICO E LA PAURA DI UN VUOTO DI MEMORIA?

Oggi vorrei proporvi una tecnica che ritengo sia la più utile durante gli ultimi giorni di studio prima dell’esame, al fine di sconfiggere l’ansia di suonare in pubblico e la paura di avere un vuoto di memoria. 

Non si tratta di un incantesimo che magicamente farà scomparire qualsiasi tipo di timore di suonare in pubblico, tuttavia molti docenti di calibro internazionale lo consigliano agli studenti, soprattutto di alto livello.

Premetterei che in molti studiamo dettagliatamente il repertorio ma non l’esecuzione del repertorio. 

Cioè, spesso viene studiato il repertorio nel dettaglio, lentamente e focalizzandoci molto sulla preparazione tecnica; ma viene tralasciato un aspetto importantissimo, quello che infine tutto ciò che si è studiato deve essere comunicato all’ascoltatore per mezzo di un’esecuzione organica. 

Quindi, dobbiamo studiare la performance. Quanto meno testare le nostre capacità di performer. 

Ecco cosa consigliano di fare molti didatti prima di un esame o un concerto: ESEGUIRE! ESEGUIRE! ESEGUIRE! RIPETERE! RIPETERE! RIPETERE da capo a fondo. 

Ripetere, e ancora ripetere, cinque, dieci, venti, trenta volte al giorno.

Ogni esecuzione dovrebbe essere migliore della precedente. Potete annotare quali sono stati gli errori più gravi e nel tentativo successivo focalizzate l’attenzione sul punto debole.

Mancano 15 giorni all’esame o concerto e hai paura di incappare in un vuoto di memoria musicale? Dovrai eseguire un repertorio di trenta minuti? Bene, allora potresti eseguirlo da capo a fondo come in concerto dieci volte per i successivi 15 giorni.

Questa prassi vi restituirà, già dopo il primo giorno, risultati enormi. Ve lo garantisco. L’ho provato sulla mia pelle!

Dopo 15 giorni, avrete eseguito il vostro repertorio già 150 volte. Ne conseguirà che quella dell’esame non sarà una delle poche esecuzioni (uno dei pochi tentativi di far bene) ma la centucinquantunesima.

Sono certo che salirete sul palco più sereni… e preparati alla performance! 

Allora fatelo! Tutti i musicisti lottano contro l’ansia da palcoscenico!

La differenza tra coloro che suonano bene sul palco rispetto a coloro che arrancano, non sta nel fatto che chi suona tutto alla perfezione, oltre ad aver studiato molto, non ha paura di suonare in pubblico, ma sta nel fatto che quest’ultimi si sono preparati a quel momento. Se lo aspettavano, sapevano che sarebbe arrivato e che sarebbero stati vittime di una pressione decisamente maggiore rispetto ad una normale lezione col proprio maestro.

Quindi eseguite più che potete!

Studiate i passaggi più difficili, ripassate tutto lentamente declamando e pronunciando chiaramente ogni nota, ma poi tornate ad eseguire.

E RIPETETE, RIPETETE, RIPETETE!

Un mio insegnante diceva di farlo anche a freddo, la mattina presto, appena alzati. Ecco, a volte sul palco si ha la sensazione di non essersi riscaldati. Le mani rimangono fredde o sudate nei primi minuti. Quindi sforzatevi di ricreare la medesima circostanza

Concludo chiedendovi di prendere in considerazione il fatto che esistono numerose tecniche di memorizzazione musicale, tutte utilissime e importanti per eseguire un intero repertorio a memoria, ma in caso di panico sul palco la mente ci abbandona e non avremo il tempo di riflettere sull’armonia, l’analisi o la struttura del brano. L’errore sarà già passato in meno di un secondo.

Ecco che proprio in questo caso ci viene in soccorso la memoria cinestetica o meccanica per mezzo della quale le dita avranno già “memorizzato” il repertorio e risolveranno il vuoto di memoria ancor prima di quanto possa fare la mente dopo un’attenta analisi del brano.

Fatemi sapere cosa ne pensate, se vi ha incuriosito e se la considerate una valida tecnica di studio. In caso contrario, nei commenti, proponete voi stessi le tecniche che utilizzate per prepararvi ad un’esecuzione in pubblico. 

Nicolò De Maria

 

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

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Tranquilli! Non è come pensate! Il titolo può spaventare ma lo scopo di questo articolo è quello di offrirvi un valore aggiunto su come studiare al pianoforte.

Studiare al pianoforte lentamente è sempre stato utile e sempre lo sarà.

In queste righe vorrei solamente mettervi in guardia su alcune abitudini, purtroppo piuttosto accomodanti, le quali non portano ai risultati aspettati.

(Se vuoi approfondire le tecniche di studio che precedono un’esecuzione pubblica ti consiglio di leggere l’articolo GUIDA DEFINITIVA su come affrontare l’ansia da palcoscenico e la memoria musicale)

Molti tecnologi e molti didatti danno per scontato che, davanti ad un passaggio difficile, i movimenti iniziali debbano comunque compiersi molto lentamente.

In effetti, nell’affrontare una qualsiasi difficoltà motoria, il nostro istinto è quello di muoverci con prudenza e circospezione.

Ciò avviene anche al pianoforte.

Il pianista che magari davanti ad un nuovo passo di ardua esecuzione si riscopre un tantino “principiante”, rallentando quanto basta la velocità dei suoi movimenti dovrebbe trovare la strada maestra per decifrare a dovere il passaggio tecnico e risolverlo correttamente.

Allo scopo di intraprendere una buona lettura del nuovo brano, Brugnoli consiglia:

“Perchè l’allenamento sia utile è necessario che sia fatto con la massima lentezza dei movimenti […] L’allenamento fatto con lentezza, non solo concorre a dare all’esecutore la tranquillità derivante dalla sicurezza di sapere ciò che vuole, ma gli permette di sfruttare, a vantaggio dell’allenamento stesso, quel sicuro dominio di sé da cui deriverà poi un più efficace impiego dei mezzi ricercati”. 

Della stessa opinione è Sandor, secondo il quale questo è addirittura il solo modo corretto di studiare al pianoforte:

Suonare lentamente è molto utile; ci permette di eseguire l’esatto movimento in tutti i suoi dettagli, senza sforzo e con assoluta accuratezza”.

Fantastico! Siamo tutti d’accordo! Ma allora a cosa dobbiamo fare attenzione? Dove risiede l’inganno?

Perchè studiare al pianoforte lentamente può essere controproducente?

Vado subito al punto!

Molti pianisti si cullano del fatto che studiando lentamente risolveranno tutti i loro ostacoli tecnici.

Alcuni addirittura credono che eseguire un brano ripetute volte, a metronomo e lentamente possa poi miracolosamente far svanire tutti i difettini tecnici.

Ciò non è assolutamente vero, o almeno non in questi termini.

Come detto poco fa, è utilissimo lo studio lento… ma a cosa? 

Ci siamo chiesti a cosa si riferiscono Brugnoli e Sandor? Soprattutto in questo caso lo studio deve essere mirato e deve puntare ad un obiettivo ben preciso.

Purtroppo non basta accendere il metronomo e suonare da capo a fondo un brano lentamente e sperare di riuscire ad eseguirlo correttamente a velocità, in poco tempo!

Infatti, nella citazione riportata di sopra, Sandor continuava ammonendo gli studiosi:

Il suonare lentamente non è un fine, ma è il mezzo che ci permette di eseguire i movimenti richiesti con un sufficiente grado di coscienza e di controllo. Di conseguenza, nel momento in cui un determinato passaggio viene eseguito con facilità, sotto un perfetto controllo, e non ha bisogno di rallentamenti di ritmo, possiamo anche accelerarlo!

Ad ogni gruppo di note, a ogni nota, dobbiamo dedicare il tempo che essi richiedono; ma non è necessario continuare a ripeterlo in tempo lento e regolare solo perchè lo abbiamo cominciato lentamente; sarebbe una pura e semplice perdita di tempo.

Diciamo pure, che lo studio deve avvenire al tempo più veloce possibile compatibilmente con il perfetto controllo dei movimenti richiesti”. 

Quanto è chiaro ed attuale Sandor in ciò che dice.

Quanto ci ammonisce rispecchia assolutamente le cattive abitudini di molti studenti. Ci siamo passati tutti.

Allora è il momento di abbandonare questa cattiva abitudine e studiare al pianoforte nel modo migliore.

Cosa vuol dire questo? Vuol dire di puntare ad un obiettivo preciso.

Il nostro studio deve avere degli obiettivi che sono la conseguenza dei nostri ostacoli. Quest’ultimi devono essere chiari.

Dobbiamo poterli individuare, chiamarli per nome e affrontarli estraendoli dal loro contesto.

Come si fa?

Dalla teoria alla pratica: due fasi di studio lento

Come appena detto studiare al pianoforte lentamente è di grande utilità ma per essere produttivo è necessario che venga sfruttato nel modo giusto e con cognizione di causa.

Prima di tutto dobbiamo trovare l’ostacolo, cioè essere consapevoli di ciò che rende ardua l’esecuzione. 

Poi dobbiamo focalizzare tutta la nostra attenzione su quell’ostacolo esatto, e non sul resto. 

Come esempio di applicazione pratica di quanto detto in teoria nel paragrafo precedente, ho pensato alle prime righe della sonata di Beethoven op. 14 n. 1 in Mi maggiore.

Vediamo quindi come possiamo affrontare lo studio di un passaggio tecnico che rispetto al resto dell’esposizione della sonata richiede maggiore attenzione.

Prima fase di studio lento

Immagine 1

Ipotizzando che le battute 5 e 6 racchiuse nel riquadro rosso possano costituire, alla prima lettura, una difficoltà tecnica per il pianista, sarebbe ragionevole pensare di studiare le prime righe lentamente.

Ad esempio, potremmo inizialmente fissare una velocità di metronomo di circa 52 al quarto. A questa velocità le quartine di sedicesimi potranno essere studiate con calma e con il massimo controllo.

Se però allarghiamo lo sguardo, noteremo che, sempre per fare un esempio, poco dopo a battuta 22 inizia una melodia che si sviluppa per quarti.

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Se pensiamo di dover eseguire l’intera esposizione della sonata al tempo stabilito di 52 al quarto, noteremo che le semiminime delle battute 23-29 risulterebbe talmente lente da farci quasi addormentare. 

Sulla base di quanto letto di sopra, sarebbe molto più ragionevole estrarre le battute 5 e 6 dal loro contesto musicale e studiarle separatamente e lentamente. Questo procedimento viene approfondito dettagliatamente negli articoli Come studiare i passaggi difficili?Come studiare i passaggi difficili con le “cadute” che ti consiglio di andare a leggere.

Seconda fase di studio lento

Solo dopo aver risolto il passaggio tecnico alle battute 5 e 6 si può pensare di studiare lentamente l’intera esposizione della sonata, poichè non presenta altri passi ardui.

Il resto dell’esposizione è infatti piuttosto semplice e leggibile in poco tempo, quindi con la giusta attenzione si potrebbe fissare un metronomo alla velocità, per esempio, di circa 72 al quarto.

Questa velocità permetterebbe al pianista di fare attenzione a tutti i segni e le indicazioni scritti da Beethoven (note legate, staccate, portate, dinamiche, eccetera) potendo fare attenzione a tutto il resto (ritmo, fraseggio, balance, direzione, gestualità, eccetera).

Tutto ciò deve essere effettuato con il massimo controllo e ripetuto fino a che non lo si esegue con la massima comodità e sicurezza.

Una volta raggiunta questa condizione, allora sarà consigliabile accelerare gradualmente tenendosi sempre vicini al tempo più veloce possibile compatibilmente con il massimo controllo.

 

Nicolò De Maria

Bibliografia:

Gardi, N. (2008). Il biano e il nero. Varese: Zecchini Editore.

Sandor, G. (1984). Come si suona il pianoforte. Milano: Rizzoli Editore.

Brugnoli, A. (1926). La dinamica pianistica. Milano: Ricordi.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

In questo articolo vorrei brevemente parlarvi di una semplice tecnica di memorizzazione. Forse alcuni di voi già la utilizzano durante il lavoro mnemonico, altri invece leggendo queste poche righe ne comprenderanno l’utilità nascosta.

Come sappiamo, esistono veramente tante tecniche di memorizzazione al pianoforte. In molti, infatti, hanno scritto libri e parlato di questo argomento.

In effetti, è uno dei punti deboli dei pianisti, condannati a dover suonare l’intero repertorio solistico a memoria. Quanto darebbe un pianista che sta per salir su un palco per portare con se la partitura e poggiarla sul leggio? Eppure, le nostre convenzioni musicali non lo permettono.

Sappiamo, tuttavia, che non si tratta solo di una norma da rispettare: sono innumerevoli i vantaggi di un’esecuzione senza lo spartito.

Per sapere di più su alcune tecniche pratiche di memorizzazione vi consiglio di leggere gli articoli Tipi di memoria musicale e tecniche di memorizzazione e Ansia da vuoto di memoria? 5 consigli pratici su come affrontarla.

Cosa vuol dire memorizzare “compitando”?

Adesso vorrei parlarvi di una tecnica di memorizzazione molto semplice e pratica di cui parla Moscheles nella prefazione agli Studi op. 70:

[…] suonare tutto il pezzo lentamente e colla massima diligenza, senza omettere alcuno dei diesis, bemolle o bequadri“.

Rattalino, nel suo “Manuale tecnico del pianista concertista” argomenta:

[…] L’alternativa allo studio preventivo a memoria, e molto, moltissimo più praticata, è l’esecuzione che definirei “compitata“, lentissima e nota per nota“.

Rattalino stesso si chiede: “Ma c’è proprio bisogno di raccomandazioni di questo tipo?. C’è bisogno sì, eccome!

In effetti è proprio lui a citare l’alternativa di Moscheles. E continua ricordando che non sono mosche bianche gli errori di lettura che svolazzano volentieri persino nelle esibizioni di concertisti affermati e famosi.

Tornando alla tecnica citata di sopra, sono d’accordo nel dire che è una delle alternative più diffuse.

Paolo Spagnolo sosteneva che il brano non andrebbe eseguito lentamente, ma “a rallentatore”. Per comprenderne la differenza guardate un video di corridori in slow motion.

Per esecuzione “compitata”, si intende esecuzione sillabata, scandita nota per nota.

Ciò può avvenire solo molto lentamente e permettendo che la nostra mente controlli tutto ciò che avviene sotto le dita allo scopo di memorizzarne i movimenti.

Sappiamo che esistono vari modi di memorizzare ed uno di questi dice proprio l’opposto: eseguire più volte (tante, ma tante volte) alla velocità di esecuzione (ne ho parlato nell’articolo La ripetizione è madre della sicurezza?).

Infatti un metodo non preclude l’altro, anzi dovrebbero coesistere ed essere complementari tra loro.

Io, personalmente, eseguo moltissimo nei giorni precedenti ad un concerto, ma il giorno stesso e il giorno prima del recital effettuo un check di tutti i dettagli eseguendo l’intero repertorio al rallentatore (ovviamente senza la partitura).

Ciò rafforza la mia sicurezza mnemonica.

 

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Rattalino, P. (2007). Manuale tecnico del pianista concertista. Varese: Zecchini Editore.

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.