Nella categoria Studio Individuale al pianoforte potrai trovare tutti gli articoli che affrontano i principali metodi e le tecniche di studio.

Stabilire degli obiettivi chiari è indispensabile. Avere chiari la meta da raggiungere e il modello da seguire è il punto di partenza per una corretta ed efficace sessione di studio individuale al pianoforte. 

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Come prepararsi alla performance e prevenire i vuoti di memoria

Il pianista e la paura del pubblico

Il libro “Il pianista e la paura del pubblico” è una raccolta e un approfondimento degli articoli più letti dagli utenti. Se vuoi approfondire questo articolo e gli argomenti principali di questo sito, quali l’ansia da palcoscenico, la paura di suonare in pubblico, le tecniche di memorizzazione musicale, la sicurezza in se stessi e la solidità tecnica clicca sul bottone qui sotto.


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Come raggiungere i propri obiettivi? Talento o ostinazione? Cosa serve di più?

In queste poche righe rifletteremo insieme su cosa sia indispensabile possedere per raggiungere i risultati desiderati.

La realizzazione personale di un musicista

La realizzazione personale dipende fortemente dall’analisi e dalla comprensione di tre aspetti: il cosa vogliamo raggiungere, il perché lo vogliamo raggiungere, e il come possiamo raggiungerlo.

Queste sono le domande alle quali sanno dare una chiara risposta le persone di successo. Hanno bene chiaro in mente cosa vogliono, perché come raggiungerlo.

Dunque si mettono al lavoro lungo un cammino ben definito.

Al contrario, le persone insicure tendono a riportare alla memoria esperienze negative che hanno il potere di creare convinzioni (o mappe distorte della realtà) che congestionano totalmente la loro creatività e la libertà, alimentando sentimenti di scoraggiamento e frustrazione.

Vi è spesso la paura che certi errori possano ripetersi nel futuro e che un determinato obiettivo, tanto desiderato, diventi pura utopia.

Ci si convince di intravedere orizzonti troppo lontani lontani tanto da abbandonarli, quando invece il nostro compito dovrebbe essere quello di occuparci di ciò che abbiamo a portata di mano, oggi.

Vivi l’oggi

Ci voltiamo indietro e vediamo i fallimenti del passato, guardiamo avanti e temiamo le preoccupazioni e gli insuccessi del futuro.

Qual è il mio consiglio? Vivere l’oggi.

Cosa vuol dire vivere l’oggi? Concentrati non su ciò che avresti dovuto fare ieri, né su ciò che dovrai fare domani.

Concentrati su ciò che devi fare oggi e fallo bene.

Il peso del fardello del domani aggiunto a quello del passato, ha il potere di fare vacillare anche chi cammina nel presente.

“A ciascun giorno basta la sua pena” dice Gesù nel Vangelo. E ancora, “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Non dice: “Dacci il pane di domani, di dopodomani…”.

Non c’è dubbio sul fatto che sia necessario pensare al futuro, fare dei progetti e tenersi pronti. Ma senza stare nell’ansia logorante che tutto possa andare ancora una volta storto.

Il miglior modo per prepararsi al futuro è concentrarsi con tutte le proprie forze, tutta la mente, tutto l’entusiasmo e tutta la propria intelligenza, sul lavoro odierno.

Dal punto di vista musicale non bisogna pensare né ai fallimenti passati, né alla paura delle successive performance.

Ciò vuol dire: non pensare! Studia, oggi! Adesso!

In altri articoli abbiamo parlato di come studiare, come montare un repertorio dalla sua lettura al perfezionamento e di come prepararsi concretamente alla performance.

Adesso, per un istante, prepariamoci psicologicamente a liberare la nostra mente da tutti i fardelli mentali che appesantiscono e rallentano il nostro lavoro quotidiano.

Lo stress, nella maggior parte dei casi, è dovuto a un sovraccarico di pensieri e preoccupazioni che non possiamo controllare e che non dipendono dalle nostre azioni, ma dal corso della vita.

Dobbiamo a tutti i costi approcciarci allo studio scevri da pregiudizi, focalizzando la nostra concentrazione sul lavoro quotidiano.

Come farò? Ci arriverò? Non ho abbastanza tempo!”, “Non sono in grado, non me ne è mai andata bene una!”, “Ricordo quell’ultima volta che… è stato un incubo: se si dovesse ripetere lascio perdere per sempre!”, “Tu cosa ne pensi? Andrà bene?”.

Questi sono i pensieri tipici di chi ha tempo per fermarsi… e pensare: se fosse concentrato sul proprio obiettivo e impegnato sul suo lavoro non gli rimarrebbe tempo utile a elaborare pensieri negativi.

“Il segreto per essere infelici sta nell’avere il tempo sufficiente per domandarsi se si è felici o no.”

George Bernard

L’autostima e talento

L’autostima e la fiducia in sé stessi sono qualità che molti credono di avere per carattere o per natura. 

Invece, in realtà, sono direttamente proporzionali alla disponibilità del soggetto a considerarsi dotato di determinate competenze e qualità atte ad affrontare le sfide della vita.

Cosa vuol dire ciò?

Per essere dotati di determinate competenze è necessario studiare.

Le competenze si acquisiscono con l’esercizio e la disciplina costanti, le quali a loro volta conducono sovente al successo per il semplice motivo che si è dedicato molto tempo per raggiungere un obiettivo. 

Dobbiamo essere noi a decidere di raggiungere una buona valutazione di noi stessi, in base al fatto di essere disposti ad applicarci in qualcosa di motivante o di dare priorità alle responsabilità assunte, scartando dalla nostra quotidianità interferenze e distrazioni.

L’autostima cresce grazie all’impegno costante e alla disciplina.

“Io penso che, in effetti, ognuno ha il talento che decide di avere” 

Aldo Ciccolini
(tratto dal libro “Maestro di te stesso” di Righini-ZAdra)

Aldo Ciccolini si riferisce all’efficacia dell’ostinazione nello studio e all’impegno costante.

Non crede nel talento. Talento = impegno” dice.

Non esistono scorciatoie per raggiungere il successo, esiste solo una lunga strada da percorrere.

Si può decidere di intraprenderla oppure no, di dirigersi dritti alla meta oppure fare delle soste e ritardare il raggiungimento dell’obiettivo, si può decidere di prendere delle deviazioni o addirittura cambiare meta.

Nicolò De Maria

Bibliografia:
F. Righini, R. Zadra, Maestro di te stesso, Milano, Curci, 2010


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Paura del giudizio degli altri? Sapete qual è la causa reale? Perché si temono tanto le critiche altrui? La risposta sta nel sapere con esattezza quali sono i propri obiettivi.

Mi spiego meglio.. leggete questo articolo e tutto vi apparirà più chiaro.

Vi assicuro che dopo la lettura di queste righe penserete alla paura del giudizio degli altri con un occhio diverso e più maturo.

“Se non sei tu a scegliere i tuoi obiettivi, gli altri o le circostanze della vita lo fanno per te e ti ritrovi a perseguire scopi che non sono i tuoi”

Righini e Zadra
(dal libro “Maestro di te stesso”)

E’ incredibile quanto il pensiero dei docenti di pianoforte Federica Righini e Riccardo Zadra, a mio parere, rispecchi la realtà delle cose.

Cercate di calarvi in un contesto comune ai musicisti come, ad esempio, un’esibizione dal vivo.

Quanti musicisti tremano all’idea di non aver suonato nel migliore dei modi, di non aver trasmesso nulla al pubblico.. di deluderlo.

In sostanza, l’esecutore mentre si esibisce pensa anche a ciò che il pubblico pensa.. fortunatamente non tutti i musicisti sono vittime di questi pensieri, ma molti purtroppo lo sono.

Il motivo, come sapete, è la paura del giudizio degli altri.

Cosa penseranno di me? Mi staranno giudicando in modo negativo o positivo?

Conclusasi la performance, il musicista in genere riceve volente o nolente dei feedback, più o meno veritieri e da spettatori più o meno competenti.

Feedback diversi l’uno dall’altro, frutto di impressioni e valutazioni soggettive.

Se l’esecutore dovesse curarsi di ogni singolo commento ricevuto tornerebbe a casa certamente frustrato. Si sentirebbe nelle condizione di non poter accontentare ognuno di loro.

Tra le tante “congratulazioni” da post-concerto alcuni lasceranno vagamente trapelare che, ad esempio, avrebbe potuto curare più l’intonazione, che sarebbe potuto essere più espressivo, che avrebbe potuto eseguire più bis, che tutto sommato il concerto non era stato male, eccetera.

Quello appena ipotizzato non è certamente un quadretto entusiasmante per un solista che già, di per sé timido e insicuro, è alla ricerca di conferme esterne provenienti dal pubblico.

Sarebbe stato meglio per lui fuggire da ogni tipo di critica o commento, tappandosi le orecchie.

Definirsi degli obiettivi chiari

Ciò che alimenta la paura del giudizio degli altri è la mancanza di obiettivi chiari e ben definiti, concreti e ben raggiungibili.

“Cosa penseranno di me?”, “Se sbaglio anche questa volta perderò la faccia davanti a tutti”, “Proprio lui/lei doveva essere presente a questo evento?”

Quando ci si esibisce con l’intenzione di accontentare tutti e di non ricevere critiche negative, il livello della performance si abbassa.

Penserai più alla volontà degli altri che a condurre con attenzione l’esibizione musicale.

Ma quindi come fare?

Datti degli obiettivi precisi, degli obiettivi musicali chiari.

Ad esempio, “Stasera desidero essere musicale in quel punto… desidero trasmettere gioia in quell’altro punto… voglio fare di tutto affinché quel passaggio venga pulito, mi concentrerò il più possibile…”

Inizia con pochi punti. Saranno i tuoi primi piccoli obiettivi.

Non metterti davanti sin da subito la pretesa di un’intera esecuzione impeccabile. Procedi per gradi.

A fine concerto saprai solo tu quanti risultati avrai portato a casa e non baderai alle critiche altrui.

Avrai un tuo progetto di miglioramento, avrai trovato un cammino che, gradualmente, passo dopo passo, ti condurrà ad una maggiore sicurezza di te stesso.

Solo tu potrai dare una votazione alla tua esecuzione.

E se fallirai? Non esistono fallimenti per chi è determinato a migliorare. Ogni feedback, anche se negativo, è uno stimolo a correggersi e a fare di meglio.

Bisogna essere molto vigilanti e attenti a tutto ciò che avviene durante l’esecuzione, perché quando tornerai a casa e non ti sentirai soddisfatto, dovrai essere in grado di rispondere alle domande:

“Dove ho sbagliato?”, “Che tipo di errore ho commesso?”, “In quale punto preciso ho avuto quel vuoto di memoria?”, “Forse mi sono distratto, oppure devo studiarlo meglio?”.

Certamente non è facile, anzi, è proprio un’arte da imparare, e ci vuole una vita intera.

Intanto, nel dubbio, mettetevi al lavoro.

Nicolò De Maria

Bibliografia:

F. Righini, R. Zadra, Maestro di te stesso, Milano, Curci, 2010


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Come essere felici? La soddisfazione o l’insoddisfazione per ciò che la vita ci impone o ci regala da cosa dipende? Dipende dai soldi che abbiamo nel conto in banca, o forse dalla posizione sociale che ricopriamo? Cos’è che secondo te potrebbe veramente darti la felicità?

Riflettiamoci insieme in questo articolo.

Molto spesso la nostra soddisfazione o insoddisfazione rispetto ad un evento non dipende da un giudizio oggettivo, ma da una nostra pretesa.

Forse la domanda “come essere felici?” andrebbe riformulata? Ad esempio così: “Cosa ritengo sia indispensabile raggiungere o avere per essere felici?”

Cari lettori, dobbiamo fare luce su un concetto che per noi musicisti è molto caldo. Vale per chiunque, non necessariamente un musicista.

Siamo noi che ci imponiamo un determinato obiettivo, spesso molto ambito e difficile da raggiungere, e se non lo otteniamo ci sentiamo insoddisfatti con noi stessi, ritenendoci dei falliti, degli sfigati agli occhi degli altri.

Spesso ci diamo delle regole da rispettare. Sono per lo più regole che ci imponiamo inconsapevolmente, senza farci caso, su cosa deve accadere o meno nella nostra vita, per aggiudicarci il premio della meritata felicità. 

Ogni persona ha le sue regole, si crea il suo regolamento personale per potersi sentire autorizzato a spuntare di volta in volta le caselle della personale check-list, e tutto ciò è influenzato dal contesto culturale, professionale e familiare.

Se non si raggiungono determinati obiettivi imposti dalla Società Mondiale “Obiettivi S.p.A.” non si può e non si DEVE essere felici.

Quanto è falso tutto questo.. eppure ci ricadiamo tutte le volte senza nemmeno accorgercene.

Questo accade molto spesso tra i musicisti, i quali vivono in ambienti dove la competizione è altissima e tutto ciò deturpa la bellezza autentica del fare musica.

Sin da piccoli, gli studenti di uno strumento musicale percepiscono la pressione della competizione, del dover essere migliori degli altri, perdendo di vista il vero obiettivo: fare musica e divertirsi.

Ognuno di noi si dà delle regole che spesso sono fatte di obiettivi: “Se riesco a…. allora….”, “Se raggiungo quel… finalmente sarò felice”.

C’è molta gente insoddisfatta per non avere raggiunto un determinato posto di lavoro o stato sociale.

Costoro potranno essere felici solo in due modi: o raggiungono il loro obiettivo o cambiano le personali regole di vita. Non avranno altre vie d’uscita, al di fuori della rassegnazione.

Ma adesso vi dico una cosa alla quale forse non avete mai fatto caso.

Se le regole che ci imponiamo sono troppo rigide, ci stiamo condannando ad una vita di fallimenti.

Con questo non intendo dire che non bisogna perseguire i propri sogni, intendo dire che è necessario fare un’attenta analisi degli obiettivi che ci imponiamo.

Conosco moltissimi musicisti, di tutte le età, insoddisfatti perché desidererebbero fare più concerti, desidererebbero avere più spettatori ai loro concerti, desidererebbero essere pagati di più, desidererebbero vincere determinati concorsi internazionali, desidererebbero non sbagliare nemmeno una nota ai concerti ed essere impeccabili come per un’incisione. 

Desidererebbero, desidererebbero, desidererebbero…

È certo che obiettivi di questo tipo conducono ad una vita di stress e frustrazioni se non vengono raggiunti.

È importante comprendere cosa ha valore per noi, cosa ha VERAMENTE valore.

Non credo abbiano successo solo i solisti che si esibiscono in teatri rinomati.

Ritengo invece che anche un bravo docente, capace di stimolare la motivazione e la passione della musica nei suoi allievi, abbia molto successo e possa meritare la coppa della soddisfazione personale e della felicità.

Solo un datore di lavoro affermato o un imprenditore che possiede un’auto molto costosa può essere felice?

E un padre di famiglia che va a lavorare con passione non può essere felice? Pur non avendo un grosso reddito.

I concetti di felicità e di soddisfazione che ognuno di noi si crea nella propria mente influenzano radicalmente la nostra vita e quasi del tutto le nostre scelte professionali.

Spesso, però, ci si impone di raggiungere un determinato status sociale perché condizionati dalla società in cui viviamo, senza pensare che in un ipotetico altro contesto, in un altro posto del mondo, in una differente società i modelli di felicità sono diametralmente opposti.

La Parabola del pescatore

Vorrei proporvi la lettura di quella che è ormai conosciuta come la Parabola del pescatore.

Un uomo d’affari statunitense, su ordine del medico, si concesse una vacanza in un piccolo villaggio costiero messicano.

Incapace di prendere sonno dopo avere ricevuto una telefonata urgente dall’ufficio, si avviò verso il molo per schiarirsi le idee.

Lì era attraccata una minuscola imbarcazione con un solo pescatore, carica di tonni pinna gialla. L’americano si complimentò con il messicano per la pesca.

«Quanto ci ha messo a pescarli?» domandò l’americano. «Pochissimo tempo» rispose il messicano in un inglese sorprendentemente buono.

«Perché non sta fuori di più e prende più pesce?» domandò allora l’americano.

«È sufficiente per sostenere la mia famiglia e regalarne un po’ agli amici» disse il messicano mentre li scaricava in una cesta.

«Ma… Che cosa fa il resto del tempo?»

Il messicano alzò lo sguardo e sorrise.

«Dormo fino a tardi, pesco un po’, gioco con i miei figli, faccio una siesta insieme a mia moglie Julia, e giro per il villaggio ogni sera, dove bevo vino e suono la chitarra con i miei amigos.

Ho una vita piena e impegnata, señor.»

L’americano rise e si allungò in tutta la sua statura.

«Signore, mi sono laureato a Harvard con un Master in Business Administration e posso darle una mano.

Dovrebbe dedicare più tempo alla pesca e in questo modo potrebbe acquistare una barca più grande.

In un attimo, con l’aumento dei profitti, potrebbe comperare numerose barche. Alla fine avrebbe una flotta di pescherecci.».

Proseguì. «Invece di vendere quello che pesca a un intermediario, potrebbe vendere direttamente ai clienti, e alla fine potrebbe aprire un conservificio.

Controllerebbe il prodotto, la lavorazione e la distribuzione.

Naturalmente dovrebbe lasciare questo piccolo villaggio costiero di pescatori e trasferirsi a Città del Messico, poi a Los Angeles e infine a New York, dove potrebbe gestire la sua impresa in espansione con un management appropriato.»

Il pescatore messicano domandò: «Ma, señor, quanto ci vorrà per tutto questo?».

Al che l’americano rispose: «Quindici, vent’anni. Massimo venticinque».
«E poi, señor?»
L’americano rise e disse: «Questa è la parte migliore.

Al momento giusto, lancerebbe una IPO e venderebbe le azioni della sua società al pubblico diventando veramente ricco.

Farebbe i milioni».

«Milioni, señor? E poi?»
«A quel punto potrebbe ritirarsi e trasferirsi in un piccolo villaggio costiero di pescatori, dove potrebbe dormire fino a tardi, pescare un po’, giocare con i suoi figli, fare una siesta insieme a sua moglie e girare per il villaggio la sera, per bere vino e suonare la chitarra insieme ai suoi amigos…»

Gli obiettivi che ci poniamo sono relativi e dipendono dai nostri desideri, che sono soggettivi.

La mente umana è programmata per non accontentarsi mai.

Insegue una ricchezza che non sarà mai sufficiente.

Quando hai zero ti sembra fantastica la prospettiva di avere 100, quando finalmente hai 100 pensi che non sarebbe male avere 1.000, quando hai 1.000 credi che te la potresti spassare se avessi 100.000 e così via all’infinito senza via d’uscita, senza nemmeno accorgertene.

Per gli artisti è la stessa cosa: quando suoni a un saggetto di classe pensi già al concerto di fine anno del conservatorio, quando suoni nell’auditorium della tua città pensi già al teatro provinciale, quando suoni in un teatro di calibro regionale pensi già a quelli nazionali e internazionali.

E così via all’infinito senza mai accontentarsi.

Con questo non voglio scoraggiare voi lettori a perseguire una meritata ricchezza economica, una splendida carriera, un livello artistico sempre più elevato; desidero bensì farvi riflettere sullo stato psicologico ed emotivo che questa ascesa e questo percorso vi comportano.

Qual è il prezzo da pagare? Rincorrere tanta ricchezza ti porta a vivere in un continuo stato di stress, ansia, frenesia, iperattività e non ti fa godere della ricompensa stessa? Sarai troppo impegnato a rincorrere obiettivi sempre più in alto.

Nel frattempo, il tempo passa. Inesorabile.

Allora, come essere felici?

Quali sono i vostri obiettivi da raggiungere?

In che modo puntate ad un risultato da raggiungere, a breve o lungo termine?

La domanda giusta è: cos’è che vi spinge a compiere ogni azione? Cosa vi motiva a perseguire un determinato sogno piuttosto che un altro?

La motivazione: cuore pulsante di ogni azione

Il motore pulsante che spinge ogni uomo a compiere qualsiasi tipo di azione è la motivazione.

In inglese in verbo “to be motivated” ha il significato di “to be moved”, ovvero essere portato o sentirsi emotivamente indotto a compiere un’azione.

Una persona che non sente dentro di sé l’impeto, lo stimolo, l’ispirazione del fare è immotivata.

Da questo punto di vista, non esistono persone pigre.

Esistono semplicemente persone che non hanno motivi sufficientemente validi da spingerli all’azione.

Ecco che sapere perché vuoi ottenere qualcosa è molto più importante di sapere cosa vuoi ottenere.

La motivazione reale ed autentica punta sui desideri profondi del soggetto, non legati a far felice qualcun altro o a riceve un premio materiale.

I desideri profondi entusiasmano e stimolano il soggetto.

Il percorso stesso, atto al raggiungimento dell’obiettivo, è di per se appagante.

I limiti possono spostarsi quando hai davanti a te qualcosa di talmente bello ed entusiasmante da farti dimenticare le difficoltà e gli ostacoli che dovrai affrontare.

Si possono compiere follie pur di raggiungere uno scopo, se è veramente motivato.

Nella scelta dei nostri obiettivi, di un risultato, di un’idea da realizzare dobbiamo sempre fermarci a riflettere sul perché.

Se l’idea di ottenere un risultato ti entusiasma, ti appaga, aumenta la tua autostima, libera la tua creatività, ti mette serenità, concilia la tua crescita personale e ti rende felice, allora… AVANTI TUTTA!

Se, invece, l’obiettivo che ti sei prefissato in realtà è l’obiettivo di qualcun altro oppure la ricompensa nella tua mente è solo la stima degli altri… lascia perdere!

Tutto ciò è il primo passo per avvicinarti alla felicità, la tua felicità. Non quella di qualcun altro per te.

Nicolò De Maria

Bibliografia:
T. Ferris, 4 Ore alla settimana, Cairo Editore, Milano 2017


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Come cambiare pensieri negativi in positivi? Come trasformare una convinzione negativa in una positiva? Le convinzioni negative sono quelle che ti fanno vedere il mondo con gli occhiali della malizia, della timidezza, della paure delle critiche.

In ambito musicale, ma ciò ha valore in tutti gli ambiti lavorativi, i risultati delle performance o delle azioni di un soggetto sono fortemente influenzate dalla struttura di pensieri che lo stesso porta con se.

Le convinzioni mentali, come detto nell’articolo Come superare i propri limiti che ti invito a leggere, sono il frutto di mappe mentali che raramente costituiscono una ricostruzione fedele della realtà e che tendono a farci credere che tutto ciò che ci circonda sia un pericolo, una minaccia, qualcosa di arduo da affrontare con sicurezza in se stessi, autostima e disinvoltura.

Vi starete chiedendo “Ma allora come si sconfiggono queste convinzioni?”.

Lo scrittore e umorista statunitense Mark Twain Diceva:

“Quando ti trovi d’accordo con la maggioranza, è il momento di fermarti a riflettere.”

Prova a fare un lista di una decina di cose di cui sei assolutamente convinto e chiediti se ciò che credi sia corretto. In questo modo, potrai comprendere pian piano quali sono le convinzioni e i pensieri che non sono reali e che quindi ti restituiscono un mappa distorta della realtà. 

Sono quelle convinzioni che ti fanno vedere il mondo con gli occhiali della malizia, della timidezza, della paura delle critiche altrui…

Questi pensieri negativi non ti supportano, non ti stimolano e non ti rendono libero di essere te stesso, creativo ed entusiasta della vita.

E’ necessario fuggire questi pensieri, lasciarseli scivolare di dosso..

Ricorda, la vita è già abbastanza difficile per essere vissuta con alle spalle il peso di una struttura di cattive convinzioni.

Cari lettori e musicisti, mi rivolgo principalmente a voi anche se queste riflessioni valgono per chiunque, vi invito a focalizzare l’attenzione sui vostri processi mentali prima di approcciarvi a qualunque compito impegnativo o ad una performance.

Consapevolizzare i nostri pensieri, farne una radiografia per quanto possibile o un’analisi è indispensabile quanto il duro lavoro quotidiano che ci porta a raggiungere un risultato.

Riflettere su ciò che ci provoca ansia, timidezza e disagio è importante almeno tanto quanto lo è lo studio sul nostro strumento.

Spesso i musicisti tendono a fissare tutta la loro concentrazione prettamente sull’esecuzione strumentale senza ricordarsi che la centrale di comando è la nostra mente, che è preferibile mantenere nel più alto stato di benessere.

Dunque, prima di salire sul palco, prima di iniziare un discorso in pubblico, prima di dover affrontare un compito per il quale avete investito molte risorse ed energie, abituatevi a filtrare i pensieri negativi e a sostituirli con altri positivi.

Ad esempio, un soggetto con bassa autostima tende a prevedere tutto in modo pessimistico e non pensa che, invece, una determinata esperienza possa andare a buon fine.

Quando si innesca il pilota automatico, i cattivi pensieri possono essere svariati:

Sono un fallito, è sotto gli occhi di tutti!”, “Sono sicuro che anche questa volta tremerò come una foglia e perderò aderenza sulla tastiera”, “Non potrò mai passare questa audizione, quel giurato ce l’ha con me!”, “Sono sicuro che mi andrà male, magari potessi essere solido come..”..

Personalmente, partirei dal presupposto che non tutto deve andare sempre alla perfezione secondo i nostri canoni e che un margine di errore potrà sempre esserci. 

Quindi anche se qualcosa non dovesse andare secondo i nostri piani non sarà la fine del mondo!

Consiglio di fare uno sforzo mentale e di provare a contrastare questi pensieri con i seguenti:

“Anche se qualche esibizione non è stata impeccabile, stavolta cercherò di fare del mio meglio”, “Non è detto che anche questa volta tremerò, cercherò di concentrarmi sulla musica ed essere espressivo”, “Quest’audizione è molto importante, sono felice di essere qui. Se suono bene la giuria mi darà una buona valutazione. Nel peggiore dei casi riproverò l’anno prossimo!”, “Stavolta ho studiato molto e con metodo, andrà bene!”

Queste sono alcune delle sostituzioni mentali che vi consiglio di abituarvi a maturare.

Nicolò De Maria


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Come superare i propri limiti? La nostra mente ha il potere di dirci cosa possiamo fare e cosa non saremo mai in grado di fare. E lo fa sulla base di convinzioni, la maggior parte delle quali non sono reali.

Noi siamo ciò che vogliamo! Il limite, reale o immaginario che sia, si sposterà di conseguenza.

Mi rivolgo sia a musicisti in cerca di una maggiore sicurezza sul palcoscenico sia a chiunque senta il desiderio di esprimersi davanti ad un pubblico senza tremare, con disinvoltura e massima sicurezza in se stessi.

Il nostro interlocutore può essere una platea colma di spettatori oppure un gruppo ristretto di colleghi di lavoro riuniti in un meeting aziendale o, ancora, un datore di lavoro, un direttore, una persona che semplicemente ha il potere di metterci in soggezione.

Se senti di dover lavorare sulla tua libertà di esprimerti in queste occasioni, leggi questo articolo fino in fondo.

Il potere delle nostre convinzioni mentali

“La mia teoria è spassarmela un mondo e non lasciare che qualsiasi cosa mi impedisca di fare ciò che voglio”  (Michel Petrucciani)

Dal 2003 non subisce una sola sconfitta. Ha raggiunto il record di 470 vittorie consecutive. È numero uno del ranking mondiale con alle spalle otto medaglie alle Paraolimpiadi, di cui sette d’oro.

Esther Vergeer,
ex tennista olandese,
disabile in carrozzina.

Scala le montagne a mani nude e senza corde. Va fortissimo: in tre ore raggiunge risultati che i compagni raggiungerebbero solo in due giorni.

Alex Honnold,
arrampicatore e alpinista statunitense.

Sin da piccola aveva una tremenda paura di volare, ma non si è arresa. Ha preso il brevetto per pilotare velivoli leggeri.

Jessica Cox,
prima pilota sportiva
senza braccia.

È sordo dalla nascita e può captare qualche frequenza solo grazie ad un impianto cocleare. Ha lottato tutta la vita per perseguire la sua passione e fare musica.

Davide Santacolomba, mio amico e collega,
pianista siciliano dalla grande espressività ed emotività
che tiene regolarmente concerti.

E’ la nostra mente che ha il potere di dirci cosa possiamo fare e cosa invece ci sarà sempre impossibile realizzare. E lo fa sulla base di convinzioni, la maggior parte delle quali non sono reali o sono frutto di immaginazione o di paure che si basano su esperienze negative.

Come dice Marco Montemagno, è come se esistesse nel mondo una fantomatica società di nome “Limiti S.p.A” che decide i limiti degli umani.

Come hanno fatto quei signori ad oltrepassare quei limiti? Voglio dire, quanta motivazione serve per decidere un giorno di cambiare la propria vita in modo così radicale partendo realmente svantaggiati?

Sono dei supereroi? Come hanno fatto anche solo a pensare a imprese così incredibili?

La riposta è: hanno oltrepassato i loro schemi mentali, non hanno dato ascolto ai loro dialoghi interiori che gli dicevano che sarebbe stato impossibile raggiungere un determinato obiettivo.

Noi siamo ciò che vogliamo. Il limite si sposterà di conseguenza.

Se pensiamo al nostro passato, quante volte ci è capito di sorprenderci positivamente di noi stessi? Quante volte ci siamo detti: “Caspita, alla fine dei conti non è andata poi così male! Me la sono cavata!”

Io sono certo che ognuno di noi ha almeno una decina di ricordi positivi, durante i quali ha dimostrato a se stesso di valere di più di quello che credeva.

Le limitazioni che ci imponiamo sono un prodotto della mente, un prodotto che però all’origine non esisteva. Lo creiamo noi, a misura su noi stessi. Non è la realtà.

Gli “eroi” di cui vi ho parlato all’inizio dell’articolo e che non si sono fatti imprigionare dai loro “limiti” fisici ne sono l’esempio vivente.

Le convinzioni che abbiamo sulla vita, sulla nostra storia, su ciò che ci succede, sulle persone intorno a noi e, soprattutto, su ciò che riteniamo di poter o non poter fare influenzano totalmente la nostra esistenza.

A causa delle nostre convinzioni compiamo tutti i giorni scelte radicali, alcune delle quali cambieranno il corso della nostra carriera e della nostra vita per sempre. 

Tutto ciò avviene esclusivamente sulla base di quella che è la nostra soggettiva e personale mappa mentale.

Cos’è la mappa mentale? È il modo in cui ognuno di noi codifica l’esperienza intorno a sé, sulla base di come quest’ultima viene vissuta.

Creiamo una sintesi personale di ciò che i nostri sensi captano e di ciò che sperimentiamo quotidianamente. Ma non solo, ne associamo un’analisi, un giudizio e creiamo così un nostro schema mentale.

Ad esempio, nel caso dei musicisti (ma l’esempio calzerebbe anche nel caso si trattasse di un intervento ad un conferenza aziendale), più persone vanno ad ascoltare lo stesso concerto. Uscite dalla sala, iniziano tra loro a commentarlo, ma ognuna di loro ha captato peculiarità differenti associando allo spettacolo un’analisi personale.

Alcuni commenteranno la performance in modo positivo focalizzandosi su elementi che l’esecutore ha saputo curare maggiormente, altri si focalizzeranno su elementi relativamente più deboli che quindi indurranno commenti negativi.

La visione dello stesso identico evento può variare in modo molto soggettivo. Tuttavia il modo in cui noi analizziamo una determinata esperienza cambierà radicalmente le nostre scelte future, i nostri atteggiamenti e, in ambito musicale, il nostro modo di studiare e approcciarci alle esecuzioni.

Le tue convinzioni ti daranno sempre ragione

Le convinzioni, reali o distorte che siano, hanno il potere di farci credere che abbiamo sempre ragione. Sia che tu creda di farcela a oltrepassare un limite, sia che tu creda di non farcela, avrai sempre ragione.

Il punto è: ce la farai se credi realmente di farcela!

Ad esempio, sei convinto che per diventare un bravo musicista avresti dovuto iniziare a suonare quando avevi cinque anni. Ormai è troppo tardi per te, perciò sarai di sicuro un fallito. Sei convinto di questo e nessuno potrà farti cambiare idea! Niente di più errato e controproducente.

Le nostre convinzioni mentali, in parte o del tutto, possono essere reali ma non è sempre detto che lo siano. In alcuni casi queste possono supportarci e spronarci a fare qualcosa di buono, in altri purtroppo tendono a limitare la nostra creatività e la possibilità di godersi appieno la vita.

Quando pensiamo di essere incapaci a fare qualcosa è molto probabile che non investiamo nessuna energia nemmeno per fare un tentativo, a causa della paura di fallire. Oppure, se dovessimo decidere di fare uno sforzo, al primo ostacolo, ci ricordiamo delle nostre debolezze e ci ripetiamo: “Ecco, lo sapevo! Che stupido che sono stato anche solo a tentare!”.

Se siamo mentalmente programmati in modo tale da credere che durante una determinata esecuzione live avremo un vuoto di memoria, poiché in altre occasioni passate è accaduto, sprecheremo più energie a pensare alla nostra paura che alla musica. L’eco di questo approccio si manifesta per mezzo di un ulteriore fallimento.

Se siamo mentalmente programmati in modo tale da credere che durante uno speech pubblico perderemo il filo del discorso, ci faremo distrarre dai commenti che trapelano dal pubblico e non sapremo più riprendere il discorso, poiché in altre occasioni è accaduto e, anche in questo caso, sprecheremo più energie a pensare alla nostra paura che al discorso in sé.

Purtroppo esistono casi molto gravi nei quali sono proprio le persone di riferimento, quelle più importanti (un genitore, un maestro, un educatore, un datore di lavoro) ad inculcare nei più deboli sentimenti di insicurezza e di bassa autostima.

Se vi sentite ripetere: “Non vali nulla! Suonerai sempre male! Non avrai mai una tecnica abbastanza solida! Non sei musicale!” oppure “Non sei abbastanza sicuro di stesso! Quando ti deciderai a darti una svegliata!?”

Beh.. allora il mio consiglio è mandateli a c****e, cambiate maestro, voltate pagina.

Avete bisogno di persone diverse, che credono in voi e che vi supportino e vi stimolino a fare meglio senza denigrarvi.

Altrimenti, a meno che tu non abbia una sicurezza e un’autostima di ferro, crederai sempre di non valere una pezza. Questo influenzerà radicalmente la tua crescita umana e musicale.

È ancora più grave, se al di fuori della sfera musicale, nella vita quotidiana, sono genitori o familiari a ricordare a un bambino o ad un adolescente che è un incapace.

Dire a un figlio “Sei un incapace, sei un fallito, non farai mai nulla di buono” lo condannerà per sempre a lottare contro questa etichetta, perché qualunque sforzo faccia crederà di essere solo un fallito.

Al contrario, dirgli invece “Coraggio, crediamo in te!”, “Hai sempre suonato bene, hai sempre fatto del tuo meglio!”, “Vedrai che andrà bene anche questa volta e, se anche qualcosa dovesse andare storto, sarà un’occasione per migliorarti ancora di più!” rinforzerà la sua autostima e la sua sicurezza.

Nicolò De Maria


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Il pianista e la paura del pubblico

Come prepararsi alla performance e prevenire i vuoti di memoria

Il libro Il pianista e la paura del pubblicoè una raccolta e un approfondimento degli articoli più letti dagli utenti. Se vuoi approfondire questo articolo e gli argomenti principali di questo sito, quali l’ansia da palcoscenico, la paura di suonare in pubblico, le tecniche di memorizzazione musicale, la sicurezza in se stessi e la solidità tecnica clicca qui sotto.

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In questo articolo cercherò di rispondere ad una domanda che in molti mi hanno posto: come sconfiggere l’ansia di suonare in pubblico? come affrontare serenamente un’esecuzione pubblica suonando a memoria?

Cercherò in queste righe di condividere con voi alcuni consigli concreti, i quali una volta applicati porteranno certamente ad un miglioramento delle condizioni psicologiche con le quali ci approcciamo al palcoscenico.

Sono moltissimi i musicisti che lottano contro l’ansia di suonare in pubblico.

E’ sorprendente riconoscere quanti musicisti e, nello specifico, pianisti combattono contro l’ansia di suonare in pubblico e di incappare in un vuoto di memoria. E’ un timore con cui tutti siamo chiamati a convivere.

In effetti, spesso crediamo che siamo gli unici a temere il pubblico. Non è affatto così, anzi! E’ del tutto normale. A tutti i livelli, sono moltissimi i pianisti che soffrono la pressione dell’esecuzione pubblica, dai piccoli saggi di classe ai concerti nelle grandi sale.

Ho avuto modo di trovarmi vicino a pianisti di altissimo calibro che tremavano prima di salire su palchi di teatri anche da 1000 spettatori. Alcuni di loro avrebbero anche voluto rinunciare ad esibirsi se avessero potuto.

Allora come controllare l’ansia da palcoscenico?

Dobbiamo giocare di anticipo. Prepararci al momento dell’esibizione!

Per mezzo di questo guida farò in modo che il momento dell’esecuzione live non diventi un incubo. Ci prepareremo affinchè il controllo e la resistenza acquisite durante la fase di studio abbiano il sopravvento sul timore di incappare in un errore inaspettato.
Abbiamo detto che sono moltissimi i musicisti che temono una performance pubblica, tuttavia, cos’è che fa la differenza tra un pianista solido ed uno che trema sul palco? Cos’è che fa la differenza tra un musicista che non sbaglia nemmeno una nota ed uno che invece non è capace di controllare il rilassamento del corpo e la tendenza a correre?

A mio avviso e sulla base della mia esperienza, ciò che conta di più non è eliminare l’ansia, ma è imparare a conviverci controllandola.

Non si tratta di psicologia: ne ho sentito parlare mille volte. Sono tanti i maestri, amici o colleghi che cercheranno di tranquillizzarvi dicendovi: “ma stai tranquillo!”, “cosa vuoi che succeda?”, “studia di più!”,  “chi se ne frega del pubblico”, “stai calmo, andrà bene” o chissà cos’altro.

Io ritengo che la soluzione a questo disagio non sia eliminarlo, ma controllarlo e gestirlo.

E’ molto importante imparare a conviverci e prepararsi a ciò in anticipo.

Per fare ciò è necessario avere una sicurezza e una padronanza del repertorio superiori alla paura di sbagliare. Più siamo sensibili emotivamente e più dobbiamo mirare ad essere preparati al 150%.

Ciò non vuol dire semplicemente studiare di più, ho visto colleghi studiare giornate intere senza nemmeno pranzare a causa di un esame di conservatorio. Questo non è detto che porti i frutti desiderati.

E’ necessario studiare la performance!

Vi sembra di aver scoperto l’acqua calda? Assolutamente no! Sono pochissimi coloro che studiano la performance.

La maggior parte degli studenti di conservatorio si preparano meticolosamente sui dettagli del repertorio (ad esempio sforzati, accenti, minuzie dinamiche, diversità di tocco, eccetera) quando poi in pubblico  -a causa dell’ansia- vengono tralasciati aspetti più strutturali come l’esattezza ritmica, il solfeggio e le note! E’ un vero peccato!

Questo avviene poiché non ci si prepara all’esecuzione, non si studia la performance!

Vi consiglio di leggere un approfondimento a questo argomento leggendo l’articolo “Ansia da Palcoscenico? La sicurezza come base della libertà

Come studiare la performance al fine di acquisire un controllo ed una sicurezza superiori all’ansia di suonare in pubblico?

Ecco alcuni consigli pratici che spero saranno di immediata applicazione:

  1. La lettura di un nuovo brano

La lettura di un nuovo brano è una delle fasi più importanti ai fini del raggiungimento di un alto livello di controllo. Spesso si pensa che ci si debba preoccupare della memoria musicale e della sicurezza sul palcoscenico quando il brano è già pronto o quando si avvicinano gli appuntamenti artistici.

Tutt’altro! Una buona lettura permette che non vengano a crearsi difetti e imprecisioni che rischiamo di portarci dietro durante tutto il periodo di studio.

Gli errori di lettura -e non parlo solo di note, bensì di dettagli fraseologici e musicali- sono, inoltre, difficilissimi da correggere una volta assimilati.

 


Soprattutto quando abbiamo a disposizione poco tempo per montare un nuovo repertorio, la lettura deve avvenire con la massima attenzione.

Se abbiamo poco tempo, l’unica chance è affrontare con la massima calma la lettura del nuovo brano. La fretta ci fa perdere tempo! 

Per iniziare, richiamerei l’attenzione sulla diteggiatura, dettaglio che a volte viene snobbato o addirittura improvvisato. Niente di più rischioso, provare per credere!

La diteggiatura, come sapete, necessita di essere valutata, provata, riprovata, vagliata e scritta sulla parte.

La diteggiatura necessità di essere scritta! Sempre e nella sua interezza! Anche quando i passaggi sono molto semplici.

Ho avuto l’occasione di avere tra le mani per pochi minuti uno dei volumi degli studi di Chopin appartenuti a Michelangeli. Rimasi sorprendentemente meravigliato quando notai che su ogni nota era scritto il relativo dito. Intendo proprio su tutte le note, anche sui bassi. Erano segnati, ad esempio, tutti i 1° e 5° dito degli arpeggi del primo studio op. 10! Incredibile!

Quanto più, allora, a noi comuni mortali gioverebbe una diteggiatura scritta nella sua interezza? Moltissimo! Quindi che la lettura avvenga lentamente.

Più lentamente avviene e più risparmiate tempo, poichè avrete l’occasione di focalizzare la vostra attenzione su moltissimi dettagli, assimilandoli sin dall’inizio e senza doverci tornare in seguito.

È utilissimo, a mio parere, sin da subito, essere molto severi con se stessi ed essere il più chiari e precisi possibile. È sufficiente tentare di non tralasciare nulla cercando in tutti i modi di eseguire la nuova sezione musicale rispettando rigorosamente la diteggiatura scritta e alla massima perfezione tecnica, ritmica, fraseologica e musicale, anche se ad un tempo lentissimo.

Se si riesce ad ottenere questo, si è già a buon punto, poichè (semplificando e per alcuni aspetti – non fraintendetemi) basterà accelerare gradualmente.

Non giustificatevi se sbagliate note! Anzi, correggetele subito e fate in modo di non compiere lo stesso errore in avanti.

Quando studiate nel salotto di casa vostra suonate come se foste su un palco col pubblico presente, caricandovi ogni giorno di un pizzico di stress che percepirete quando vi esibirete realmente.

Cullarsi non serve, è utile solamente a perdere tempo. Provate ad essere severi con voi stessi e attenti sin da subito e sarete a metà del lavoro in pochissimo tempo.

 

  1. Sentirsi comodi anche nei passaggi tecnici difficili

 Uno dei principali fattori che causano l’ansia da palcoscenico e la paura di suonare in pubblico riguarda i passaggi tecnici difficili.

Infatti, come ben potete immaginare, quando dobbiamo eseguire un repertorio relativamente semplice (ad esempio accompagnare un cantante, o suonare a quattro mani, oppure suonare tempi di sonata lenti) il nostro stress è decisamente ridotto rispetto a quando ci troviamo di fronte ad un repertorio tecnico di ardua esecuzione.

Ciò vuol dire che focalizzare il nostro studio sui punti più complessi potrebbe aiutarci a ridurre la nostra insicurezza.

 

Il nostro studio, per questo motivo, non deve essere misurato sulla base delle “ore giornaliere”. Non serve studiare molte ore se non si ha un obiettivo preciso, se non ci si prefissa di voler correggere uno o più difetti specifici.

A questo proposito vi consiglio di leggere l’articolo “Tre ore di studio al giorno sono sufficienti? L’opinione di Chopin, Liszt, Hummel e Neuhaus“.

Dobbiamo sentirci soddisfatti quando ci siamo prefissati un obiettivo e lo abbiamo concretamente raggiunto. Avevamo un difetto e lo abbiamo corretto. Sporcavamo spesso un passaggio e abbiamo trovato il modo di eseguirlo pulito dieci volte su dieci.

Trovare i punti di ardua esecuzione non è semplice. Spesso crediamo che un’intera sezione sia “difficile”, quando in realtà ciò che risulta scomodo alla nostra mano sono solo poche note.

Ho fatto alcuni esempio su questo argomento nell’articolo “Come studiare al pianoforte i passaggi difficili? Casella, Chang, Gardi”.

I didatti sopra citati convengono nel ritenere che in un intero passaggio complicato, le note complesse da eseguire sono poche, a volte solo due o tre.

Bastano poche note a rendere difficile un’intera frase.

Ma allora perché non focalizzare tutta la nostra attenzione su quelle note specifiche?

Perché non trovare il modo o la diteggiatura ideale per rendere comoda l’esecuzione di quelle note?

Questa deve essere la strada! Osservate molto lentamente cosa obbliga la vostra mano a posizioni scomode e cercate di studiare il passaggio nel modo che vi sembra più congeniale.

Poi ripetete, ripetete e ripetete per renderlo naturale e legatelo al contesto reinserendolo alla frase di appartenenza.

E’ spiegato tutto nel dettaglio all’interno dell’articolo sopra citato.

Un altro metodo per studiare i passaggi difficili è la “caduta”

Cos’è la caduta? Forse alcuni di voi ne hanno sentito parlare, altri no!

Per “caduta” si intende lasciare liberamente cadere il nostro braccio sulla tastiera esclusivamente per mezzo della forza di gravità.

Suonare molto lentamente le note che costituiscono un passaggio difficile per mezzo della “caduta” permette al pianista di rilassare l’intero braccio e rinforzare le dita su quello specifico passaggio, studiandolo così in tempi molto ridotti.

La libera caduta esige che il nostro braccio sia del tutto rilassato e per questo motivo un tale esercizio acquisisce un’importanza fondamentale.

Le cadute possono avvenire con tutto il braccio, con l’avambraccio o con la sola mano sfruttando rispettivamente le articolazioni della spalla, del gomito e del polso.

Ma di questo parlo in modo più approfondito nell’articolo “Come studiare i passaggi difficili con le cadute?”.

Il peso della leva utilizzata (braccio, avambraccio o mano), cadendo, viene liberamente scaricato sul dito che è a sua volta obbligato a resistere imprimendo una forza di verso contrario al fine di non lasciarsi schiacciare. Ulteriore vantaggio della tecnica appena citata riguarda i muscoli delle singole dita, costretti a svilupparsi ed essere sempre più forti.

La “caduta”, quindi, ha una doppia funzione la quale conferisce ottimi risultati in breve tempo: rinforzare le dita e rilassare i muscoli del braccio, dell’avambraccio e della mano.

 

  1. Rimanere sempre rilassati

Un’altra causa dell’ansia da palcoscenico e della paura di esibirsi in pubblico è l’irrigidimento muscolare.

Sicuramente vi sarà capitato di sentirvi dire dal vostro maestro: “Sei rigido! Rilassa i muscoli! Abbassa le spalle!”

Ogni volta che ci troviamo davanti ad un compito che noi percepiamo essere oltre le nostre capacità, percepiamo un disagio che somatizziamo all’istante irrigidendo i nostri muscoli.

Niente di più fatale durante un’esecuzione dal vivo.

Infatti, sollevando le nostre spalle non permetteremo al braccio di essere rilassato; allorchè anche l’avambraccio sarà teso; allo stesso modo i tendini della mano e della dita che passano attraverso il polso saranno schiacciati e tesi con il finale risultato della totale perdita dell’agilità delle dita.

Chiedo venia per aver presentato uno scenario così brutale. Purtroppo è ciò che avviene! L’ho sperimentato sulla mia pelle.

Quando si è rigidi si è concretamente impossibilitati ad eseguire passaggi tecnici di agilità. Ci si può salvare se si esegue un tempo adagio o andante, ma non un vivace o un passaggio virtuosistico.

Le soluzioni a questo problema sono molte. Ho approfondito questo argomento nell’articolo “Rilassamento muscolare? Tre consigli pratici del didatta russo Neuhaus”.

Il rilassamento si acquisisce per mezzo di diverse tecniche.

Innanzitutto il pianista deve ricercare continuamente il rilassamento muscolare, cioè deve tenere a mente che è un aspetto importante tanto quanto la correzione ritmica o la pulizia del suono. Come si fa attenzione ad eseguire il repertorio nella maniera più magistrale possibile, allo stesso modo bisognerebbe fare attenzione al rilassamento del nostro corpo.

Il rilassamento è una sensazione fisica che si ottiene e si percepisce negli anni; più la si cerca e più la si percepisce. E’ una sensazione piacevole che conferisce comodità all’esecuzione e quiete alla mente.

Posso accennare ad una tecnica di rilassamento che si rifà al movimento delle braccia sulla base del fraseggio richiesto dal brano.

 


Gli arti superiori (a volte tutto il corpo) dovrebbero muoversi a ritmo, assecondare il fraseggio, danzare con la musica. E’ un concetto molto complesso da illustrare in poche righe: ne ho parlato più approfonditamente nell’articolo sul rilassamento muscolare citato di sopra.

La “caduta” è anche un metodo utile al rilassamento poichè costringe il braccio a cadere liberamente, esclusivamente per mezzo della forza di gravità. Non si possono effettuare le cadute essendo rigidi!

Come accennato poco fa, ci irrigidiamo quando siamo consapevoli che un compito è superiore alle nostre capacità. Ciò vuol dire che, ahimè, non siamo ancora del tutto pronti, che il repertorio non è abbastanza maturo e che, forse, dobbiamo ancora studiare alcuni passaggi tecnici che ci risultano scomodi, causando un principio di irrigidimento muscolare.

 

  1. La memorizzazione di un brano

Come sapete la memorizzazione di un brano è una fase che spaventa tutti i musicisti, non per il processo in sé bensì per il timore che quest’ultima venga meno durante un’esecuzione dal vivo.

Tutto ciò è normale! Ho visto coi miei occhi grandi musicisti essere vittime di vuoti di memoria pochi minuti prima di un concerto ed essere costretti a riprendere la parte e ripassare alcune note. Vi è mai capitato? A me si! In poche circostanze mi è successo di non ricordare esattamente tutte le note delle prime righe di un brano. Credo sia l’ansia di incappare in un vuoto di memoria a causare quest’insicurezza.

Cerchiamo allora di capire e valutare in che modo possiamo ridurre al minimo questa spiacevole sensazione preparandoci al 150%.

Vediamo come.

Esporrò prima le tecniche di memorizzazione più comuni ed esposte largamente nei trattati pianistici e, di seguito, ulteriori metodi che si rivelano tuttora utili nella mie esecuzioni pubbliche.

  • Memoria uditiva

La memoria uditiva permette al musicista di immaginare le note prima di suonarle.

Permette all’artista di pensare le melodie nella mente, di ascoltarle dentro di sé ancor prima che queste vengano eseguite.

La memoria uditiva è quella che rende possibile a qualunque non-musicista di canticchiare un motivetto già sentito in passato o la melodia di un brano passato in radio.

E’ basata sulla capacità di ascoltare ed è sviluppata soprattutto da chi possiede una grande sensibilità alla musica ed è stato abituato sin da piccolo a cercare la volontà del compositore.

Non sono pochi i casi di musicisti con buone doti improvvisative capaci, senza troppi sforzi e in poco tempo, di eseguire un brano melodico e poco virtuosistico grazie ed esclusivamente alla memoria uditiva.

 Attenzione: se adoperata da sola può tradire!

 

  • Memoria visiva

Per mezzo della memoria visiva possiamo richiamare alla mente la pagina scritta dello spartito, così come altri aspetti dell’esecuzione.

La memoria visiva effettua migliaia di fotografie della partitura le quali ci permettono di ricordare la distribuzione e la posizione dei pentagrammi, delle note, e dei nostri appunti sul rigo musicale.

Infatti quando studiamo un nuovo brano, in realtà non facciamo altro che memorizzare le note che compongono un passaggio. Come potete immaginare, non avremmo il tempo di leggere tutte le note durante un’esecuzione; ci limitiamo a dare una rapida “sbirciata” alla parte e ne seguiamo l’andamento senza essere costretti a focalizzare la nostra attenzione su tutti gli elementi della notazione musicale.

Grazie alla memoria visiva il musicista segue l’andamento del brano tralasciando tutto ciò che ha già memorizzato e soffermandosi sugli elementi di maggiore importanza o su quelli che ancora non ricorda.

Ecco perché, dopo alcune settimane di studio dello stesso brano, appuntiamo nuovi promemoria sulla parte con un colore rosso o blu che risalti rispetto al resto.

La memoria visiva, infine, ci suggerisce attimo dopo attimo la posizione esatta della nostra mani sulla tastiera.

Attenzione: è rischioso adoperare la memoria visiva da sola; consiglio vivamente che venga supportata dalle altre tipologia di memorizzazione.

 

  • Memoria cinestetica

La memoria cinestetica (o digitale) ci permette di suonare in modo automatico i passaggi complessi.

Essa si basa sulla ripetizione degli stessi movimenti: abbiamo imparato a scendere le scale poiché lo abbiamo fatto migliaia di volte quando eravamo piccolini, abbiamo imparato ad andare in bicicletta provando e riprovando finchè il nostro corpo non ha memorizzato la successione esatta dei movimenti.

Una volta trovato il movimento della mano corretto, la ripetizione garantisce che il gesto appena citato diventi automatico senza ulteriori sforzi.

I muscoli hanno memorizzato per noi il movimento corretto, hanno memorizzato il gesto esatto che permettono al pianista di eseguire un passaggio tecnico correttamente.

Come dicevo pocanzi, la memoria cinestetica si basa sulla ripetizione e quindi richiede molto studio nel modo corretto.

Attenzione: se ripetiamo diverse volte un passaggio nel modo scorretto perfezioneremo l’errore.

Senza la memoria cinestetica, ogni giorno non potremmo ricordare come si esegue un brano e, paradossalmente, in mancanza di essa non potremmo fare progressi tecnici nello studio del nostro strumento.

Questa è spesso la memoria più usata dai musicisti in modo inconsapevole. Più si studia e si prova un brano e più essa si sviluppa.

 

  • Memoria analitica

E’ quella che Matthay, Gieseking e Leimer chiamano memoria intelligente. La memoria analitica si fonda sulla profonda conoscenza della partitura e della struttura musicale in ogni suo dettaglio.

In molti considerano la memoria uditiva, visiva e digitale come secondarie rispetto alla memoria analitica.

Attraverso l’applicazione di conoscenze teoriche di livello avanzato i musicisti possono risalire alle tecniche compositive del brano, alle successioni armoniche che lo compongono e al senso dei dettagli fraseologici e musicali.

Tutto ciò conferisce allo studente una conoscenza approfondita del repertorio che in molti casi si traduce in un vero e proprio processo di memorizzazione logico e stabile.

Attenzione: la memoria analitica non basta da sola, bensì si aggiunge a tutte le altre tipologie di memorizzazione esposte in questo paragrafo.

Per saperne di più sulle principali tecniche di memorizzazione leggete l’articolo “Tipi di memoria musicale e tecniche di memorizzazione”.

 

  • Memorizzare compitando

“[…] L’alternativa allo studio preventivo a memoria, e molto, moltissimo più praticata, è l’esecuzione che definirei “compitata“, lentissima e nota per nota“

Ecco come Rattalino definisce la memorizzazione ”compitando”. Si tratta di suonare il brano da capo a fondo molto lentamente, curando tutti i dettagli e senza farsi scappare nemmeno un errore.

Questa tecnica dovrebbe avvenire per mezzo dell’azione delle sole dita, quindi rilassando il più possibile il braccio e la mano. Prendete i suoni con l’ultima parte delle dita, con i polpastrelli e portate fino in fondo tutti i tasti.

Tutto ciò vi regalerà una piacevole sensazione di sicurezza e massimo controllo.

Osservate le vostre dita e “ascoltate” i tasti sotto di esse.

Per esecuzione “compitata” si intende, quindi, esecuzione lentissima, sillabata nota per nota, declamando ogni suono e assicurandosi di possedere il massimo controllo del brano.

Consiglio vivamente di provare diverse volte questa modalità di esecuzione pochi giorni prima di un’esecuzione e, come riscaldamento, prima di esibirvi.

Per saperne di più sulla memorizzazione “compitata” leggete l’articolo “Sapevi che puoi memorizzare compitando? La memoria in musica“.

 

  • Memorizza dei check-point

Un altro esercizio mnemonico è quello di stabilire e memorizzare dei check-point all’interno del pezzo.

Tutti siamo in grado di iniziare l’esecuzione di un brano dal suo inizio, da una nuova sezione, da un secondo tema. Ma quanti di noi riescono a riprendere un’esecuzione da un qualsiasi punto del brano?

Sarebbe molto utile essere in grado di riprendere il brano ogni due o quattro battute stabilendo dei “check-point”: qualunque cosa succeda sappiamo di poter riprendere da uno di questi punti prefissati.

Infatti, spesso nei momenti di vuoto totale sul palco (spero non vi capiti mai, ma può succedere), potrebbe non esserci il tempo di risalire allo studio d’analisi effettuato al fine di memorizzare il pezzo, e quindi riprendere l’esecuzione. Tutto si compie in millesimi di secondi!

Un consiglio è quello di avere dei check-point all’interno del brano, punti dai quali potete sempre riprendere a suonare. Più check-point fissate, più sono vicini tra loro, e più è probabile che il pubblico non si accorga del vuoto di memoria.

Troverete alcuni approfondimenti sulle tecniche di memorizzazione suddette e su altre ancora nell’articolo “Ansia da vuoto di memoria? 5 Consigli pratici su come affrontarla“.

 

  1. La ripetizione

In questo paragrafo vi parlerò di una tecnica di cui usufruiscono già molti musicisti, in maniera più o meno consapevole.

Come dicevo all’inizio di questo articolo una delle cause principali dell’ansia da palcoscenico e del timore di suonare in pubblico consiste nel fatto che spesso viene tralasciato lo studio della performance.

In altre parole, si investe il 99% del tempo nella lettura, nel montaggio e nel perfezionamento del repertorio e il restante 1% alla performance. Non fraintendetemi! Intendo dire che spesso si studia il brano nel dettaglio per ore e, se alla fine di una seduta di studio restano ancora tempo ed energie in corpo, si lavora la performance.

Peccato che, se l’esecuzione non è stata preparata e studiata in anticipo, a causa del timore di sbagliare, durante una pubblica esibizione, possono venir meno molti dettagli musicali per i quali si era investita la maggior parte del nostro studio.

 

Allora cosa fare?

Studiare la performance vuol dire testare, simulare l’esibizione in pubblico.

In molti organizzano simulazioni d’esame o di concerto prima di un appuntamento artistico, tuttavia questi potrebbero non bastare poiché rimarrebbero dei casi unici ed isolati.

Mi è stato insegnato che le simulazioni hanno senso se ne effettuiamo in gran numero.

Se il repertorio è stato studiato a fondo e l’esecuzione pubblica si sta avvicinando, potrebbe essere conveniente riadattare leggermente il metodo di studio focalizzando maggiormente l’attenzione sulla nostra performance, risultato finale dei nostri studi.

Possiamo aver studiato un brano per mesi, ma se non ci curiamo di come quest’ultimo verrà eseguito potrebbe succedere che l’ansia e il timore di sbagliare ci rubino l’occasione di dare il meglio di noi stessi!

Sarebbe un peccato!

Prima di un concerto, allora, eseguite il vostro repertorio decine di volte!

Lo dico seriamente! Rimasi attonito quando mi venne insegnato questo. Se dobbiamo eseguire un brano di breve durata, potremmo simulare la performance anche 40/50 volte al giorno. Se dobbiamo invece preparare un recital di un’ora, allora possiamo accontentarci di suonarlo da capo a fondo senza interruzione tre o quattro volte.

Nel tempo rimasto risolveremo i difetti riscontrati. Infine, potremo serenamente andare a dormire e, una volta risvegliati, riprendere le esecuzioni!

In pratica più esecuzioni effettuiamo e più ci sentiremo sicuri di fronte al pubblico.

Allora, a partire dai 15/20 giorni circa prima di un concerto, provate ad effettuare 10-20-30 (dipende dalla durata) esecuzioni del repertorio al giorno.

Ma perchè ripetere? Che senso ha tutto questo? Non ha senso ripetere inconsapevolmente come macchine!

Invece, mi è stato insegnato il contrario e ne ho sperimentato l’efficacia sulla mia pelle.

Io, personalmente, vi parlo di questo perché sono sempre stato fortemente soggetto all’ansia di suonare in pubblico. Ero capace di distruggere il lavoro effettuato per mesi a causa della paura di commettere qualche errore pubblicamente.

Su di me (che ero un caso irrecuperabile) ha funzionato ed ha avuto sin da subito risultati incredibili e inaspettati! Grazie a questa tecnica, sono riuscito a suonare anche davanti a mille spettatori e mantenere il controllo di ogni nota. Incredibile per il sottoscritto!

L’ansia non andrà via! Vi accompagnerà sempre. In alcuni, suonando spesso in pubblico, pian piano si  affievolirà,  ma sarà ugualmente presente.

Quindi ciò che farà la differenza, sarà la capacità di sovrastarla per mezzo di una sicurezza e solidità maggiori.

Le ripetizioni sviluppano moltissimo la memoria cinestetica, quella digitale, meccanica.

Infatti, riflettete un attimo! In caso di panico davanti al pubblico, cos’è che ci abbandona per primo? La mente!

E se noi basiamo tutti i nostri studi mnemonici e tecnici sull’analisi del brano e sulla ricerca del suono perfetto come potremmo proseguire?

Dovremo attendere di riottenere lucidità mentale, analizzare la circostanza e riprendere a suonare. Risultato? Saranno trascorsi già troppi secondi e il pubblico se ne sarà già accorto con conseguente frustrazione del pianista.

Al contrario, ripetendo e sviluppando ai massimi livelli la memoria cinestetica (ovviamente questa tecnica non vale da sola, ma si aggiunge alle altre) le nostre dita andranno avanti da sole anche in caso di panico.

La memoria muscolare sarà la nostra salvezza. Sarà come scendere le scale mentre pensi al pranzo del giorno dopo: i muscoli delle gambe sanno come tendersi e distendersi automaticamente anche se stai pensando ad altro, perchè hanno effettuato quel movimento migliaia di volte. Magari potessimo eseguire il nostro repertorio migliaia di volte!

Attenzione però! Tutto ciò non deve avvenire inconsapevolmente con la testa altrove. La mente è sempre la centrale di comando di tutto, non possiamo delegare il nostro successo ai muscoli.

Quindi rimanete sempre concentrati ad ogni esecuzione che effettuate nella vostra stanzetta o aula di conservatorio come se foste davanti al pubblico, come se quell’esibizione fosse l’unica vostra chance.

La prima esecuzione deve essere perfetta! La seconda meglio della prima, la terza meglio della seconda, e così via! L’ultima dovrebbe essere la migliore di tutte.

Non delegate tutto alla ripetizione, ma eseguite sempre con la massima concentrazione e musicalità cercando di migliorare i difetti dell’esecuzione precedente.

Non fermatevi mai! Non fatevi distrarre, spegnete il telefono. Chiudetevi a chiave dentro alla vostra aula.

Tra un’esecuzione e la successiva, appuntate su un foglio i punti nei quali avete commesso un errore. Poi riprendete subito l’esecuzione successiva. Alla fine avrete davanti agli occhi i passaggi che meritano di essere ancora studiati, i punti in cui la memoria vi inganna più frequentemente.

Non credete che se sarete stanchissimi non ha più senso continuare ad eseguire, poiché le condizioni in cui ci si trova quando ci si esibisce in pubblico non sono mai ottimali. Anzi, spesso si è viaggiato per molte ore, non ci si è potuti riscaldare o si è già stanchi dalla giornata trascorsa.

Consiglio di eseguire il repertorio sempre un pelino più lento, in modo da controllare che tutto sia corretto. Ogni due/tre esecuzioni soffermatevi sui passaggi che regolarmente risultano sporchi. Poi riprendete.

Potete chiedere ai vostri colleghi, amici o familiari di ascoltarvi.

Se volete approfondire questo argomento leggete l’articolo La ripetizione è madre dello studio! Vero o falso? L’opinione di Neuhaus”.

 

  1. Ascoltate il vostro corpo quando eseguite

Non dimenticatevi di ascoltare il vostro corpo quando eseguite. Mi riferisco principalmente ai muscoli.

Come detto prima l’irrigidimento muscolare è il primo nemico del musicista. Se irrigidiamo, ad esempio, le spalle, anche le braccia, le mani e le dita risulteranno essere rigidi con una conseguente perdita dell’agilità.

 

In genere ci si irrigidisce in prossimità dei passaggi più difficili.

Allora, durante le esecuzioni ascoltate i vostri muscoli. Chiedetevi sempre dove tendono ad irrigidirsi e trovate dei punti dove rilassare braccio e polso.

Può risultare molto utile rilassare il braccio subito prima dei passaggi difficili, durante e dopo. Insomma siate rilassati, altrimenti è difficile arrivare fino in fondo. E’ necessario ricordarsi costantemente di questo aspetto. Non è secondario, anzi, ha il potere di compromettere l’intera esibizione.

Come in una maratona, non si può dare il 100% sin dalle prime battute. Risparmiate le vostre energie, mantenetevi sempre calmi e un po’ al di sotto del massimo. Respirate e pensate un tempo più lento.

  1. Durante la performance siate artisti

Durante l’esibizione non pensate ad altro che all’esecuzione stessa. Non fatevi distrarre da nulla, principalmente dalla paura di sbagliare. Non rilassatevi troppo, mantenendo sempre un pò di tensione anche dove vi sentite più sicuri.

Se pensate di sbagliare sbaglierete.

Avete studiato, avete fatto il vostro dovere.

Adesso è il momento di fare musica e di godere di ogni suono, meravigliandovi come un neonato di fronte a un campanellino. Lo dico seriamente e senza vergogna, lasciatevi sorprendere, ascoltatevi come se fosse la prima volta che ascoltate il brano che state eseguendo.

Pensate solo alla musica e trasmettete al pubblico il 100% di ciò che vi emoziona dentro di voi.

Parlo più approfonditamente di questo nell’articolo “Come emozionare il pubblico quando suoni?“; leggetelo se vi va!

Parlate con chi vi sta ascoltando. Dialogate con loro e donatevi totalmente affinchè non si annoino e non si pentano di essere venuti ad ascoltarvi.

L’obiettivo dell’artista, dopo tutto, non è (come in questi tempi si insegna nei conservatori) suonare tutto giusto senza sbagliare o senza avere nemmeno un millesimale vuoto di memoria, bensì quello di commuovere il pubblico e farlo uscire dalla sala concerti diverso da come ci è entrato.

Raccontate voi stessi: siate tristi se suonate un brano triste, siate gioiosi se suonate un brano vivace, siate regali se suonate un brano maestoso, siate innamorati se suonate un brano romantico.

Nicolò De Maria

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

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Il pianista e la paura del pubblico

Come prepararsi alla performance e prevenire i vuoti di memoria

Il libro Il pianista e la paura del pubblicoè una raccolta e un approfondimento degli articoli più letti dagli utenti. Se vuoi approfondire questo articolo e gli argomenti principali di questo sito, quali l’ansia da palcoscenico, la paura di suonare in pubblico, le tecniche di memorizzazione musicale, la sicurezza in se stessi e la solidità tecnica clicca qui sotto.

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Suonare a memoria è una tradizione ormai consolidata tra i musicisti, tuttavia non sono molte le fonti bibliografiche nelle quali sono affrontate le tecniche di memorizzazione dei pianisti.

Durante il secolo scorso, tre pianisti e didatti del pianoforte scrissero trattati particolarmente apprezzabili su come suonare a memoria un determinato repertorio pianistico.

Tobias Matthay scrisse On memorizing and playing from memory and on the laws of practice generally (1926) e Walter Gieseking insieme al suo insegnante di pianoforte Karl Leimer scrisse Piano technique (1933).

In questi testi, gli autori descrivono come gli interpreti possono memorizzare la musica attraverso quattro tipi di memoria fondamentali:

 

  • Memoria uditiva
  • Memoria visiva
  • Memoria cinestetica
  • Analisi della partitura (o memoria analitica)

 

Se non sei interessato ai diversi tipi di memoria, e vuoi subito sapere come approcciarti con la memorizzazione leggi l’articolo Ansia da vuoto di memoria?

Se sei interessato a sviluppare la tua memoria musicale e ridurre l’ansia di suonare in pubblico leggi l’articolo GUIDA DEFINITIVA su come affrontare la memoria musicale e l’ansia di suonare in pubblico.

  • Memoria uditiva

Mediante la memoria uditiva si può immaginare, si può “ascoltare” il pezzo mentre la musica si dispiega. Durante l’esecuzione, la memoria uditiva permette al musicista di “cantare nella mente”, oppure, pensare una melodia o un passaggio prima di suonarlo.

Matthay evidenzia il valore fondamentale dello sviluppo dell’orecchio quando si impara a memoria e avvisa: “Nulla è più fatale per il nostro senso musicale del permettere a noi stessi di sentire suoni musicali senza ascoltarli”.

Per accentuare l’importanza del suono, Gieseking e Leimer scrivevano: “Ascoltarsi è il fattore più importante di tutto lo studio musicale”.

La memoria uditiva, infatti, è basata sulla capacità di ascoltare ed è sviluppata soprattutto da chi possiede una grande sensibilità alla musica ed è stato abituato sin da piccolo a cercare la volontà del compositore.

Non sono pochi i casi di musicisti con buone doti improvvisative che sono capaci, senza troppi sforzi e in poco tempo, di eseguire un brano melodico e poco virtuosistico grazie ed esclusivamente alla memoria uditiva.

Questo tipo di memorizzazione, anche se riduttiva, è utile e in alcuni casi anche rischiosa se adoperata isolatamente.

Anche un buon orecchio, in situazioni di stress, può tradire.

 

  • Memoria visiva

 

Attraverso la memoria visiva (o fotografica), in generale, possiamo richiamare e visualizzare nella mente la pagina scritta dello spartito, così come altri aspetti visivi dell’esecuzione.

Si basa sull’immagine della parte, cioè l’impaginazione dei singoli fogli, la distribuzione dei pentagrammi o anche i singoli appunti sul rigo musicale.

Dal primo momento in cui studiamo un nuovo brano, acquisiamo una memoria visiva mentale del brano la quale ci permette, ad esempio, di riconoscere un passaggio particolarmente complesso solo guardandolo senza doverlo decifrare nota per nota.

Chi suona con lo spartito sfrutta ampiamente questa tipologia di memoria la quale permette di seguire l’andamento del brano grazie a rapide “sbirciate”, senza dover ricorrere alla lettura delle singole note e/o indicazioni dinamiche, ritmiche, fraseologiche, eccetera.

La memoria visiva, nel caso dei pianisti, è legata, inoltre, alla posizione esatta delle mani sulla tastiera in un determinato momento.

Molti concertisti, in procinto di iniziare un’esecuzione pubblica, posizionano le mani sul pianoforte ancor prima di aver riflettuto sulle note da suonare, sul tempo, sulla tonalità o altro.

Anche i bambini alle prime armi con lo strumento, quando si trovano a dover posizionare le mani sulla tastiera, ricorrono abitualmente a questo tipo di memoria servendosi dell’immagine delle dita tra i tasti neri e bianchi piuttosto che, per esempio, della prima lezione di pianoforte quando il maestro ha illustrato che il Fa è posizionato prima dei tre tasti neri.

 

  • Memoria Cinestetica

Attraverso la memoria cinestetica (o digitale) è possibile ricordare come suonare automaticamente passaggi complessi.

Essa si sviluppa essenzialmente tramite la ripetizione e consiste nella capacità di riprodurre le note senza la vera consapevolezza di ciò che stiamo eseguendo, cioè senza sapere esattamente le note che si suonano.

Questo tipo di memoria si acquisisce spontaneamente nello studio di un brano, perché sono le dita delle mani che memorizzano per noi grazie alla ripetizione di un singolo movimento.

E’ come essere capaci di andare in bici o saper come scendere le scale: è possibile che non tutti sappiano come si fa, quale movimento esatto debbano compiere i nostri piedi per non inciampare o per non perdere l’equilibrio, però sappiamo compiere quell’azione grazie alla memoria muscolare, data dalla ripetizione del movimento.

Senza la memoria cinestetica, ogni giorno non potremmo ricordare come si esegue un brano e, paradossalmente, in mancanza di essa non potremmo fare progressi tecnici nello studio del nostro strumento.

Questa è sempre stata la memoria principale di un musicista inconsapevole, più si studia e più essa si sviluppa e consente di acquisire una padronanza maggiore dei passaggi tecnici.

 

  • Memoria analitica

 

Tuttavia, sia Matthay che Gieseking e Leimer sottolineano unanimi che, affinché abbia luogo una memoria intelligente, dev’esserci soprattutto una profonda conoscenza della partitura e della struttura musicale in ogni suo dettaglio.

Essi considerano la memoria uditiva, visiva e cinestetica come secondarie alla memoria acquisita da un’attenta analisi della partitura.

Matthay, Leimer e Gieseking hanno sottolineato che le memorie uditiva e visiva sono più importanti rispetto a quella cinestetica. Gieseking e Leimer spiegano che: “Le dita servono il cervello, eseguono l’azione che il cervello comanda.

Di conseguenza, se grazie a un orecchio ben esercitato risulta chiaro al cervello come eseguire correttamente, le dita lo faranno correttamente”.

La memoria analitica sfrutta l’applicazione di conoscenze teoriche ed è usata per questo motivo da musicisti di un livello avanzato negli studi. Infatti si basa sull’analisi dell’armonia, della struttura, dei movimenti delle singole voci eccetera.

A differenza delle altre tipologie di memorie, offre una visione più profonda dei concetti, che permette di capire meglio e più nel dettaglio ciò che si sta eseguendo.

Aiuta ad attribuire ad ogni minuzia una spiegazione logica riguardo il ritmo, il tempo, l’armonia e la forma.

Dopo uno studio accurato della partitura, che spesso non avviene di fronte al leggio del proprio strumento, l’esecutore può acquisire una memoria più solida, basata su una dettagliata conoscenza formale del brano ed utile alla formulazione di scelte interpretative più consapevoli.

Come ho appena accennato, questa tipologia di analisi può avvenire lontano dal proprio strumento proprio perché è basata sulle conoscenze teoriche.

Ma c’è chi consiglia vivamente questo tipo di studio ancor prima di eseguire per la prima volta il brano con lo strumento.

Walter Gieseking e Karl Liemer raccomandavano di provare mentalmente un brano come passo iniziale nella memorizzazione (prima di provarlo allo strumento).

Suggeriscono di apprendere un pezzo a memoria visualizzandolo attraverso la lettura silenziosa. Hanno descritto il loro metodo per analizzare la partitura in modo molto dettagliato fornendo esempi specifici.

Per essi e per Matthay, la teoria musicale è il cuore della musica e dovrebbe costituire il fondamento della nostra memoria.

Il teorico musicale Eugene Narmour descrive la relazione tra teoria musicale ed esecuzione, con le seguenti parole:

“La teoria musicale […] ha uno scopo più nobile che insegnare ai musicisti come acquisire una conoscenza dello stile musicale o istruirli circa i modi migliori per leggere la musica.

Lo scopo ultimo di ogni teoria non è utilitaristico o didattico, ma esplicativo: buone teorie della musica illustrano i veri significati sintattici inerenti a qualunque relazione musicale” .

 

Nicolò De Maria

Bibliografia:

Matthay, T. (1913). Musical Interpretation: Its Laws and Principles and their Application in Teaching and Performing. Boston: Boston Music Company.

Matthay, T. (1926). On Memorizing and Playing from Memory and on the Laws of Practice Generally. Oxford: Oxford Universtiry press.

Leimer, C., & Gieseking, W. (1933). Metodo rapido di perfezionamento pianistico. Trieste: Casa Musicale Giuliana.

 

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

 

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Scrivo di getto queste poche righe poiché sempre più spesso capita di incontrare studenti di conservatorio terrorizzati dall’idea di dover sostenere un esame.

L’ansia da palcoscenico, l’ansia di suonare in pubblico o davanti ad una commissione competente, la paura di incappare in un vuoto di memoria ancora fanno dormire notti insonni.

In alcune circostanze sembra che tutto lo studio effettuato fino ai giorni precedenti ad un’esame e tutte le tecniche di memorizzazione musicale utilizzate svaniscano nel nulla e perdono la loro utilità.

sintomi di ciò li conosce bene chi è del mestiere.

Oggi ho suonato con alcuni studenti di violino di un conservatorio italiano i quali si trovano esattamente in questa situazione.

Durante una delle ultime lezioni prima dell’esame sembra che il livello si abbassi lievemente: l’intonazione ne risente improvvisamente, allo stesso modo la pulizia, la chiarezza ritmica e il coinvolgimento musicale.

La causa non è la mancanza di studio dello studente, ma l’ansia dovuta alla consapevolezza che l’esame si avvicina. 

(Vorrei ricordarvi che ho già parlato di questo aspetto in molti altri articoli che vi consiglio di leggere……)

COME SCONFIGGERE L’ANSIA DA PALCOSCENICO E LA PAURA DI UN VUOTO DI MEMORIA?

Oggi vorrei proporvi una tecnica che ritengo sia la più utile durante gli ultimi giorni di studio prima dell’esame, al fine di sconfiggere l’ansia di suonare in pubblico e la paura di avere un vuoto di memoria. 

Non si tratta di un incantesimo che magicamente farà scomparire qualsiasi tipo di timore di suonare in pubblico, tuttavia molti docenti di calibro internazionale lo consigliano agli studenti, soprattutto di alto livello.

Premetterei che in molti studiamo dettagliatamente il repertorio ma non l’esecuzione del repertorio. 

Cioè, spesso viene studiato il repertorio nel dettaglio, lentamente e focalizzandoci molto sulla preparazione tecnica; ma viene tralasciato un aspetto importantissimo, quello che infine tutto ciò che si è studiato deve essere comunicato all’ascoltatore per mezzo di un’esecuzione organica. 

Quindi, dobbiamo studiare la performance. Quanto meno testare le nostre capacità di performer. 

Ecco cosa consigliano di fare molti didatti prima di un esame o un concerto: ESEGUIRE! ESEGUIRE! ESEGUIRE! RIPETERE! RIPETERE! RIPETERE da capo a fondo. 

Ripetere, e ancora ripetere, cinque, dieci, venti, trenta volte al giorno.

Ogni esecuzione dovrebbe essere migliore della precedente. Potete annotare quali sono stati gli errori più gravi e nel tentativo successivo focalizzate l’attenzione sul punto debole.

Mancano 15 giorni all’esame o concerto e hai paura di incappare in un vuoto di memoria musicale? Dovrai eseguire un repertorio di trenta minuti? Bene, allora potresti eseguirlo da capo a fondo come in concerto dieci volte per i successivi 15 giorni.

Questa prassi vi restituirà, già dopo il primo giorno, risultati enormi. Ve lo garantisco. L’ho provato sulla mia pelle!

Dopo 15 giorni, avrete eseguito il vostro repertorio già 150 volte. Ne conseguirà che quella dell’esame non sarà una delle poche esecuzioni (uno dei pochi tentativi di far bene) ma la centucinquantunesima.

Sono certo che salirete sul palco più sereni… e preparati alla performance! 

Allora fatelo! Tutti i musicisti lottano contro l’ansia da palcoscenico!

La differenza tra coloro che suonano bene sul palco rispetto a coloro che arrancano, non sta nel fatto che chi suona tutto alla perfezione, oltre ad aver studiato molto, non ha paura di suonare in pubblico, ma sta nel fatto che quest’ultimi si sono preparati a quel momento. Se lo aspettavano, sapevano che sarebbe arrivato e che sarebbero stati vittime di una pressione decisamente maggiore rispetto ad una normale lezione col proprio maestro.

Quindi eseguite più che potete!

Studiate i passaggi più difficili, ripassate tutto lentamente declamando e pronunciando chiaramente ogni nota, ma poi tornate ad eseguire.

E RIPETETE, RIPETETE, RIPETETE!

Un mio insegnante diceva di farlo anche a freddo, la mattina presto, appena alzati. Ecco, a volte sul palco si ha la sensazione di non essersi riscaldati. Le mani rimangono fredde o sudate nei primi minuti. Quindi sforzatevi di ricreare la medesima circostanza

Concludo chiedendovi di prendere in considerazione il fatto che esistono numerose tecniche di memorizzazione musicale, tutte utilissime e importanti per eseguire un intero repertorio a memoria, ma in caso di panico sul palco la mente ci abbandona e non avremo il tempo di riflettere sull’armonia, l’analisi o la struttura del brano. L’errore sarà già passato in meno di un secondo.

Ecco che proprio in questo caso ci viene in soccorso la memoria cinestetica o meccanica per mezzo della quale le dita avranno già “memorizzato” il repertorio e risolveranno il vuoto di memoria ancor prima di quanto possa fare la mente dopo un’attenta analisi del brano.

Fatemi sapere cosa ne pensate, se vi ha incuriosito e se la considerate una valida tecnica di studio. In caso contrario, nei commenti, proponete voi stessi le tecniche che utilizzate per prepararvi ad un’esecuzione in pubblico. 

Nicolò De Maria

 

Spero che questo articolo vi sia tornato utile. E’ il frutto dei miei modesti studi e di alcune letture personali. Non è richiesto di essere d’accordo con l’intero contenuto dell’articolo. Bensì, si accettano critiche e commenti costruttivi.

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Quanto bisogna studiare al giorno al pianoforte?

Credo sia una questione che interessi tutti i pianisti.

Ci siamo sempre chiesti quanto sia giusto o sufficiente studiare al pianoforte giornalmente. Certamente la risposta può essere soggettiva dato che ogni pianista ha abitudini e competenze diverse.

Inoltre, le ore di studio spesso dipendono dagli appuntamenti artistici che si hanno. In generale, ritengo che si dovrebbe quantomeno tentare di essere costanti nello studio dello strumento, tuttavia a volte avviene che ci si concentra approfonditamente sul repertorio solamente in prossimità dei concerti, dei concorsi o degli esami.

Se vuoi sapere quanto e come studiare prima di un appuntamento artistico ti invito a leggere l’articolo GUIDA DEFINITIVA su come affrontare la memoria e l’ansia del pubblico.

 

Ma diamo la parola a Chopin in merito e lasciamoci raccontare da una sua allieva,  Camille Dubois, qual’era l’opinione del grande compositore polacco.

“Chopin temeva più di tutto l’imbruttimento dell’allievo. Quando apprese che studiavo sei ore al giorno si arrabbiò moltissimo e mi vietò di esercitarmi più di tre ore”.

Chopin, infatti, metteva al primo posto la capacità di concentrazione ed evitava di fondare la sua tecnica su esercizi puramente tecnici.

Liszt, al contrario, sappiamo che studiava ore ed ore su un singolo passaggio finchè non gli veniva, senza lasciar perdere e senza passare ad altro.

Neuhaus, dell’opinione contraria rispetto a Chopin, raccontava ai suoi allievi un esempio che calza a pennello e che vi invito ad andare a leggere nell’articolo “La ripetizione è madre dello studio” .

Liszt senza alcun dubbio studiava più di tre ore considerato che dedicava le prime due o tre esclusivamente alla tecnica e all’agilità delle dita. E non esigeva certo meno da un’allieva:

Mi ha nuovamente raccomandato le ottave semplici e sciolte in tutte le tonalità, di suonare le note con tutte le dita, tenendo appoggiate quelle che non lavorano, le scale veloci e forte, e in generale ogni sorta di ginnastica della mano per almeno due ore al giorno

Così le tre ore di studio che Chopin non voleva fossero oltrepassate erano appena sufficienti per lo studio della tecnica, senza poter dedicare un solo minuto per la lettura di nuovi brani o per la preparazione di un concerto.

Hummel condivide l’opinione di Chopin e rassicura che è sufficiente uno studio regolare e attento di tre ore; infatti ogni esercizio prolungato abbruttirebbe lo spirito, rendendo l’esecuzione meccanica e senza anima.

Come concludere? Quanto bisogna studiare al giorno?

In generale, a mio avviso ogni pianista matura un proprio metodo di studio indipendentemente dalle ore di pratica quotidiana allo strumento.

Mi viene da dire che sono efficaci entrambi i metodi. Infatti, da una parte è importante mantenere la concentrazione ed evitare uno studio puramente meccanico; dall’altra, a volte, diventa necessario soffermarsi su passaggi tecnici specifici che richiedono immancabilmente un esercizio prolungato.

Aggiungerei che i pianisti Leimer e Gieseking consigliavano vivamente di riposarsi e far rilassare la mente tra una sessione e l’altra di studio (circa mezz’ora l’una) intercalandole con una passeggiata tonificante o con una lettura piacevole.

Nicolò De Maria

 

Bibliografia:

Niecks, F. (1902). Frederick Chopin as a Man and Musician. Londra: Novello.

Boissier, A. (1976). Liszt pédadogue. Lecons de piano donne par Liszt à Mademoiselle Valérie Boisser à Paris en 1832. Ginevra: Slatkine Reprints.

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Cari lettori, benvenuti in questa guida dedicata ai concetti fondamentali della teoria musicale.

Iniziando dalle basi, cercherò di essere d’aiuto a coloro i quali si trovano nella fase iniziale dello studio del pianoforte.

Questa guida vuole essere per l’allievo un aiuto e un promemoria per approcciarsi alle nozioni di base in una fase iniziale dello studio dello strumento e, quindi non può sostituire l’approccio diretto con il proprio maestro che ve ne mostrerà un’applicazione pratica.

Buona lettura.

 

1. Note, pentagramma, chiavi e alterazioni

La musica e il suono

La musica è l’arte che permette all’uomo di esprimersi per mezzo dei suoni, i quali, in ambito artistico, sono prodotti dall’autentica ed interiore emozione del musicista.

Il suono è una sensazione che raggiunge il nostro udito, è prodotto dalle vibrazioni di un corpo elastico e si trasmette per mezzo dell’aria.

Il suono si contraddistingue grazie a tre caratteristiche: il timbro, l’intensità e l’altezza.

Il timbro di un suono permette di distinguere la fonte sonora dalla quale è prodotto. Grazie al timbro l’ascoltatore può riconoscere se il suono è prodotto, ad esempio, da un pianoforte, un violino o da una voce umana.

L’intensità è la caratteristica che per mette all’ascoltatore di riconoscere se un suono è forte o debole ed è determinata dall’ampiezza della vibrazione del corpo elastico.
L’altezza, infine, è la particolare peculiarità del suono che determina quanto un suono è acuto o grave ed è determinata dal numero delle vibrazioni del corpo elastico.

 

Le note e il pentagramma

Le note sono sette: DO – RE – MI – FA – SOL – LA – SI.

Per riconoscere le note sulla tastiera del pianoforte ci dobbiamo servire dell’organizzazione dei tasti neri rispetto ai tasti bianchi. Infatti, i tasti neri sono organizzati a gruppi di due e a gruppi di tre.

La nota Do corrisponde al tasto bianco posto alla sinistra di ciascun gruppo di due tasti neri.

Al Do, in successione proseguendo verso destra seguono le note Re, Mi, Fa, Sol, La, Si e di nuovo il Do.

La nota Fa è facilmente riconoscibile: è posta alla sinistra di ciascun gruppo di tre tasti neri.

Le note, insieme a tutti i segni che costituiscono il linguaggio musicale, vengono scritte all’interno di un particolare rigo chiamato rigo musicale o pentagramma.

Il pentagramma è costituito da cinque linee parallele orizzontali e da quattro spazi tra di esse, come rappresentato nell’immagine di sotto.

rigo musicale o pentagramma

Le chiavi

La diversa posizione delle note sulle linee e sugli spazi del pentagramma corrisponde ad un determinato suono.

Ma per stabilire in modo esatto il nome e l’altezza della nota si è ricorsi ad un particolare segno chiamato chiave musicale.

Le chiavi sono in totale sette. Quelle più usate dai pianisti sono la chiave di violino (o di Sol) e la chiave di basso (o di Fa).

La chiave di violino stabilisce che la nota posta sulla seconda linea (le linee si contano dal basso verso l’alto) è un Sol. Tale Sol è esattamente quello posto nell’ottava centrale del pianoforte.

La chiave di basso, invece, stabilisce che la nota posta sulla quarta linea è un Fa. Tale Fa è quello posto alla sinistra del Do centrale della tastiera.

note su pentagramma in chiave di violino e in chiave di basso

Le alterazioni

In musica non esistono solo sette note, bensì dodici. Oltre alle sette sopra citate, ve ne sono cinque che sulla tastiera del pianoforte vengono riprodotte per mezzo dei tasti neri.

L’altezza di un suono, infatti, può essere modificata (alterata) in senso ascendente o in senso discendente per mezzo delle alterazioni.

Le alterazioni musicali sono cinque:alterazioni musicalialterazioni musicali

Il Fa diesis in figura corrisponde al tasto nero posizionato tra il Fa e il Sol.

Il La bemolle in figura corrisponde al tasto nero posizionato tra il La e il Si.

Il La bequadro in figura rappresenta il La naturale (tasto bianco).

Il Re doppio diesis e il Re doppio bemolle rappresentano rispettivamente il Mi e il Do naturali (attenzione: il loro nome esatto per motivi di nomenclatura resta quello scritto in pentagramma e non lo si può sostituire col rispettivo tasto fisico).

Sono definite alterazioni transitorie quelle scritte in mezzo al brano e hanno validità fino alla stanghetta di battuta successiva; sono definite alterazioni in chiave quelle scritte all’inizio di ogni rigo musicale e hanno validità per tutto il brano e per tutti i suoni con lo stesso nome, indipendente dall’ottava.

 

2. Valore e durata delle note

Durata delle note

La posizione delle note tra le linee e gli spazi del pentagramma determina l’altezza dei suoni, ma quest’ultimi possono avere anche diversa durata nel tempo.

La durata di ogni singola nota viene rappresentata per mezzo di segni grafici differenti:

durata delle note

Ecco illustrato di sotto il rapporto tra i valori di durata delle note.

rapporto tra i valori delle note

Quello appena esposto è solo un accenno e un’introduzione ai concetti riguardanti la durata delle note e il rapporto tra di essi. E’ una base teorica necessario per poter comprendere l’organizzazione delle note nel tempo. Compresa la sintesi grafica esposta, sarà il vostro insostituibile maestro a mostrarvi l’applicazione pratica di quanto illustrato.

 

Le pause musicali

In musica, oltre alle note, si utilizzano anche momenti di silenzio, chiamati pause.

Le pause musicali vengono espresse graficamente con particolari segni che le contraddistinguono.

Hanno un valore ben preciso e prendono il nome del valore di durata della nota corrispondente.

le pause musicali

Segni di movimento

Ma qual è la durata effettiva di ogni nota? Cioè, quanto realmente, in termini di tempo, deve durare? Per rispondere a questa domanda è necessario parlare dei segni di movimento, i quali vengono posti all’inizio di una composizione e servono ad indicare all’esecutore la velocità o l’andamento con cui eseguirla.

Le indicazioni di movimento usate più comunemente sono le seguenti:

indicazioni di movimento

Tali indicazioni servono a dare all’esecutore un’idea dell’andamento del brano e, in molti casi, esse possono essere accompagnate da aggettivi esplicativi, ad esempio: Andante calmo, Vivace molto, Allegro assai, Andantino grazioso. Oppure ancora: sostenuto, agitato, gioioso, maestoso, ed altri sulla base delle necessità del compositore.

Per avere un’indicazione precisa e oggettiva della velocità di esecuzione di un brano è necessario utilizzare uno strumento apposito chiamato metronomo.

Il metronomo riproduce un segnale acustico regolare al tempo impostato. In genere il tempo del metronomo varia da 40 a 250 (dipende dalla tipologia di metronomo: meccanico o digitale). L’indicazione numerica da impostare corrisponde esattamente al numero di battiti in un minuto (ad esempio, se il metronomo viene impostato a 60 batterà esattamente allo stesso tempo della lancetta dei secondi di un orologio).

L’indicazione metronomica viene accompagnata dal valore di durata al quale si riferisce, così da indicare all’esecutore la velocità esatta di esecuzione.

Ad esempio:

indicazione metronomo

 

 

3. Battute, ritmo, tempi semplici e composti

Battute e movimenti

Negli spartiti musicali il pentagramma, subito dopo la chiave, presenta una frazione ed è suddiviso da linee verticali.

Suddette linee verticali in musica sono chiamate stanghette e hanno il compito di suddividere il pentagramma in battute.

Le stanghette dividono il pentagramma in battute che contengono note il cui valore complessivo corrisponde sempre (in ogni singola battuta) a quello indicato dalla frazione posta all’inizio del brano musicale.

Ad esempio, se all’inizio del brano è scritta la frazione 4/4 significa che all’interno di ogni battuta potranno esserci note della durata complessiva di quattro note o pause da un quarto l’una (4/4), come raffigurato in figura.

tempo battute ritmo

Come raffigurato di sopra, per determinare la fine di un brano si utilizza una doppia stanghetta di cui la seconda è più spessa.

 

Il tempo

Con il termine tempo in musica si intende sia il valore di durata complessivo delle note contenute in ogni singola battuta sia l’organizzazione ritmica delle note.

L’indicazione del tempo viene scritta subito dopo la chiave musicale.

Esistono diversi tempi musicali, eccone alcuni in figura.

tempi musicali

Il numero superiore (numeratore) indica la quantità dei movimenti racchiusi in una battuta; il numero inferiore (denominatore) indica la durata di ogni movimento racchiuso nella battuta (ciò nei tempi semplici, vedremo poi come leggere le frazioni che indicano i tempi composti).

Il tempo 2/4 indica che nelle battute sono racchiuse note del valore complessivo di due note da un quarto.

Il tempo 4/4 indica che nelle battute sono racchiuse note del valore complessivo di quattro note da un quarto.

Il tempo 6/8 indica che nelle battute sono racchiuse note del valore complessivo di sei note da un ottavo.

Il tempo 12/8 indica che nelle battute sono racchiuse note del valore complessivo di dodici note da un ottavo.

tempi musicali

Il ritmo: tempi semplici e tempi composti

Con il termine ritmo si intende la regolare successione e alternanza di accenti forti e deboli. Tali accenti costituiscono il ritmo di una composizione e vengono chiamati accenti ritmici.

Il ritmo può essere binario o ternario.

Il ritmo è binario quando viene suddiviso in due accenti: il primo forte e il secondo debole.

Il ritmo è ternario quando viene suddiviso in tre accenti: il primo forte e il secondo e terzo debole.

Le misure a quattro tempi possono essere intese come un doppio ritmo binario: il primo accento è forte, il secondo debole, il terzo mezzo forte e il quarto debole.

Ecco in figura un esempio di quanto appena enunciato:

tempi semplici

Nella figura di sopra sono mostrati i tempi con le loro suddivisioni. Infatti ogni tempo (o movimento) della battuta può essere ulteriormente diviso, o meglio suddiviso, in due parti.

Ecco che, ad esempio, ogni quarto del tempo 3/4 può essere ulteriormente suddiviso in tre coppie da due ottavi l’una come mostrato nella figura di sopra.

Ciò avviene nei tempi chiamati semplici.

Nei tempi composti, invece, i singoli movimenti della battuta vengono suddivisi in tre suddivisioni interne, come mostrato nella figura di sotto.

Quindi i tempi semplici hanno una suddivisione interna dei movimenti binaria; i tempi composti hanno una suddivisione interna dei movimenti ternaria.

Attenzione: la frazione che indica i tempi composti ha per numeratore il numero delle suddivisioni della misura e per denominatore il valore di ogni singola suddivisione.

(Ad esempio, il tempo 6/8 definisce che la battuta conterrà 6 suddivisioni da un ottavo l’una, quindi i movimenti saranno due suddivisi ognuno in tre ottavi).

tempi composti

4. Segni di prolungamento e di espressione

Segni di prolungamento

Per segni di prolungamento si intendono quei segni che hanno il compito di prolungare il valore di durata di una nota.

Questi segni sono: il punto di valore, la legatura di valore e il punto coronato.

Il punto di valore è un punto che viene scritto alla destra della nota e ha la proprietà di prolungarla esattamente della metà del suo valore.

Ad esempio, se incontriamo un punto di valore accanto ad una nota dal valore di 2/4, il punto aggiungerà alla nota stessa il valore di 1/4 (cioè la metà di 2/4). Il valore totale della nota sarà di 3/4.

Avviene allo stesso modo per note dal valore più lungo e note dal valore più breve, come raffigurato in figura.

punto di valore

La legatura di valore è una linea curva che collega due o più note dello stesso nome e della stessa altezza unendole in un unico valore. Viene suonata solo la prima nota legata, le successive vengono tenute senza essere risuonate.

legatura di valore

Il punto coronato (o semplicemente corona) viene rappresentato con il simbolo mostrato qui sotto e, posto su una nota, lascia all’esecutore la possibilità di allungarne a piacere il valore.

corona

punto coronato

Segni di espressione

Nella scrittura musicale i segni di espressione sono molti.

I più utilizzati sono la legatura di frase, la legatura a due, il punto dello staccato e i segni di dinamica.

La legatura di frase consiste in una linea curva che unisce tre o più note e identifica una frase musicale le cui note vanno suonate con espressione e legate.

La legatura a due è una linea curva che unisce due note di diversa altezza. La prima nota deve essere suonata leggermente forte (appoggiata) e la seconda nota piano.

Il punto dello staccato è un puntino che viene posto o sopra o sotto alla nota interessata e serve a dimezzarne il valore. Attenzione: non confondere con il punto di valore che viene scritto sempre alla destra della nota interessata.

legatura di frase, legato a due, punto di staccato

I segni di dinamica consistono in indicazioni scritte all’interno della partitura ed hanno lo scopo di determinare l’intensità dell’esecuzione dal punto in cui vengono scritte fino al punto in cui ne viene indicata un’altra differente.

Sono di primaria importanza nell’esecuzione musicale poiché senza di esse risulterebbe piatta e priva di ogni espressione.

Per stabilire con quanta intensità i suoni devono essere eseguiti si usano le seguenti indicazioni:

segni di espressione

Per indicare il passaggio da una dinamica all’altra in modo graduale, oltre alle indicazioni di crescendo e diminuendo, vengono utilizzati anche dei segni chiamati forcelle.

forcelle crescendo e diminuendo

 

5. Tonalità, scale e accordi

Per tonalità si intende un insieme di suoni che fanno parte di un comune “centro gravitazionale” e di una gerarchia percepita di relazioni, tensioni e risoluzioni sonore.

E’ il compositore che prima di comporre un brano musicale decide la tonalità.

La tonalità prende il nome dalla tonica che è la prima nota sulla quale si formano la scala e gli accordi. Ad esempio, i suoni che fanno parte della scala di Do maggiore sono gli stessi che costituiscono la tonalità di Do maggiore, e così per ogni altra scala. Il Do, essendo la prima nota della scala, è la tonica, e dà il nome alla scala oltre che alla tonalità.

Esistono tonalità con i diesis in chiave e tonalità con i bemolle, anche questo dipende dalla tonica che può essere, ad esempio, Fa diesis oppure La bemolle.

Per scala musicale, invece, si intende la successione di otto suoni che procedono per gradi congiunti. I suoni della scala vengono chiamati gradi (ad esempio nella scala di Do: Do è iI I grado, Re il II grado, Mi il III grado, e così via fino all’VIII grado, cioè il Do dell’ottava superiore).

La tonalità può essere di modo maggiore o di modo minore. Ciò dipende dalla disposizione degli intervalli tra le singole note (o gradi) della scala stessa.

Anche le scale, strettamente connesse alla tonalità di appartenenza, possono essere maggiori o minori. La differenza tra esse sta nella diversa posizione dei toni e dei semitoni nella successione dei gradi della scala.

Il semitono è la distanza più piccola che esiste fra un suono ed un altro. Ad esempio, distano di un semitono le note Do-Re bemolle, oppure le note Mi-Fa, oppure le note Sol-La bemolle. Il tono è la distanza pari a due semitoni. Distano di un tono le note Do-Re, Mi-Fa diesis, Sol-La.

Ogni tonalità maggiore e ogni scala maggiore ha una relativa tonalità o scala minore ed entrambe condividono le alterazioni in chiave.

La scala minore inizia con una tonica che parte dal sesto grado della scala maggiore. Ad esempio la relativa minore della scala di Do maggiore è la scala di La minore (il La è il sesto grado della scala di Do). Le scale di Do maggiore e di La minore condividono i suoni e le alterazioni.

Vedrete nello schema di seguito che un impianto tonale (cioè i diesis o i bemolle in chiave) formeranno due scale: una maggiore e la relativa minore.

Per accordo (o triade) si intende l’esecuzione simultanea di tre suoni o più, aventi un’altezza definita. Prendono il nome dalla nota della scala sulla quale si formano. In base alla distanza tra i suoni possono formarsi accordi di diversi tipi: i principali sono gli accordi maggiori e gli accordi minori, come mostrato nello schema che vedrete di seguito.

Per ogni accordo vedrete tre diverse risoluzioni, la prima allo stato fondamentale, la seconda sul primo rivolto e la terza sul secondo rivolto.

(I dettagli su questo vastissimo argomento, come la costituzione delle scale maggiori e minori o la formazione tecnica di ogni accordo, vi auguro di poterli imparare a dovere con il vostro maestro di pianoforte, di solfeggio o di armonia.)

tonalità maggiori e minori

gli accordi maggiori e minori #1

accordi maggiori e minori #2

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Cari lettori, benvenuti in questa quinta parte della serie di articoli dedicati ai concetti fondamentali della teoria musicale.

Iniziando dalle basi, cercherò di essere d’aiuto a coloro i quali si trovano nella fase iniziale dello studio del pianoforte.

Qui sopra e in fondo al testo trovate gli articoli correlati che fanno parte della raccolta sulla teoria musicale.

Ricordo, inoltre, che tali articoli vogliono essere per l’allievo un aiuto e un promemoria per approcciarsi alle nozioni di base in una fase iniziale dello studio dello strumento e, quindi non possono sostituire l’approccio diretto con il proprio maestro che ve ne mostrerà un’applicazione pratica.

Nello specifico, l’argomento delle scale, delle tonalità e degli accordi è molto ampio e necessiterebbe di un corso di diverse ore. Nei conservatori, infatti, questi aspetti vengono affrontati approfonditamente anche nell’arco di più anni.

Di sotto troverete un approccio generale ed introduttivo all’argomento con delle tabelle che riassumeranno gli impianti tonali e la formazione di ogni triade o accordo.  

Buona lettura.

 

 

La tonalità, le scale e gli accordi

Per tonalità si intende un insieme di suoni che fanno parte di un comune “centro gravitazionale” e di una gerarchia percepita di relazioni, tensioni e risoluzioni sonore.

E’ il compositore che prima di comporre un brano musicale decide la tonalità.

La tonalità prende il nome dalla tonica che è la prima nota sulla quale si formano la scala e gli accordi. Ad esempio, i suoni che fanno parte della scala di Do maggiore sono gli stessi che costituiscono la tonalità di Do maggiore, e così per ogni altra scala. Il Do, essendo la prima nota della scala, è la tonica, e dà il nome alla scala oltre che alla tonalità.

Esistono tonalità con i diesis in chiave e tonalità con i bemolle, anche questo dipende dalla tonica che può essere, ad esempio, Fa diesis oppure La bemolle.

Per scala musicale, invece, si intende la successione di otto suoni che procedono per gradi congiunti. I suoni della scala vengono chiamati gradi (ad esempio nella scala di Do: Do è iI I grado, Re il II grado, Mi il III grado, e così via fino all’VIII grado, cioè il Do dell’ottava superiore).

La tonalità può essere di modo maggiore o di modo minore. Ciò dipende dalla disposizione degli intervalli tra le singole note (o gradi) della scala stessa.

Anche le scale, strettamente connesse alla tonalità di appartenenza, possono essere maggiori o minori. La differenza tra esse sta nella diversa posizione dei toni e dei semitoni nella successione dei gradi della scala.

Il semitono è la distanza più piccola che esiste fra un suono ed un altro. Ad esempio, distano di un semitono le note Do-Re bemolle, oppure le note Mi-Fa, oppure le note Sol-La bemolle. Il tono è la distanza pari a due semitoni. Distano di un tono le note Do-Re, Mi-Fa diesis, Sol-La.

Ogni tonalità maggiore e ogni scala maggiore ha una relativa tonalità o scala minore ed entrambe condividono le alterazioni in chiave.

La scala minore inizia con una tonica che parte dal sesto grado della scala maggiore. Ad esempio la relativa minore della scala di Do maggiore è la scala di La minore (il La è il sesto grado della scala di Do). Le scale di Do maggiore e di La minore condividono i suoni e le alterazioni.

Vedrete nello schema di seguito che un impianto tonale (cioè i diesis o i bemolle in chiave) formeranno due scale: una maggiore e la relativa minore.

Per accordo (o triade) si intende l’esecuzione simultanea di tre suoni o più, aventi un’altezza definita. Prendono il nome dalla nota della scala sulla quale si formano. In base alla distanza tra i suoni possono formarsi accordi di diversi tipi: i principali sono gli accordi maggiori e gli accordi minori, come mostrato nello schema che vedrete di seguito.

Per ogni accordo vedrete tre diverse risoluzioni, la prima allo stato fondamentale, la seconda sul primo rivolto e la terza sul secondo rivolto.

(I dettagli su questo vastissimo argomento, come la costituzione delle scale maggiori e minori o la formazione tecnica di ogni accordo, vi auguro di poterli imparare a dovere con il vostro maestro di pianoforte, di solfeggio o di armonia.)

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Ricordo, inoltre, che tali articoli vogliono essere per l’allievo un aiuto e un promemoria per approcciarsi alle nozioni di base in una fase iniziale dello studio dello strumento e, quindi non possono sostituire l’approccio diretto con il proprio maestro che ve ne mostrerà un’applicazione pratica.

Buona lettura.

 

Segni di prolungamento

Per segni di prolungamento si intendono quei segni che hanno il compito di prolungare il valore di durata di una nota.

Questi segni sono: il punto di valore, la legatura di valore e il punto coronato.

Il punto di valore è un punto che viene scritto alla destra della nota e ha la proprietà di prolungarla esattamente della metà del suo valore.

Ad esempio, se incontriamo un punto di valore accanto ad una nota dal valore di 2/4, il punto aggiungerà alla nota stessa il valore di 1/4 (cioè la metà di 2/4). Il valore totale della nota sarà di 3/4.

Avviene allo stesso modo per note dal valore più lungo e note dal valore più breve, come raffigurato in figura.

punto di valore

La legatura di valore è una linea curva che collega due o più note dello stesso nome e della stessa altezza unendole in un unico valore. Viene suonata solo la prima nota legata, le successive vengono tenute senza essere risuonate.

legatura di valore

Il punto coronato (o semplicemente corona) viene rappresentato con il simbolo mostrato qui sotto e, posto su una nota, lascia all’esecutore la possibilità di allungarne a piacere il valore.

corona

punto coronato

Segni di espressione

Nella scrittura musicale i segni di espressione sono molti.

I più utilizzati sono la legatura di frase, la legatura a due, il punto dello staccato e i segni di dinamica.

La legatura di frase consiste in una linea curva che unisce tre o più note e identifica una frase musicale le cui note vanno suonate con espressione e legate.

La legatura a due è una linea curva che unisce due note di diversa altezza. La prima nota deve essere suonata leggermente forte (appoggiata) e la seconda nota piano.

Il punto dello staccato è un puntino che viene posto o sopra o sotto alla nota interessata e serve a dimezzarne il valore. Attenzione: non confondere con il punto di valore che viene scritto sempre alla destra della nota interessata.

legatura di frase, legato a due, punto di staccato

I segni di dinamica consistono in indicazioni scritte all’interno della partitura ed hanno lo scopo di determinare l’intensità dell’esecuzione dal punto in cui vengono scritte fino al punto in cui ne viene indicata un’altra differente.

Sono di primaria importanza nell’esecuzione musicale poiché senza di esse risulterebbe piatta e priva di ogni espressione.

Per stabilire con quanta intensità i suoni devono essere eseguiti si usano le seguenti indicazioni:

segni di espressione

Per indicare il passaggio da una dinamica all’altra in modo graduale, oltre alle indicazioni di crescendo e diminuendo, vengono utilizzati anche dei segni chiamati forcelle.

forcelle crescendo e diminuendo

 

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Iniziando dalle basi, cercherò di essere d’aiuto a coloro i quali si trovano nella fase iniziale dello studio del pianoforte.

Qui sopra e in fondo al testo trovate gli articoli correlati che fanno parte della raccolta sulla teoria musicale.

Ricordo, inoltre, che tali articoli vogliono essere per l’allievo un aiuto e un promemoria per approcciarsi alle nozioni di base in una fase iniziale dello studio dello strumento e, quindi non possono sostituire l’approccio diretto con il proprio maestro che ve ne mostrerà un’applicazione pratica.

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Battute e movimenti

Negli spartiti musicali il pentagramma, subito dopo la chiave, presenta una frazione ed è suddiviso da linee verticali.

Suddette linee verticali in musica sono chiamate stanghette e hanno il compito di suddividere il pentagramma in battute.

Le stanghette dividono il pentagramma in battute che contengono note il cui valore complessivo corrisponde sempre (in ogni singola battuta) a quello indicato dalla frazione posta all’inizio del brano musicale.

Ad esempio, se all’inizio del brano è scritta la frazione 4/4 significa che all’interno di ogni battuta potranno esserci note della durata complessiva di quattro note o pause da un quarto l’una (4/4), come raffigurato in figura.

tempo battute ritmo

Come raffigurato di sopra, per determinare la fine di un brano si utilizza una doppia stanghetta di cui la seconda è più spessa.

 

Il tempo

Con il termine tempo in musica si intende sia il valore di durata complessivo delle note contenute in ogni singola battuta sia l’organizzazione ritmica delle note.

L’indicazione del tempo viene scritta subito dopo la chiave musicale.

Esistono diversi tempi musicali, eccone alcuni in figura.

tempi musicali

Il numero superiore (numeratore) indica la quantità dei movimenti racchiusi in una battuta; il numero inferiore (denominatore) indica la durata di ogni movimento racchiuso nella battuta (ciò nei tempi semplici, vedremo poi come leggere le frazioni che indicano i tempi composti).

Il tempo 2/4 indica che nelle battute sono racchiuse note del valore complessivo di due note da un quarto.

Il tempo 4/4 indica che nelle battute sono racchiuse note del valore complessivo di quattro note da un quarto.

Il tempo 6/8 indica che nelle battute sono racchiuse note del valore complessivo di sei note da un ottavo.

Il tempo 12/8 indica che nelle battute sono racchiuse note del valore complessivo di dodici note da un ottavo.

tempi musicali

Il ritmo: tempi semplici e tempi composti

Con il termine ritmo si intende la regolare successione e alternanza di accenti forti e deboli. Tali accenti costituiscono il ritmo di una composizione e vengono chiamati accenti ritmici.

Il ritmo può essere binario o ternario.

Il ritmo è binario quando viene suddiviso in due accenti: il primo forte e il secondo debole.

Il ritmo è ternario quando viene suddiviso in tre accenti: il primo forte e il secondo e terzo debole.

Le misure a quattro tempi possono essere intese come un doppio ritmo binario: il primo accento è forte, il secondo debole, il terzo mezzo forte e il quarto debole.

Ecco in figura un esempio di quanto appena enunciato:

tempi semplici

 

Nella figura di sopra sono mostrati i tempi con le loro suddivisioni. Infatti ogni tempo (o movimento) della battuta può essere ulteriormente diviso, o meglio suddiviso, in due parti.

Ecco che, ad esempio, ogni quarto del tempo 3/4 può essere ulteriormente suddiviso in tre coppie da due ottavi l’una come mostrato nella figura di sopra.

Ciò avviene nei tempi chiamati semplici.

Nei tempi composti, invece, i singoli movimenti della battuta vengono suddivisi in tre suddivisioni interne, come mostrato nella figura di sotto.

Quindi i tempi semplici hanno una suddivisione interna dei movimenti binaria; i tempi composti hanno una suddivisione interna dei movimenti ternaria.

Attenzione: la frazione che indica i tempi composti ha per numeratore il numero delle suddivisioni della misura e per denominatore il valore di ogni singola suddivisione.

(Ad esempio, il tempo 6/8 definisce che la battuta conterrà 6 suddivisioni da un ottavo l’una, quindi i movimenti saranno due suddivisi ognuno in tre ottavi).

tempi composti

 

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Iniziando dalle basi, cercherò di essere d’aiuto a coloro i quali si trovano nella fase iniziale dello studio del pianoforte.

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Ricordo, inoltre, che tali articoli vogliono essere per l’allievo un aiuto e un promemoria per approcciarsi alle nozioni di base in una fase iniziale dello studio dello strumento e, quindi non possono sostituire l’approccio diretto con il proprio maestro che ve ne mostrerà un’applicazione pratica.

Buona lettura.

 

Durata delle note

La posizione delle note tra le linee e gli spazi del pentagramma determina l’altezza dei suoni, ma quest’ultimi possono avere anche diversa durata nel tempo.

La durata di ogni singola nota viene rappresentata per mezzo di segni grafici differenti:

durata delle note

Ecco illustrato di sotto il rapporto tra i valori di durata delle note.

rapporto tra i valori delle note

Quello appena esposto è solo un accenno e un’introduzione ai concetti riguardanti la durata delle note e il rapporto tra di essi. E’ una base teorica necessario per poter comprendere l’organizzazione delle note nel tempo. Compresa la sintesi grafica esposta, sarà il vostro insostituibile maestro a mostrarvi l’applicazione pratica di quanto illustrato.

 

Le pause musicali

In musica, oltre alle note, si utilizzano anche momenti di silenzio, chiamati pause.

Le pause musicali vengono espresse graficamente con particolari segni che le contraddistinguono.

Hanno un valore ben preciso e prendono il nome del valore di durata della nota corrispondente.

le pause musicali

Segni di movimento

Ma qual è la durata effettiva di ogni nota? Cioè, quanto realmente, in termini di tempo, deve durare? Per rispondere a questa domanda è necessario parlare dei segni di movimento, i quali vengono posti all’inizio di una composizione e servono ad indicare all’esecutore la velocità o l’andamento con cui eseguirla.

Le indicazioni di movimento usate più comunemente sono le seguenti:

indicazioni di movimento

Tali indicazioni servono a dare all’esecutore un’idea dell’andamento del brano e, in molti casi, esse possono essere accompagnate da aggettivi esplicativi, ad esempio: Andante calmo, Vivace molto, Allegro assai, Andantino grazioso. Oppure ancora: sostenuto, agitato, gioioso, maestoso, ed altri sulla base delle necessità del compositore.

Per avere un’indicazione precisa e oggettiva della velocità di esecuzione di un brano è necessario utilizzare uno strumento apposito chiamato metronomo.

Il metronomo riproduce un segnale acustico regolare al tempo impostato. In genere il tempo del metronomo varia da 40 a 250 (dipende dalla tipologia di metronomo: meccanico o digitale). L’indicazione numerica da impostare corrisponde esattamente al numero di battiti in un minuto (ad esempio, se il metronomo viene impostato a 60 batterà esattamente allo stesso tempo della lancetta dei secondi di un orologio).

L’indicazione metronomica viene accompagnata dal valore di durata al quale si riferisce, così da indicare all’esecutore la velocità esatta di esecuzione.

Ad esempio:

indicazione metronomo

 

 

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Cari lettori, affronterò brevemente in questa serie di articoli i concetti fondamentali della teoria musicale.

Iniziando dalle basi, cercherò di essere d’aiuto a coloro i quali si trovano nella fase iniziale dello studio del pianoforte.

Qui sopra e in fondo al testo trovate gli articoli correlati che fanno parte della raccolta sulla teoria musicale.

Ricordo, inoltre, che tali articoli vogliono essere per l’allievo un aiuto e un promemoria per approcciarsi alle nozioni di base in una fase iniziale dello studio dello strumento e, quindi non possono sostituire l’approccio diretto con il proprio maestro che ve ne mostrerà un’applicazione pratica.

Buona lettura.

 

La musica e il suono

La musica è l’arte che permette all’uomo di esprimersi per mezzo dei suoni, i quali, in ambito artistico, sono prodotti dall’autentica ed interiore emozione del musicista.

Il suono è una sensazione che raggiunge il nostro udito, è prodotto dalle vibrazioni di un corpo elastico e si trasmette per mezzo dell’aria.

Il suono si contraddistingue grazie a tre caratteristiche: il timbro, l’intensità e l’altezza.

Il timbro di un suono permette di distinguere la fonte sonora dalla quale è prodotto. Grazie al timbro l’ascoltatore può riconoscere se il suono è prodotto, ad esempio, da un pianoforte, un violino o da una voce umana.

L’intensità è la caratteristica che per mette all’ascoltatore di riconoscere se un suono è forte o debole ed è determinata dall’ampiezza della vibrazione del corpo elastico.
L’altezza, infine, è la particolare peculiarità del suono che determina quanto un suono è acuto o grave ed è determinata dal numero delle vibrazioni del corpo elastico.

 

Le note e il pentagramma

Le note sono sette: DO – RE – MI – FA – SOL – LA – SI.

Per riconoscere le note sulla tastiera del pianoforte ci dobbiamo servire dell’organizzazione dei tasti neri rispetto ai tasti bianchi. Infatti, i tasti neri sono organizzati a gruppi di due e a gruppi di tre.

La nota Do corrisponde al tasto bianco posto alla sinistra di ciascun gruppo di due tasti neri.

Al Do, in successione proseguendo verso destra seguono le note Re, Mi, Fa, Sol, La, Si e di nuovo il Do.

La nota Fa è facilmente riconoscibile: è posta alla sinistra di ciascun gruppo di tre tasti neri.

Le note, insieme a tutti i segni che costituiscono il linguaggio musicale, vengono scritte all’interno di un particolare rigo chiamato rigo musicale o pentagramma.

Il pentagramma è costituito da cinque linee parallele orizzontali e da quattro spazi tra di esse, come rappresentato nell’immagine di sotto.

rigo musicale o pentagramma

 

Le chiavi

La diversa posizione delle note sulle linee e sugli spazi del pentagramma corrisponde ad un determinato suono.

Ma per stabilire in modo esatto il nome e l’altezza della nota si è ricorsi ad un particolare segno chiamato chiave musicale.

Le chiavi sono in totale sette. Quelle più usate dai pianisti sono la chiave di violino (o di Sol) e la chiave di basso (o di Fa).

La chiave di violino stabilisce che la nota posta sulla seconda linea (le linee si contano dal basso verso l’alto) è un Sol. Tale Sol è esattamente quello posto nell’ottava centrale del pianoforte.

La chiave di basso, invece, stabilisce che la nota posta sulla quarta linea è un Fa. Tale Fa è quello posto alla sinistra del Do centrale della tastiera.

note su pentagramma in chiave di violino e in chiave di basso

Le alterazioni

In musica non esistono solo sette note, bensì dodici. Oltre alle sette sopra citate, ve ne sono cinque che sulla tastiera del pianoforte vengono riprodotte per mezzo dei tasti neri.

L’altezza di un suono, infatti, può essere modificata (alterata) in senso ascendente o in senso discendente per mezzo delle alterazioni.

Le alterazioni musicali sono cinque:alterazioni musicalialterazioni musicali

Il Fa diesis in figura corrisponde al tasto nero posizionato tra il Fa e il Sol.

Il La bemolle in figura corrisponde al tasto nero posizionato tra il La e il Si.

Il La bequadro in figura rappresenta il La naturale (tasto bianco).

Il Re doppio diesis e il Re doppio bemolle rappresentano rispettivamente il Mi e il Do naturali (attenzione: il loro nome esatto per motivi di nomenclatura resta quello scritto in pentagramma e non lo si può sostituire col rispettivo tasto fisico).

Sono definite alterazioni transitorie quelle scritte in mezzo al brano e hanno validità fino alla stanghetta di battuta successiva; sono definite alterazioni in chiave quelle scritte all’inizio di ogni rigo musicale e hanno validità per tutto il brano e per tutti i suoni con lo stesso nome, indipendente dall’ottava.

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